Quando il sangue vince: “After Miss Julie”

In scena sul palco del Teatro Fraschini, After Miss Julie, per la regia di Giampiero Solari: dal testo di Patrick Marber, adattamento del classico del 1888 di Strindberg, si origina la versione italiana ambientata sempre nel ’45. Se per il contesto inglese era stata scelta la vittoria laburista come corrispettivo della folle e ritualizzata notte di San Giovanni, per l’ambientazione milanese si è molto intelligentemente pensato al 29 aprile del 1945, dunque al clima festivo e sregolato della fine della guerra.
Il dramma sviluppa un rapporto perverso tra tre figure di diversa estrazione sociale in un’epoca che, ancora più della fine del XIX secolo, è testimone della fine della nobiltà, ma non dei rapporti di potere.
Facciamo subito la conoscenza di Gianni (Lino Guanciale) e Cristina (Roberta Lidia de Stefano): lui al servizio di sua Eccellenza, lei domestica della casa. Tra i due è esplicita un’attrazione e una prospettiva coniugale che rientra perfettamente nei canoni dell’epoca.
Ma a sconvolgere l’equilibrio arriva la signorina Giulia (Gabriella Pession), figlia di Sua Eccellenza, che già nel vestito blu sgargiante e nel suo incedere sguaiato manifesta di non essere al suo posto, né tra i nobili, né nella cucina tra i servi e neppure tra i festeggiamenti del volgo (e la musica e il vociare volgare saranno un costante sottofondo).
La signorina ha un animo infantile, romantico, capriccioso e, parrebbe, dominante; il suo obiettivo è la seduzione di Gianni, sia per affermare il suo potere su Cristina, sia per dimostrare a se stessa di essere libera e desiderabile.

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Ma è proprio l’atto sessuale a rovesciare la dominazione, e non perché effettivamente Giulia abbia perso potere ( è lei stessa a insinuare lo spauracchio, seppur poco credibile, di una falsa denuncia di stupro contro il suo sottoposto), ma perché “si è quello che si crede di essere”.
Gianni, sedotto dalla nobiltà quanto sprezzante di tutti i difetti che essa reca con sé, dopo aver sottomesso nella passione la sua padrona, si sente in diritto di insultarla e comandarla. Allo stesso modo Giulia si trova al centro di un conflitto fra la piacevole regressione ad uno stato infantile e sottomesso, privo di responsabilità e fatica, e l’offesa bruciante di un suo servo. Entrambi, insomma, agiscono in modo nuovo e si definiscono da soli per ciò che reputano di essere.
Ma il conflitto, viene ribadito, è nel sangue: nonostante il piacere e la tenerezza scoperti nell’intimità della camera da letto, suggestivamente posta in fondo ad un corridoio buio, tutte le scene successive sono rette da una tensione fra ciò che si crede di essere e ciò che dalla nascita si ha nel sangue: il disprezzo per una classe sociale che si crede di capire e odiare, ma alla quale più o meno consciamente si tende in cerca di libertà.
Per Giulia la libertà potrebbe risiedere anche in una posizione subalterna e prova ad assaggiarne qualche stralcio mischiandosi al popolo, ma finendo per cadere vittima del paternalismo nobiliare. Per Gianni la libertà sta nell’affermazione, nella carriera e nei soldi che sono necessari anche ad amarsi, ma per lui non c’è scampo alla paura e alla riverenza che prova per Sua Eccellenza: il trillo del campanello lo fa scattare sull’attenti ed eseguire gli ordini come in preda ad un automatismo; e mentre esegue si odia per questo.

E’ proprio una tensione conflittuale, sottolineata abilmente per tutto il dramma da un continuo cambio di luci che avvicina o allontana i personaggi, ad impedire ai due di lasciare la cucina in cui tutta l’azione si svolge per partire per il Nuovo Mondo.
La violenza diventa l’unica strada percorribile: Giulia, pur dimostrandosi aggressiva vero Gianni, in definitiva è tesa ad un atto di autolesionismo; Gianni invece riversa su di lei una vendetta e un odio che covava da tempo.
La morte diventa per Giulia l’unica e perversa libertà pensabile, ma attuabile solo sotto ordine di Gianni, come ultimo atto d’amore distorto: è così che la padrona fa la fine del suo canarino, sgozzato perché troppo debole per vivere al di fuori della gabbia. Neppure Gianni ne esce vittorioso: rimane succube del suo padrone fino alla fine e sembra non avere vie di scampo, mentre la luce sulla scena si affievolisce.

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Va però dedicato spazio anche al personaggio di Cristina, molto più difficile da portare in scena: una donna disillusa, servile, ma determinata ad ottenere dalla vita quel poco che la norma sociale le concede di avere.
Perciò, perseguendo il suo obiettivo, è disposta a perdonare Gianni per il tradimento ed agisce in maniera lucida e quasi insensibile. Questo è il volto che offre alla società, ma una scena notturna di dolore e rabbia, una rabbia che non può sfogare in una casa non sua, dimostra tutta l’ambiguità del personaggio che, alla fine, porterà in scena l’arma del delitto.

Una simile trama ha bisogno di attori capaci, precisi e magnetici e bisogna sinceramente fare un plauso a Lino Guanciale che riesce a reggere un personaggio complesso senza banalizzarlo o appiattirlo.
Anche le sue colleghe, Gabriella Pession e Roberta Lidia de Stefano, arrivano a restituirci un’azione che non allenta quasi mai la tensione, ma forse alcune risate del pubblico suggeriscono una carica comica che, qualora non fosse voluta dal regista, sarebbe da moderare soprattutto verso il finale spingendo i personaggi a rivelarsi ancora di più.

In ogni caso, lo spettacolo è decisamente riuscito e dipana in modo interessante la perversa e seducente dinamica dei protagonisti evitando di cadere in un facile romanticismo: l’amore è spietato, non guarisce, ma scava ancora più in profondità i tormenti individuali facendo a pezzi il raziocinio, la volontà e la carne.

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