Čechov come esperienza, ovvero: Platonov al Teatro Fontana di Milano

Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove. Basterebbe il sottotitolo dello spettacolo per dare un’idea efficace ed esaustiva della profonda scarica emotiva che spalanca l’assistere, o meglio il vivere l’esperienza Platonov creata dalla compagnia Il Mulino di Amleto e dal regista Marco Lorenzi.

Prendendo spunto dal dramma incompiuto e rifiutato di un allora poco più che ventenne Anton Čechov, quello che la compagnia e gli spettatori creano insieme è qualcosa che trascende il testo ed i suoi interpreti, esce dalle battute e dai corpi degli attori e va a costruire una vera e propria esperienza collettiva di puro teatro contemporaneo, dove il confine tra messa in scena e realtà è sottilissimo se non inesistente.

Il testo in sé, come tutti i drammi dell’autore russo, non pone al centro la vicenda narrata – un gruppo di amici si ritrova all’inizio dell’estate in una tenuta di campagna che ha vissuto tempi migliori; quello che all’inizio sembra essere un convivio amicale, si trasformerà inesorabilmente in una lenta e distruttiva tragedia borghese – ma la potenza dell’inconsistenza della storia permette alle personalità che la vivono di essere espresse al massimo del loro potenziale, rendendo la rappresentazione fortemente esistenziale e, quindi, marcatamente espressiva.

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Il sublime lavoro attoriale e registico fa il resto: l’impressionante naturalezza con cui gli interpreti interagiscono tra di loro e con la scenografia, muovono i loro corpi con o senza la musica – che ricopre un ruolo centrale, così come lo sporadico ma studiato sfondamento della quarta parete, nel creare un rapporto alla pari e sinestetico col pubblico – rende il susseguirsi delle azioni sceniche una continua ricerca di equilibrio per la composizione, attraverso un’esperienza enantiodromica potente e condivisa, collettivamente catartica.

Parlando col regista, viene alla luce un lavoro sul testo di tipo laboratoriale: il cast ha vissuto, durante la fase di genesi dell’opera, un’esperienza di residenza artistica che è partita dallo studio del testo attraverso il corpo, passando poi per un adattamento condiviso del copione (che prevede tagli, riferimenti all’opera cechoviana, riscritture, anche modifiche sostanziali dell’opera originale). Nel mentre, assistendo alla creazione collettiva, anche la scenografia ha iniziato a prendere forma, plasmandosi – e il risultato finale non fa altro che testimoniarlo – sulle voci, i corpi e le idee di coloro i quali quegli oggetti di scena li avrebbero vissuti. Ecco allora che ogni singolo elemento di ogni azione che con esso ed attraverso di esso avviene acquista un senso ancor prima di avere luogo sulla scena, perché valente sia da simbolo per quell’azione, sia da co-protagonista dell’azione stessa.

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Contemplando l’idea di aver esperito un atto di performers in «stato di grazia» (nel senso più grotowskiano del termine), non è facile, da spettatore coinvolto in prima persona, scrivere di questo spettacolo. È però doveroso segnalare tutti gli artefici di un così riuscito happening teatrale, tutti protagonisti e comparse come il pubblico che hanno coinvolto, che con loro condivide il palcoscenico più ampio, quello fuori dal luogo teatro: il regista Marco Lorenzi; gli interpreti Michele Sinisi, Stefano Braschi, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Angelo Maria Tronca; Lorenzo De Iacovo, riscrittore del testo insieme a Lorenzi; l’assistente alla regia Anne Hirth; la scenografa Eleonora Diana; il Light Designer Giorgio Tedesco; la costumista Monica Di Pasqua.

Uno spettacolo da vivere e rivivere, da sostenere nel suo percorso artistico, di cui ci si sente parte integrante, una volta che si ha avuto la fortuna di condividerlo coi suoi creatori: Platonov. Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove è un sentimento universale alla portata di tutti, un gigantesco spiraglio sulla complessa semplicità della vita, una meravigliosa ipocrisia umana che ci ricorda qualcosa che non abbiamo mai saputo, è un modo come un altro, appunto, per dire che la felicità è altrove.

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