Gioco di ruoli al Teatro Fontana: “Ruy Blas”

Il palco è spoglio e noi – spettatori e attori – vi siamo indistintamente seduti intorno. Non ci distingue niente: i vestiti, la posa, la voce. E questa, tecnicamente parlando, è una violazione gravissima. Anzi, due violazioni.

Punto primo: il pubblico è ammesso nelle budella dell’edificio teatro, si crea spazio fra le quinte esposte mentre le poltroncine rosse rimangono nella penombra, minacciosamente vuote.

Punto secondo: gli attori non portano vestiti di scena. Sulla scacchiera già sconsacrata del palco salgono senza dichiarare il loro ruolo, con il solo vantaggio di sapere cosa succede (e cosa succederà).

E cosa succede?

L’adattamento di Ruy Blas che la giovanissima compagnia Il Mulino di Amleto porta sulle scene non prevede grandi stravolgimenti. La trama è quella prevista da Victor Hugo nel 1838: sullo sfondo di un regno spagnolo sull’orlo del baratro, un alto funzionario di corte trama un inganno ai danni della regina che lo ha pubblicamente allontanato a causa di uno scandalo. Scambiando l’identità del proprio servo Ruy Blas con quella del nobile Don Cesare, lo introduce a corte con lo scopo non dichiarato di farlo diventare amante della sovrana. Ruy Blas, ignaro degli intenti del suo padrone Don Sallustio, accetta lo scambio e veste i panni di Don Cesare perché è l’unico modo, per lui, di avvicinarsi alla Regina di cui è profondamente innamorato.

Il rispetto pedissequo della trama in quattro atti (a cui si accompagna quello filologico per il linguaggio che seppure rimodernato rimane in rima) si incastona però in un’impalcatura che di rispettoso non ha nulla. Gli attori salgono sul palco e tornano a sedersi fra il pubblico. Il narrato si inserisce fra le battute e le anticipa, le spiega, le riassume. La quarta parete, ormai sdoganata, lascia spazio a vere e proprie riflessioni critiche sullo spettacolo in corso in cui gli attori arrivano al limite estremo di riacquistare per un secondo il proprio nome.  Insomma, la regia di Marco Lorenzi non rispetta le regole. E, senza regole, è difficile negoziare un discorso comune. Bisogna avere la pazienza (e il coraggio) di mettere in discussione ogni equilibrio precedentemente dato, accettare la sfida della finzione dichiarata e – nonostante questo – non smettere di costruire quella complicata rete di ipotesi, emozioni e pensieri che del teatro è la materia fondante.

Ci sono dati degli strumenti, delle coordinate per muoverci nella fluidità di questo Ruy Blas?

Sì. Fra il secondo e il terzo quadro la storia si interrompe. Ci viene detto:

Dopo la prima messa in scena, Victor Hugo aggiunge al suo dramma una prefazione. Nella prefazione parla del pubblico in sala. Afferma che esistono tre tipologie di spettatori: quelli che prediligono l’azione (in questo caso una storia di intrighi e tradimenti), quelli che prediligono i sentimenti (in questo caso il grande amore impossibile fra il servo e la regina) e quelli, invece, che prediligono le idee e i ragionamenti. 

Mi identifico senza fatica nella terza categoria. Ma quali sono queste idee? La spiegazione continua:

Per noi Ruy Blas parla di identità. Dell’essere determinati non dal proprio nome, ma dalle proprie azioni.

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Sono d’accordo, ma non è abbastanza. Sì, sulla scena Ruy Blas è un servo che grazie a un cambio di abiti può dimostrare il proprio valore. Può diventare primo ministro, può legittimamente amare una regina. Era già tutto dentro di lui? E cosa determinava, allora, il suo essere servo?

Sono domande fondamentali, ma il gioco di specchi che Il Mulino di Amleto sa costruire è ben più complesso. Ruy Blas è personaggio sulla scena, ma personaggio portato dalla carne di un attore, attore indistinguibile da me, che si siede al mio fianco, che porta gli stessi vestiti.

E allora cosa lo autorizza a salire sul palco? Che differenza c’è: io fuori lui dentro? Cosa mi sta comunicando, che cosa ci stiamo spartendo fra le righe di un’opera scritta in un’altra lingua quasi duecento anni fa e ambientata trecento anni più indietro?

E ancora: io, spettatore, che cerco?  Mi bastano davvero i ragionamenti generali, i discorsi sull’identità? E perché non posso evitare di emozionarmi, perché non posso fare a meno di sentire che qualcosa di vivo mi rimbomba dentro? Esiste una radice comune?

Il gioco di ruoli che Il Mulino di Amleto sa costruire non può rimanere sulla scena spoglia e sconsacrata: inesorabile, mette in questione tutto quanto il pubblico, spettatore per spettatore. Ruolo, identità, funzione sociale. Relazioni, coraggio, insicurezze.

Sul palco o meglio intorno ad esso, senza prenderci troppo sul serio, senza nemmeno cambiarci d’abito, ci siamo tutti. Per parlare, ancora prima di Ruy Blas, di teatro e, ancora prima di teatro, di uomini.

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