Minerva – La scuola è la nostra risposta a Élite (ma ha un grande fardello morale)
Dalla visione di Minerva – La scuola, il nuovo teen drama Netflix disponibile dal 22 settembre, ne sono uscita con una consapevolezza inaspettata: i licei militari sono quanto di più simile abbiamo nel contesto italiano alle confraternite che da sempre definiscono la nostra idea del sistema scolastico statunitense. Ovviamente cambiano i costumi e gli argomenti di molte lezioni, ma a rimanere sono le gerarchie di potere autoimposte che evadono dal sistema professore-alunno e usano come unico criterio l’anno che si frequenta e per aiutare a onorarle vi sono tradizioni pronte a distruggere gli anelli più fragili o a omologare le voci fuori dal coro. Il liceo militare diventa per Minerva un modo per prendere molte delle dinamiche sociali che già tradizionalmente troviamo tra le mura scolastiche (vedi bullismo, misoginia, omofobia e tanto altro) e portarle all’estremo in un contesto straordinario del quale però conosciamo già bene le regole.
Se le dinamiche interne – soprattutto in ottica di teen drama scolastici – appaiono abbastanza familiari, il liceo militare rimane un’istituzione nebulosa e austera, carica di obblighi e di responsabilità, e nessuno dei protagonisti di Minerva – La scuola sa a cosa andrà incontro. C’è chi come Camilla (Margherita Buoncristiani), una viziata ragazza milanese, vi è entrato per costrizione genitoriale nel tentativo che quella scuola funga da riformatorio e corregga i comportamenti spericolati, c’è chi come Vincenzo (Biagio Venditti) usa il Liceo Minerva per proseguire la tradizione familiare e chi c’è entrato per necessità, perché Salvo – e dopotutto ormai se seguiamo Elite e similari dobbiamo aspettarcelo – sta indagando sul suo migliore amico Francesco, un tempo studente della scuola e poi sparito nel nulla e crede che gli studenti e i professori possano saperne qualcosa.

Nemmeno la serie stessa ha un’idea precisa dell’immagine che vuole far passare del liceo militare, anche perché sa di percorrere quello che eufemisticamente potremmo definire un pendio con un’inclinazione di 45° ricoperto di ghiaccio: son “tre anni alle spese del Ministero della Difesa”, non necessariamente destinati a portarti tra le fila dell’esercito ma che ti porteranno sicuramente un lavoro e un buono stipendio. Quando gli alunni escono dalla scuola devono portare la divisa, come impiegati in una ricostruzione storica in mezzo alla quotidianità altrui.
Con un’ambientazione sospesa tra ultimo caposaldo in un’Italia che ci dovremmo lasciare alle spalle e ultima possibilità di riscatto, la serie si trova però con un fardello etico e morale molto pesante sulle spalle: per quanto ovviamente il liceo militare sia una rarità e non la norma nel contesto italiano – sono solo quattro in totale (abbastanza chiaro che Minerva si ispiri direttamente alla scuola militare per l’esercito Nunziatella di Napoli) – mostrare la militarizzazione della scuola italiana nella sua forma più primitiva sullo schermo, specialmente confezionata nella facile veste del teen drama, significa veicolare una violenza sospesa tra mille contraddizioni dove ciascuno spettatore trova la morale che più trova conveniente per la visione del mondo.

Un personaggio dice che la violenza “fa smettere di essere vittima” e subito dopo viene tacciato con un “non è una grande morale”, l’imposizione delle tradizioni è un modo per coprire e normalizzare la violenza perpetrata dagli anziani (intesi come i membri più maturi del corpo studentesco) e difatti la serie talvolta punta più il dito verso il modo in cui aiuta a perpetrare le gerarchie sociali e difficilmente affronta la violenza sotto la luce della politica, limitandosi a slideshow di immagini generiche della guerra o sottolineando che un personaggio è veterano della guerra in Afghanistan, e questa è una semplificazione estremamente rischiosa.
A livello di posizionamento nell’offerta italiana di Netflix, Minerva – La scuola si propone come una risposta a Élite mixata con Mare Fuori (con cui condivide una buona parte del DNA produttivo e in fondo il passaggio dal carcere al liceo militare è forse più piccolo di quello che pensavamo). Al centro vi sono sempre teenager imbellettati e privi di scrupoli che fanno i conti con le aspettative del mondo mentre indagano su un mistero molto più grande e ingombrante del previsto ed esplorano i primi amori e incomprensioni. Non aiuta però che la serie sembri disinteressata alla maggior parte dei suoi personaggi, al di fuori di Salvo che funge spesso da motore dell’intera storia con la sua ricerca di Francesco. Le motivazioni che guidano i protagonisti cambiano in fretta, nessuno è mai davvero condannabile perché non sai mai cosa sta vivendo e altre espressioni di cortesia che ti insegnano su Tumblr, la recitazione è legnosa e forzata in uno dei generi dove la naturalezza – oltre che la chimica tra personaggi che dovrebbero essere amici – è fondamentale. Una rivelazione in particolare verso la fine della serie porta alla mente Tredici con quelle scene violente e crudele che anni addietro fecero talmente discutere, ma la paura è che venga vista come una tragedia isolata e non come frutto di un odio sistemico. Minerva – La scuola propende verso il testo argomentativo in cui difende la presenza dei licei militari in italiani più che essere quello che semplicemente dovrebbe essere: una serie che vede i suoi protagonisti vivere e crescere e non usarli come bussole di una lezione morale.
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