15/18 (A Place to Heal) – Ragazzi interrotti
15/18 (A Place to Heal), in concorso a Venezia 83, è un intenso dramma corale che indaga le ferite e le storture della società francese contemporanea, osservando da vicino e con sguardo analitico lo stato della sanità pubblica e in particolare del sistema di cura della salute mentale. Dopotutto, quale indice migliore dello stato di salute di una società del modo in cui tratta e si rapporta alla malattia mentale?
Cédric Kahn ci porta dentro un reparto di neuropsichiatria infantile che accoglie adolescenti di età compresa tra i 15 e i 18 anni – da qui il titolo del film- le cui vicende personali si svolgono quasi interamente all’interno delle mura del reparto, uno spazio isolato e separato del mondo esterno che i ragazzi osservano e commentano da una grande finestra. Ma è proprio la somma di queste storie personali, accomunate tutte dalla stessa condizione di dolorosa fragilità, che permette di trascendere la dimensione individuale e di trasformare il microcosmo del reparto, il suo sistema di regole e di relazioni, in uno specchio dell’intera società.
È Lucia, irrequieta diciassettenne con un passato di abusi familiari, a introdurci nell’ospedale, dove viene scortata dalla polizia per l’ennesimo ricovero. Qui ritrova vecchie amicizie e conoscenze: Eloïse, Yasmine, Camélia, Ulysse e André sono solo alcuni dei ragazzi e delle ragazze che incontriamo e di cui seguiamo la terapia, i colloqui clinici, gli incontri e le telefonate con le famiglie, i momenti di crisi e quelli di svago negli spazi comuni. Attraverso una struttura a mosaico, Cédric Kahn ricostruisce una tipica giornata all’interno del reparto, dalla somministrazione mattutina delle medicine fino alla sorveglianza notturna, rendendo lo spettatore parte del team di medici, infermieri, educatori e OSS che si prende cura dei ragazzi.
Pur mostrandoci le difficoltà di un personale costantemente sotto pressione e il forte peso emotivo di un lavoro che impone un confronto continuo con la sofferenza e il disagio psichico, l’attenzione della macchina da presa rimane costantemente sui ragazzi, osservandoli tanto nei momenti terapeutici quanto nelle molte occasioni di complicità e nello stretto intrecciarsi di relazioni che si costruiscono all’interno della struttura. Attraverso questa coralità di storie, Kahn restituisce così tutta la complessità dell’adolescenza, un’età sospesa, in continuo divenire, dove impulso di morte e desiderio vitale coesistono in una contraddizione apparentemente inconciliabile.

La svolta narrativa arriva quando in reparto viene ricoverato un nuovo ragazzo, Enzo, che diventa presto il centro del complesso sistema di relazioni ed equilibri all’interno della comunità e innesca una serie di eventi a catena, dai tratti drammatici e, a tratti, farseschi che condurranno a un tentativo di fuga verso quel mondo esterno desiderato e temuto insieme.
Se la prima parte della pellicola colpisce per il taglio quasi documentaristico che Kahn imprime alla narrazione, raccogliendo il frutto di un approfondito lavoro di ricerca condotto dal regista insieme alla sceneggiatrice Kahina Le Querrec, il film sembra perdere progressivamente la compattezza e la lucidità iniziali. Il materiale raccolto dai due durante il periodo trascorso in un vero reparto psichiatrico viene rielaborato trasformandolo in finzione, ma ne conserva il tono diretto e privo di fronzoli. Quando il regista abbandona, però, l’osservazione della vita quotidiana in reparto per concentrarsi sull’evolversi delle relazioni tra i ragazzi e, soprattutto, la dimensione corale lascia progressivamente spazio alla vicenda di soli due personaggi, restringendo lo sguardo, la struttura si fa più frammentaria e il film sembra perdere parte della propria forza propulsiva.
Rimane, soprattutto nella sua prima parte, il racconto rigoroso di un tema sempre più attuale e dibattuto, affrontato senza patetismi né facili tesi, secondo un approccio che trova una sorta di dichiarazione di intenti nelle parole del primario del reparto, Etienne, interpretato dallo stesso Kahn: la parola diretta può davvero avere un potere terapeutico.
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