Canone effimero – Il canto come resistenza
/cà·no·ne/, sostantivo maschile, schema cui ci si riferisce come regola di un’arte.
/ef·fì·me·ro/, aggettivo, di breve durata, labile, caduco.
Attraversando uno specchio d’acqua, se ci si guarda indietro, si possono ammirare i segni del nostro passaggio, seppure provvisori. Ma qualcosa sarà sicuramente cambiato dopo il nostro intervento, dopo il segno dell’allievo sullo strumento intagliato dal maestro perché diventi anche un po’ suo, dopo il contributo della generazione che succede alla precedente. Come quando nel creare si fa una citazione, un omaggio, si prende in prestito. Gianluca e Massimiliano De Serio, realizzando il loro Canone effimero (presentato alla Berlinale 2025), devono certamente essersi soffermati sui titoli di testa di Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini se, come il grande cineasta-poeta, anche loro iniziano con la vocalizzazione dei nomi della troupe. Segue l’apertura su una foresta immersa nella neve, apparentemente disinnescata da un vero e proprio riquadro. A ben vedere, le foto in formato 1:1 (per capirci, quelle quadrate che troviamo sui social network) al giorno d’oggi rappresentano la più comune forma di immagine fruita dalle persone quotidianamente. E a pensarci meglio, potrebbe risultare la più diffusa e quindi la migliore, nel presente e nel prossimo futuro, forma di condivisione del sapere. È forse per questo motivo che si è scelto di girare così un film sulla memoria ma anche sull’immagine?

Infatti, afferendosi alla caducità suggerita dal suo titolo, l’opera riflette non tanto sul peso quanto sulla forma del ricordo in quanto trasmissione orale di sentimenti. Il film, nel suo lirismo documentale, fotografa “11 ritrovamenti”, undici storie di musica e oralità tradizionale che persiste in altrettante località dello stivale italiano, e sembra sempre domandarsi come sia possibile registrare qualcosa che non si può vedere ma che esiste nonostante tutto. Una sfida che il cinema ha accettato fin dai suoi albori, fin dai fratelli (!) Lumière con le loro “vedute”. Che cosa resta di quelle istantanee in movimento? Del mondo che raccolgono? I De Serio sanno che la ripresa cinematografica deve essere in grado di cogliere l’attimo senza rinunciare al punto di vista, dimostrando una consapevolezza e magari esprimendo dei valori. Il film lo fa stringendo il campo dell’inquadratura nello spazio asfittico, si direbbe didascalico, della quasi-verticalità, riducendo al minimo le distrazioni intorno al soggetto in scena, un po’ come le foto dei defunti sulle tombe.

Ma è proprio a partire da questa chiusura che i due registi trovano la vitalità del reale e ne guidano la reviviscenza, come quando osserviamo un anziano signore che legge poesie davanti a una finestra che dà sulla campagna, regalandoci un insperato punto di fuga dall’apatia del contemporaneo e riconoscendo con l’autore di quei versi che «Chi non canta non conosce i segreti di questa vita». Altra parola d’ordine del film è certamente “resistenza”, non solo in quanto perdurano contenuti collettivi, comunitari, a partire da esperienze personali, ma anche in relazione alla capacità dell’arte di sintetizzare in stilemi espressivi una spinta creativa inspiegabilmente urgente, anche e soprattutto a partire da materiale di cui non si ha esperienza diretta ma di cui si intende comporre una formula universale. A tale proposito, e in relazione all’apporto fondamentale di Canone effimero dei fratelli De Serio, risuonano le parole dello scrittore afroamericano James Baldwin sul senso della memoria: «Accettare il proprio passato non è la stessa cosa che annegarvi; è imparare a usarlo».
Qui il trailer di Canone Effimero:
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