ACAB La serie – La dura legge del poliziotto
ACAB – La serie, la rilettura del libro di Carlo Bonini e del film di Stefano Sollima, arriva su Netflix in un momento particolarmente delicato della storia politica italiana, dove il Ddl sicurezza, o Ddl paura come si è ormai soliti chiamarlo, sembra essere ormai alle porte, nonostante le proteste giornaliere represse proprio dalle forze dell’ordine in divisa antisommossa che il Ddl vorrebbe tutelare ulteriormente.
È anche vero che ACAB racconta di quella che potremmo definire un’attualità perpetua nel contesto italiano, qualcosa che occupa costantemente la cronaca a partire dai fatti della scuola Diaz, a tal punto che la violenza squadrista della celere non fa quasi più notizia. Dove c’è una manifestazione, indipendentemente dalla sua natura, c’è una repressione fatta di sfollagente e scudi, predisposta per natura a degenerare. L’acronimo che dà il titolo alla trilogia mediale di Bonini è un grido di denuncia e un marchio di fuoco: tutti i poliziotti, a prescindere dal ruolo e della funzione, sono bastardi o, come dice un coro che i personaggi di ACAB ripetono con orgoglio, “figli di puttana”.
Il libro di Bonini, edito da Einaudi nel 2009 (un anno in apparenza lontano, ma nello schema sociopolitico italiano non è cambiato pressoché nulla), si apriva con un disclaimer: “Questa è una storia vera. Non una verità definitiva. È una storia narrata attraverso la scrupolosa raccolta di documenti, atti processuali e testimonianze dirette di chi ne è stato partecipe, disponibili al momento della sua stesura”.

Il libro, il film e ora anche la serie vogliono essere delle osservazioni oggettive, seppur necessariamente romanzate e non onnicomprensive, della figura polarizzante del poliziotto e in particolare nella sua declinazione di celerino. Questi non arresta, non indaga, il suo unico scopo è quello di garantire l’ordine pubblico, ma spesso il suo intervento genera, per citare la traduzione inglese del titolo della serie, il “disordine pubblico”.
La serie, disponibile dal 15 gennaio, non modifica troppo il paradigma alla base dei suoi predecessori, continuando ad esplorare la vita privata e pubblica del celerino e soprattutto come il comportamento nella cosiddetta “Piazza” – un termine ombrello usato per descrivere i luoghi dove son chiamati ad operare – spesso si ripercuota nella vita familiare.
Dopo la violenta repressione di una protesta No Tav, una squadra del Reparto Mobile di Roma – “i campioni del mondo di teste di cazzo” come li descrive un collega – rimangono senza il loro capitano. Un ragazzo però è rimasto ferito, sufficientemente distante dal cantiere per destare i sospetti della gente, e il PM avvia un’indagine, richiedendo bodycam e altre prove oggettive che possano mostrare la realtà dei fatti. Per Mazinga (Marco Giallini), Marta (Valentina Bellè) e Salvatore (Pierluigi Gigante), la salvaguardia della squadra è una legge più importante della stessa Costituzione e per questo si difendono a vicenda creando una loro versione dei fatti attraverso un’artificiosa relazione di servizio. Nel loro rapporto simbiotico si inserisce un alieno, Michele Nobili (Adriano Giannini), il loro nuovo capitano che appartiene a quello che viene additato come “reparto rosa”, un modo diverso di essere poliziotto che rifiuta lo squadrismo e preferisce un numero maggiore di uomini alle armi.
Ogni giorno Roma presenta nuove arene di combattimento, tra ultras agitati fuori dallo studio e gruppi razzisti che lamentano l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia moldava, e la squadra cerca di rendersi portatrice di un ordine effimero, destinato a sfociare nel caos più totalizzante.

La variazione sul tema più interessante e al contempo destinata ad essere più polarizzante di ACAB – La serie è l’inserimento all’interno della squadra protagonista di una donna, Marta, una madre di famiglia che cerca di donare un’apparente stabilità alla figlia tredicenne, dopo una tragedia taciuta nel suo passato. Il rapporto di fratellanza alla base del gruppo di celerini non prevede l’esistenza di sorelle e Marta può essere intesa come parte dell’insieme solo quando è spogliata della sua femminilità e riveste il ruolo di portatrice sana della matrice patriarcale, esercitando violenza e non mostrando alcuna emozione. Nel momento in cui abbandona la sua mascolinità performata, il gruppo torna a vederla come una donna e di conseguenza come un oggetto sessuale, bersagliandola con mini-aggressioni. La presenza di Marta problematizza quindi il legame intrinseco tra machismo e violenza, mostrando come questa possa essere un parassita pronto a contaminare tutta la nostra società indipendentemente dal ruolo interpretato all’interno di essa.
Diretta da Michele Alhaique, ACAB – La serie presenta solo alcune istanze di continuità rispetto ai suoi predecessori, dati soprattutto dalla presenza continuativa di Carlo Bonini nella scrittura (qui affiancato da Filippo Gravino, Elisa Dondi, Luca Giordano e Bernando Pellegrini) e di Marco Giallini nel cast, sempre nel ruolo di Mazinga. In sei episodi la serie preferisce evocare le notizie di cronaca, piuttosto che rappresentarle direttamente, per indagare non solo le contraddizioni interne alla figura del poliziotto, ma anche soprattutto interne allo Stato Italiano di cui il celerino rappresenta il volto più pubblico. Se la vita privata della squadra è spesso sviluppata in modo grossolano (fatta eccezione per Marta e Nobili), rimane un controaltare fondamentale nella narrazione per osservare come la totale anestetizzazione emotiva autoperata dai protagonisti si rifletta su ogni aspetto della loro quotidianità. La legge è applicata con strumenti nati per la violenza e il sopruso diventa parte di una routine, trasformando il disordine in routine.

ACAB – La serie non desidera regalare al pubblico risposte preconfezionate, vuole piuttosto essere un territorio fertile per la discussione di una violenza che arriva in televisione già filtrata dallo stesso Stato. Urgente oggi con il Ddl Sicurezza come nel 2009 quando era figlio diretto del G8, il progetto di Carlo Bonini è la declinazione più riuscita della filiera romanzo-film-serie che da tempo ormai monopolizza il panorama mediale italiano, dove ogni iterazione aggiunge nuovi e necessari elementi al discorso, complicandolo e ampliandolo a seconda delle esigenze del tempo.
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