A Camp Miasma arriverà la Morte e mi farà urlare di piacere (finalmente)
A tuttə noi è capitato di vedere un film non adatto alla nostra età, spesso per curiosità masochista o altre volte per costrizione altrui. Ci trovavamo davanti alla televisione a dieci anni e vedevamo qualcosa su cui campeggiava il bollino rosso, perché era spericolato farlo e quello che poteva rimanere impresso sulle nostre pupille e marchiare il nostro intero immaginario per sempre poco ci interessava. Potevamo essere liberə di esercitare il piacere voyeuristico del cinema per la prima volta e magari, mentre flirtavamo con un’incombente trauma, potevamo usare quelle immagini per capirci meglio.
Nel caso di Kris Williams (Hannah Einbinder della splendida serie comedy Hacks), la protagonista del nuovo film di Jane Schoenbrun (nonché il primo ad avere una reale distribuzione cinematografica nel nostro paese grazie a MUBI) Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte, appassionarsi al cinema horror e in particolare al genere slasher in giovanissima età ha significato un’interferenza nella sua crescita come persona sociale. Per lei le teste mozzate dalla lancia di Little Death, lə principale “cattivə” – se così si può definire una vittima che diventa carnefice – del franchise di Camp Miasma, hanno cessato di essere spaventose e sono ormai un conforto, parte di un universo in cui rintanarsi e dove è semplicemente libera di essere. A un tentativo di flirt con una commessa preferisce parlare al telefono di quanto sia stata fortunata a trovare l’ennesimo cimelio per la sua collezione. Se la frase che aveva accompagnato il rilascio in home video del primo capitolo del franchise recitava «Se diventa troppo reale, puoi sempre spegnerlo», Kris ha perso la vista di quel pulsante di spegnimento da molto tempo.

È anche un bene perché Camp Miasma è diventato ora il suo lavoro: affermatasi nel cinema con una rivisitazione di Psyco dal punto di vista della tenda della doccia, la “Sundance darling” ha ricevuto l’incarico di resuscitare una IP zombie, un franchise che ha perso tutto l’interesse che ci poteva essere attorno ma nell’epoca dei remake tutto può essere un’opportunità. Kris è ben conscia del perché è stata scelta: è una persona queer, nonbinaria e poliamorosa, archetipo per i piani alti dell’industria del cosiddetto fenomeno “woke” (non la settimana giusta per tirare fuori questa parola) e di conseguenza capro espiatorio di tutti i peccati passati di Camp Miasma. Se il primo capitolo con la sensibilità del 2026 era considerabile come problematico a causa della sua latente transfobia, Kris Williams può cancellare tutti quei mali, rassicurare il pubblico più sensibile a queste tematiche e portare una ventata di novità. È anche una regista indie che si trova tra le mani per la prima volta un grande budget, lo studio potrà lentamente annientare le sue idee in nome del Dio Denaro ma per il momento vivrà con l’illusione di poter realizzare un suo sogno.
Il fulcro del progetto di Kris per il suo revival di Camp Miasma consiste nel riavere nel cast la final girl del primo capitolo, interpretata dall’ora sessantenne Billy Presley (un’elegante Gillian Anderson con un accento degno di Dolly Parton e sulla connotazione di tale osservazione ai posteri l’ardua sentenza). Billy Presley però «non è Jamie Lee Curtis, non è Neve Campbell» e, a detta dei produttori, «non è nemmeno Pamela Springsteen», sorella di Bruce Springsteen e protagonista di due sequel dello slasher Sleepaway Camp (una delle principali ispirazioni di Jane Schoenbrun nel creare l’immaginario di Camp Miasma). Insomma non è un nome di attrattiva e se si deve trattare di un’easter egg rivolta ai fan del franchise, tanto vale che abbia una parte minuscola, ma l’ossessione di Kris la porta a raggiungere la donna, ritiratasi dalle scene da molto tempo evitando pure le ospitate alle convention di settore e che ora vive nel set del primo film. Il loro incontro è un punto sospeso nel tempo, fatto di rewatch, di cibo spazzatura e di brividi di eccitazione o di spavento, perché ormai chi conosce più la differenza.
Quando Kris e Billy si trovano per la prima volta a discutere il franchise di Camp Miasma, davanti all’analisi profondamente cerebrale della prima, l’attrice risponde che il film parla molto semplicemente di due cose quasi primordiali: la carne e i fluidi. Mentre guardavo (e riguardavo) Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, questa conversazione mi è tornata spesso in mente. C’è un momento in cui certi film entrano nelle nostre menti e smettono di esistere nella forma in cui sono stati concepiti. Diventano strumenti di analisi, enigmi da risolvere, mappe, ostacoli. Le interpretazioni possono sfociare velocemente nel regno del fraintendimento, potremmo arrabbiarci con le registe per aspetti che magari non rientravano minimamente nelle sue intenzioni, ma alla fine, un’opera d’arte, quando esce dalle mani dellə suə creatorə, è anche di chiunque la guardi. Per qualcunə Camp Miasma, sia il film di Jane Schoenbrun che il film-matrioska che vi è dentro che – come la serie televisiva al centro di Ho visto la tv brillare – non abbiamo mai visto davvero ma quel poco che lə regista ci mostra basta per aver l’impressione di guardarli da una vita intera, parla semplicemente di fluidi e sangue, anche perché senza questi due elementi base noi stessə non potremmo esistere. Per altrə Camp Miasma è il desiderio, la parola che Kris scribacchia a caratteri cubitali durante un rewatch del sesto capitolo della saga.

Potremmo parlarne per ore mentre ascoltiamo la pellicola che scorre, svisceriamo questo film come Little Death fa con le sue vittime e gioiamo per ogni split diopter shot (l’ironia di vedere questo film in sala nelle stesse settimane de La fine di Oak Street che ne fa un uso spropositato) e non arriveremmo comunque in fondo al minaccioso lago al centro di Camp Miasma. Aprire l’opera di Jane Schoenbrun sul tavolo operatorio della nostra mente e cercare di razionalizzare tre degli aspetti meno razionalizzabili della vita umana significa cadere nello stesso paradosso portato avanti da Kris nel film e usare la consapevolezza, il sapere accademico, per mettere a tacere tutto ciò che c’è oltre, dentro di noi. Ogni protagonista del cinema di Schoenbrun guarda uno schermo, chi il computer, chi la televisione e chi quello cinematografico, e ci si riflette fino ad attraversare quello specchio e farsi immagine prima che persona. A volte quella smaterializzazione porta una scoperta e una liberazione viscerale come quella che spetta a Owen (Justice Smith in Ho visto la TV brillare), a volte invece finisce per essere un posto di eccessivo comfort, dove diventiamo animali in gabbia, liberə di esistere solo denntro uno spazio limitato e ci accontentiamo di quello quando non dovrebbe essere quella la nostra esistenza.
Kris è a suo agio nella violenza del mondo di Camp Miasma. Quando ha incrociato lo sguardo per la prima volta con il personaggio di Billie Presley nel primo film non solo ha avuto il suo queer awakening, ha visto un suo possibile avatar, una figura in cui immedesimarsi: la vergine che sopravvive, una donna libera di essere astuta e intelligente ma non di fare sesso perché accettare quel desiderio significa morire. Qui forse Jane Schoenbrun pecca di ridondanza chiamando il suo Freddie Kruger (interpretato da Jack Haven, coprotagonista di Ho visto la tv brillare) Little Death, strizzando l’occhio alla traduzione francese della parola “orgasmo”. Nella sua lancia, ultima frontiera di quel desiderio mostruoso e arma fallica per eccellenza, ci sono l’amplesso e la morte. Sarà un nemico da cui fuggire, ma quella ricerca, quella brama di voler raggiungere la propria preda il prima possibile è frutto di desiderio e, come direbbe Audrey Hobert in una canzone che sta tormentando questa estate «sue me, I wanna be wanted», denunciami, voglio essere desiderata.

Negli ambienti online (e purtroppo talvolta quegli stessi atteggiamenti sconfinano nel reale), si tende a spogliare il saffismo di ogni desiderio. Quando si deve esprimere un apprezzamento carnale su un’altra donna, si tende ad aprire con il disclaimer «non sono meglio di un uomo», come se quello fosse l’unico modo di guardare. O siamo troppo purə o siamo mostri, il nostro desiderio fa paura sia che non esista o che sia troppo forte e presto ha iniziato a fare paura anche a noi stessә. Nel suo srotolarsi come una pellicola che cerca la sporcizia e il sangue, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte ha portato sullo schermo timori che da tempo cercavo di reprimere, quelli che ti si palesano la notte quando non riesci a dormire e ti aggrappi alla finzione, alle immagini che ti bombardano, perché ti fanno stare bene, perché se hai preso le sembianze di un personaggio di finzione e non sei più te stessə, sei liberə di volere, di proiettare le tue perversioni su altri corpi, su altre menti e tu rimani purə, perfettə, non puoi essere punitə. Forse mi rintanerò troppo nei film proprio come fa Kris, mi concentrerò troppo sulle scelte registiche o su ciò che è invecchiato male dei classici che mi hanno formata. Avremmo visto entrambe troppi film da bambine e questo ci ha incasinato il cervello. Se c’è una cosa di cui ho consapevolezza adesso, anche grazie a Kris, è che la luce dello schermo potrà salvarti, ma a volte spegnerla e spogliarsi della vergogna e della paura sono l’unica strada per cominciare a correre e se Little Death ci raggiungerà, saremo felici di accoglierlə a braccia e gambe aperte.
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