The End of Oak Street: non ci restano che i dinosauri
David Robert Mitchell torna a raccontare le province americane con il suo film a più alto budget e per farlo ci porta ad Oak Street, dove il sole è sempre caldo e avvolgente, le famiglie giocano per strada e le giornate scorrono tranquille. I coniugi Denise (Anne Hathaway) e Greg (Ewan McGregor) conducono una vita a prima vista serena. È un equilibrio apparentemente perfetto, costruito sulla capacità di comportarsi come se nulla fosse, mettendo da parte ciò che non funziona: anche i punti di contrasto tra i vari personaggi – un vicino che si lamenta del cane che abbaia o il padre di famiglia che non ammette di essere stato licenziato – vengono facilmente dimenticati grazie a una buona cena in compagnia. Proprio per questo Oak Street, luogo che ancora una volta ripesca dall’immaginario degli anni ’80 e da un’estetica di chiara ispirazione spielbergiana, è un coacervo di tutti quegli elementi che rendono contraddittoria la realtà americana. Un luogo familiare e rassicurante costruito su immagini che appartengono alla memoria collettiva, ma che nasconde sotto la propria superficie una serie di crepe sempre più difficili da ignorare.

Da una parte, la famiglia geometricamente perfetta nella sua composizione di padre, madre, due figli e un cane, le case con la staccionata bianca e il prato falciato, le nuove ragazze del vicinato: un’immagine talmente ordinata da sembrare quasi una pubblicità, dove ogni elemento sembra trovarsi esattamente al posto giusto. Dall’altra, l’alcool nascosto tra gli attrezzi del garage, una madre che scrive di nascosto un libro in cui riversa tutta la sua voglia di fuggire e i bulli che si inseguono in bici. Se negli anni ’80 tutto ciò bastava di per sé a creare una bomba pronta a esplodere nei suoi mille punti di tensione, l’uomo del XXI secolo ci ha fatto l’abitudine. La crisi familiare, la paura, la violenza, l’insicurezza economica e il senso di precarietà sono diventati talmente quotidiani da non riuscire più, da soli, a interrompere la nostra routine. Per ignorare il problema non basta più mangiare una tazza di latte e cereali o ascoltare il nuovo brano pop alla radio.

È proprio in questo spazio tra ciò che conosciamo e ciò che non vogliamo vedere che David Robert Mitchell si inserisce, ponendosi al confine tra l’emulazione del cinema di quel periodo e la riflessione sullo stesso. L’estetica degli anni ’80 non viene utilizzata soltanto per ricostruire un mondo perduto o per suscitare nostalgia nello spettatore, ma per mettere in discussione ciò che quell’immaginario continua a rappresentare nel presente. Non si tratta più di ricreare i dinosauri attraverso il loro DNA per creare un parco a tema: la minaccia appare all’improvviso e in maniera inspiegabile proprio all’interno del tessuto sociale cittadino di Flowervale, tranquilla e immaginaria provincia borghese nello stato del Michigan. Ed è interessante notare che per risvegliare le tensioni familiari dal letargo non si scelga la guerra, un’epidemia o un disastro naturale, ma il dinosauro: una creatura che appartiene contemporaneamente alla realtà e alla fantasia, alla storia naturale e all’immaginario cinematografico. Il dinosauro è qualcosa che non dovrebbe essere lì, e proprio per questo riesce a rompere con una violenza improvvisa quella quotidianità che fino a un momento prima sembrava indistruttibile. Lo stato geopolitico, sociale e climatico attuale pone il dinosauro come unico elemento al tempo stesso corporeo e immaginario, reale e fantastico, in grado di minacciare il sopore di un mondo che non vuole più affrontare i propri problemi. È una minaccia talmente assurda da diventare, paradossalmente, l’unica capace di rendere visibili tutte le altre. Di fronte a qualcosa che non può essere ricondotto alla normalità – la comparsa improvvisa di T-Rex e stegosauri al centro di Oak Street, che evoca l’eco di un 11 settembre mai sbiadito nella memoria collettiva – anche ciò che per anni è stato accettato come naturale e ordinario torna improvvisamente a essere percepito come problematico. Proprio qui risiede la volontà di un cinema che non fa più degli anni ’80 il luogo della nostalgia, ma il tessuto emotivo e culturale condiviso da cui prelevare gli elementi per scuotere le coscienze.

Se basta un programma in TV per dimenticarsi che mamma e papà vogliono divorziare, allora anche il lieto fine appare come un inganno ben celato agli occhi dello spettatore. Se una famiglia può tornare alla propria quotidianità dopo aver visto qualcosa di tanto assurdo, forse è perché quella quotidianità era già costruita sulla rimozione. Il lieto fine, allora, potrebbe essere soltanto l’ennesima forma di anestesia. Un altro modo per convincersi che tutto sia tornato al proprio posto, che la casa sia ancora in piedi, che la famiglia possa nuovamente sedersi a tavola e che il prato possa essere tagliato come ogni altro giorno. Perché se è vero che le immagini hanno sempre meno potere sull’essere umano, forse il vero orrore non sta nella comparsa dei dinosauri, ma nella possibilità che, dopo averli visti, si possa continuare a vivere come se non fossero mai esistiti.

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