In Front of the Camera – Il fumetto italiano che ha raccontato il cinema tra le due Guerre
Come abbiamo spesso ricordato anche qui su Birdmen, i due mondi del Cinema e del Fumetto amano dialogare fin dalla loro nascita – avvenuta tradizionalmente nello stesso anno, quel fatidico 1895 – e sanno contaminarsi, rappresentarsi e mettersi in discorso reciprocamente. Nonostante questo, sono pochi gli studi sistematici che vadano ad indagare in modo attento questo rapporto nell’effettivo, sfogliando materialmente le pagine di quei fumetti che hanno voluto raccontare e rappresentare il mondo del cinema (spesso si pensa alla direzione inversa). È invece uno dei temi fondanti della ricerca di Massimo Bonura, che nel suo ultimo lavoro – In Front of the Camera, edito da Brill – passa in rassegna una considerevole casistica in cui il fare cinema è stato per un motivo o per l’altro oggetto narrativo dei fumetti in Italia tra le due Guerre, attraverso una costellazione di personaggi e una peculiare percezione del mestiere cinematografico.

Il lavoro di Bonura si dipana in un periodo – gli anni ’30 e ’40 – in cui l’industria creativa italiana era sì sotto il regime fascista, quindi estremamente incoraggiata a rappresentare l’italianità nel modo più celebrativo possibile, ma era altresì affascinata dall’immaginario americano, da cui attingeva apparentemente senza troppi problemi per contaminare e arricchire il proprio tessuto culturale. È così che in modo molto artigianale – e brillantemente artistico – prendevano vita alcuni albi a fumetti dall’estrema forza immaginifica, spesso nati per l’incoscienza di editori avventurosi, altre volte per la lungimiranza di chi vedeva – per esempio in un certo Mickey Mouse, all’epoca “appena nato” – una garanzia per gli anni a venire. Tuffandosi appieno in questo vivissimo panorama storico, Bonura svolge una ricerca ben precisa, indagando il ruolo che i mestieri cinematografici hanno nelle storie di quegli anni.

Il risultato è un’avventurosa scoperta di storie rarissime, con personaggi spesso dimenticati, di cui Bonura ricostruisce con attenzione la storia editoriale e creativa. Così, a fianco di icone come Pinocchio – a cui è dedicato un intero affascinante capitolo – incontriamo “animali” come Panterino o Scimmiottino e personaggi umani come Filmino, Ricciolino o Tuttopepe. Abituati oggi a nomi come Topolino e Paperino, è strano immaginare come potessero allora convivere con un’intera popolazione di “ini” di cui si è quasi persa la memoria. Eppure il lavoro di Bonura, con il pretesto di descrivere unicamente le storie in cui i protagonisti affrontano ruoli filmici, riesce ad aprire una finestra su un universo editoriale vastissimo, di cui si conosce troppo poco e di cui è molto complesso venire altrimenti a conoscenza.

Gli albi di cui tratta Bonura sono infatti estremamente rari, conservati in pochissimi archivi e quindi il suo lavoro di ricerca è oggi una delle pochissime testimonianze dirette di chi ne ha saputo e potuto saggiare i racconti e le immagini. La speranza è che ricerche come questa spingano le istituzioni che conservano questi fumetti a digitalizzarli e a renderli disponibili, perché al loro interno è contenuta un’immagine molto ben leggibile della società dell’epoca: quello che infatti traspare dall’analisi che Bonura fa del ruolo del cinema in queste storie, è il ruolo che l’industria cinematografica stava avendo tra gli anni ’30 e ’40 nell’impianto culturale e sociale del Paese, anche quando il cinema compare in storie comiche come solo pretesto narrativo.

Arrivati alla fine del saggio, che si propone come lavoro di stampo internazionale aperto ad una più vasta ricerca, si resta meravigliati di fronte a una parentesi culturale del nostro Paese in cui la grande proliferazione di albi e di artisti avrebbe poi portato l’Italia ad essere riconosciuta a partire da quegli anni come una delle patrie del fumetto come mestiere – si pensi all’importanza globale di Disney Italia – e del cinema come linguaggio artigianale. La speranza è che Brill faccia un salto ulteriore con le future edizioni del libro integrandovi all’interno foto e scansioni degli albi raccontati, perché l’immaginario presentato è talmente affascinante e al momento poco conosciuto che è un peccato faticare per trovarne il riscontro iconografico. In ogni caso, il lavoro di ricerca di Bonura resta prezioso e lo studioso è sempre più abile nel far dialogare due forme d’arte ricchissime di storia e di punti di contatto, spesso insospettati, ma estremamente affascinanti.
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