Paul Greengrass e il terrorista della porta accanto: “22 luglio”

“Quanto del futuro del mondo risiede nelle azioni del singolo?”; è questo che sembra chiedersi Paul Greengrass nel trasporre sullo schermo gli eventi sanguinosi del 22 luglio 2011 sull’isola di Utoya in Norvegia.

L’estremista di destra Anders Behring Breivik (interpretato da Anders Danielsen Lie) è alle prese con i preparativi di quella che lo spettatore sa già essere la più grande strage mai avvenuta in terra norvegese: un Paese conosciuto come uno tra i più evoluti al mondo anche sul fronte delle leggi sull’immigrazione e delle politiche d’integrazione, e che, ancora nel 2016, è risultato il terzo Paese europeo per numero di rifugiati ogni 1000 abitanti. Pronto a smentire questa immagine della sua patria, Breivik – senza alcun complice – lancia in rapida sequenza due attacchi simbolicamente molto espliciti: il primo è un ordigno piazzato sotto la sede del governo norvegese, il secondo è diretto alle nuove generazioni, le prime a rappresentare il multiculturalismo in modo concreto. Dopo l’esplosione a Oslo, l’attentatore, infatti, approda armato sull’isola di Utoya, dove si tiene il campo estivo dei giovani del partito laburista norvegese.

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L’intero racconto della strage viene condensato dal regista nei 40 minuti iniziali del film, realizzando una sorta di macabro prologo. Di per sé la ricostruzione della tragedia, presentata in modo così prematuro, non raggiunge un forte climax emotivo: siamo alle scene iniziali e lo spettatore non ha ancora sviluppato nessuna empatia per i personaggi, verso cui prova compassione solo perché è già a conoscenza di cosa succederà loro da lì a poco. Questo aspetto porta il film ad avere una falsa partenza: a una quindicina di minuti dall’inizio ci si trova davanti a quello che sembra un adattamento cinematografico di serie B di un fatto di cronaca struggente, con una fotografia “teutonica” e dei personaggi asettici.

Se l’assenza di elementi finalizzati al coinvolgimento emotivo dello spettatore durante le scene di estrema violenza può essere considerata in alcuni casi una scelta stilistica interessante (esempio lampante ne è Elephant, di Gus Van Sant, che nel 2003 mise in scena il massacro della Columbine High School con una depersonalizzazione totale degli eventi realizzando un’opera che gli valse la Palma d’oro a Cannes), in 22 luglio l’uso di una musica incalzante e le interpretazioni dei protagonisti ci fanno capire che non è questo l’obiettivo del film, togliendo mordente alla parte iniziale. Quello che però si evince con l’inizio della seconda parte è che non è alla strage che il regista vuole farci rivolgere l’attenzione, ma a tutto ciò che ne deriva.

Con l’arresto di Breivik il registro cambia e la linea narrativa si sdoppia, seguendo parallelamente la riabilitazione di Viljar (Jonas Strand Gravli), uno dei ragazzi che ha riportato gravi ferite dopo l’attentato, e le vicende legali che coinvolgono l’attentatore e che si concluderanno con il processo.

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Tutto il film si porta su un piano più intimista e riflessivo. Alcuni interrogativi nascono spontanei: “Come comportarci quando la nostra vita cambia in modo irreversibile?”, “Come affrontarne le conseguenze?”. La regia segue questo viaggio introspettivo nei personaggi anche tecnicamente, avvicinando la camera agli attori. Se nella prima parte del film trovava posto qualche campo medio o lungo, ora le inquadrature si soffermano quasi unicamente sui primi piani dei personaggi. “Dove trovare la forza per ricostruire”il nostro futuro?”, “Come fare per non rendere le proprie azioni vane?”.

Quello che ottiene Greengrass scavando nell’anima dei suoi personaggi è un parallelismo tra le personalità dei singoli e la Nazione. Ognuno dei personaggi (l’attentatore, la vittima, l’avvocato, il primo ministro) non rappresenta un’identità singola ma è specchio di un campione più o meno numeroso della popolazione. Il messaggio viene esplicitato durante un colloquio dell’attentatore con il suo avvocato, che, estenuato dalle idee del giovane assassino, gli ricorda che non è la Norvegia ad essere sotto accusa. Eppure il dialogo si chiude con un interrogativo: “Norway isn’t on trial”, “Are you sure about that?”.

È qui che 22 luglio smette di essere il racconto di una strage e si pone l’obiettivo più alto di raccontare una realtà sociale, riflettendo sulla condizione del singolo all’interno della comunità. In un momento storico in cui temi come terrorismo e immigrazione sono più che mai da trattare con delicatezza, Greengrass sceglie di realizzare un lavoro che, pur utilizzando un registro distaccato, riesce ad offrire non pochi spunti di riflessione.

Il regista schiera su fronti opposti un uomo che uccide a sangue freddo 77 persone (con quello che ritiene essere un puro atto di sovversione volto a perseguire i propri ideali politici) e un giovane (Viljar) che, seppur spezzato fisicamente e mentalmente dall’esperienza vissuta, con stoica resilienza non smette di credere nell’ideale di un mondo unito e di un futuro migliore. Ma al di là di queste incarnazioni quasi stereotipate del Male e del Bene quello che è più interessante osservare sono le reazioni dei personaggi secondari: c’è chi condanna fermamente l’assassino, chi gli serberà odio e rancore per il resto della sua vita, chi (il suo avvocato), seppure inorridito dalle sue azioni, acconsente a difenderlo per “dovere professionale” e anche chi (sua madre), pur non giustificando le sue azioni, si trova a dargli anche qualche ragione (“He’s kind of right though, isn’t he? The way the country’s going… It’s not like it used to be.”). Ogni sfumatura ideologica, dunque,  trova nella narrazione un suo spazio.

Nonostante l’uso di una regia piuttosto fredda e distaccata, con 22 luglio Greengrass riesce a dare un quadro onesto di quelle che sono le ideologie caratterizzanti dell’Europa del XXI secolo, lasciandoci alla fine del film con l’immagine di un’umanità confusa e spaventata da una realtà non certo sorridente, ma dove ancora arde una fiammella di speranza.

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