ANTEPRIMA: “The Ballad of Buster Scruggs” (J. & E. Coen) – Premio Osella per la miglior sceneggiatura (Venezia 75)

Inizialmente pensato per essere una miniserie televisiva in sei episodi, The Ballad of Buster Scruggs si presenta come un film antologico sui generis, che raccoglie storie ispirate alle leggende della frontiera americana, volendo scrivere una nuova pagina di quella che è la “mitologia classica” degli Stati Uniti. Questo film è stato subito etichettato dalla critica come un western che vuole recuperare il gusto dei film antologici italiani anni ’60; entrambe queste definizioni, una volta che ci si immerge nella pellicola, risultano fortemente fuorvianti e decisamente da rivedere.
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Innanzitutto, se è vero che i racconti presentati in The Ballad hanno molto in comune con la tradizione del genere western, allo stesso tempo faticano a incastrarsi del tutto con i canoni classici: esiste una sottile linea di demarcazione tra le ballate americane tradizionali e le atmosfere western, e il film dei Coen ricalca molto di più le prime che le seconde. Non è facile concretizzare appieno con esempi puntuali dove si situi questa linea di demarcazione, ma si può iniziare a individuarla in due caratteristiche principali: per prima cosa, molto più che nell’western, le ballate americane presentano contaminazioni etniche e culturali; lo humor ebraico dei Coen si sposa perfettamente con quel tipo di racconto oscuro che caratterizza la tradizione americana, lasciando inoltre spazio a uno sterminato catalogo di sguardi possibili (dal teatrale al naturalistico, passando per il musical e addirittura l’horror “sussurrato”); in secondo luogo, dove il genere western si basa su un substrato di materialistica concretezza, la ballata americana tradizionale è invece il posto in cui l’occulto e il mistico si sposano con i fatti di cronaca: come ha detto Greil Marcus nel suo “Quella Strana Vecchia America”, negli Stati Uniti c’è stato un tempo in cui un qualsiasi fatto di cronaca, molto spesso nera, era in grado di trasformarsi in mitologia, ed è proprio questa la sensazione con cui i Coen permeano i racconti del loro film.
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Anche il paragone con i film antologici italiani regge a fatica, più che altro perché i Coen attingono a una tradizione che nasce e si sviluppa anch’essa come antologica, senza il bisogno di andare a disturbare stili che non coincidono con le radici americane. The Ballad of Buster Scruggs, infatti, si rifà a un lungo filone narrativo degli Stati Uniti che prende il via dai primi racconti di frontiera (che hanno creato personaggi mitici come Jessie James o Billy the Kid), mischiatosi poi alle atmosfere mistiche del Blues e alle storie delle migrazioni negli anni della Dust Bowl. I Coen hanno ricalcato oggetti di culto per la cultura folk americana come l’Anthology of American Folk Music e i vari canzonieri di Woody Guthrie, Robert Johnson e altri padri della mitologia statunitense.
La cosa interessante di questo film sta proprio nel suo porsi come nuovo mattone del mito americano. Gli Stati Uniti non possono vantare la plurimillenaria tradizione del Vecchio Continente, perciò il loro folclore è ancora un ferro caldo da poter plasmare; come fece già Bob Dylan sul finire degli anni ’60 con The Basement Tapes (raccolta di registrazioni “casalinghe” eseguite insieme a The Band che ricalcano lo stile tradizionale infarcito anche qui, non a caso, con massicce dosi di humor ebraico), i Coen inventano qui sei nuove storie che possono tranquillamente essere tratte da racconti tradizionali e, allo stesso tempo, essere accadute realmente in quell’America impossibile che è l’America della frontiera.
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Passando ora a uno sguardo prettamente filmico, questa pellicola si dimostra perfettamente in grado di conciliare in sé sei atmosfere differenti, pur tenendole ancorate a un linguaggio visivo e, soprattutto, sonoro comune, come se nel guardarli leggessimo racconti scritti da uno stesso autore, ma ambientati in contesti differenti. Il cast davvero d’eccezione, inoltre, non fa altro che rendere ancor più credibili e individuali i personaggi di ogni racconto, mettendoli al pari di personaggi mitici della tradizione americana come Black Jack Davey o Stuck A-Lee. Il film, per la maestria dimostrata nel realizzare un affresco di sei racconti così diversi, completi e individuali, ma allo stesso tempo coerenti e ben radicati a una stessa tradizione, si è dimostrato degno di vincere il premio come miglior sceneggiatura in gara alla Settantacinquesima Mostra di Arte Cinematografica di Venezia.
In sostanza i Coen hanno nuovamente dimostrato come il loro sguardo, ben riconoscibile e apprezzabile, possa diventare sempre più il filtro moderno attraverso cui leggere e raccontare la storia e la tradizione di un’America in divenire.
Il film sarà disponibile su Neflix (casa produttrice della pellicola) dal 16 novembre.

Letture e ascolti consigliati:
  • W. Guthrie, Bound For Glory
  • G. Marcus, Quella Strana Vecchia America
  • B. Dylan, Chronicles Vol.1

 

  • B. Dylan, The Basement Tapes
  • W. Guthrie, The Very Best of
  • H. Smith, Anthology of American Folk Music
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