Borgo – Favori, fortuna e ambiguità
La lente d’ingrandimento del cinema francofono negli ultimi anni si è concentrata sul raccontare la Corsica, terra tormentata, controversa per le sue bellezze naturalistiche mozzafiato in contrasto con le molte criticità sociali: se ne sono occupati Thierry de Peretti, Frédéric Farrucci, ed ora è la volta di Stéphane Demoustier, il cui film Borgo (2023) arriva nelle sale italiane il 6 agosto grazie a Movies Inspired.
Mélissa (Hafsia Herzi) è una guardia carceraria che da Parigi si è trasferita a Borgo in Corsica con la famiglia. Faticano ad integrarsi poiché gli isolani si dimostrano ostili e poco ospitali, ma vedono questa esperienza come la possibilità di un nuovo inizio. Mélissa a differenza dei colleghi è molto attenta alle esigenze dei detenuti che la prendono presto in simpatia e la spingono verso una rete di piccoli favori che finirà con il comprometterla.

È proprio la frustrazione per una difficile integrazione a mostrarsi come strada possibile da percorrere per quei carcerati che, come dice la direttrice della struttura «controllano le guardie». Da parte sua Mélissa si sente in obbligo di garantire i beni di prima necessità ai detenuti e di mostrarsi dunque caritatevole rispetto ai colleghi che ignorano i malori dei detenuti, ed è proprio in questo ristretto spazio di azione che Demoustier lavora sulla linea sottile che separa il giusto dallo sbagliato, il buono dal cattivo, il colpevole dall’innocente, come già aveva fatto ne La ragazza con il braccialetto e farà ne Lo sconosciuto del grande arco. I personaggi di Borgo sono schivi, sfuggenti, aspri, rudi e selvaggi, come la Corsica che abitano, attrattiva e repulsiva, «che bisogna amare per capirla». Mélissa prova a capirla per ricominciare una vita con un marito falegname disoccupato e i due bambini, e per farlo si lascia travolgere dai favori di Saveriu Pietri (Louis Memmi), un detenuto che reincontra dopo anni e con cui presto intrattiene una relazione poco chiara che sottintende e allude a una complicità che normalizza ogni evasione delle regole che dovrebbero livellare i rapporti tra chi porta i segni del crimine e chi indossa gli abiti della legge.

Mélissa, rinominata in carcere Ibiza, è, con la sua ambiguità disorientante, il perno su cui il regista fa ruotare l’intera storia, un thriller dinamico, dove sono i riflessi a fare la differenza. La vicenda è articolata su due linee temporali, quella cronologica dell’inserimento della secondina sul nuovo posto di lavoro, inframezzato dai frammenti dell’indagine di un duplice omicidio ricostruito attraverso le telecamere dell’aeroporto in cui è avvenuto. Demoustier prende spunto da fatti di cronaca, lo dichiara nei titoli di testa, e attorno ad essi costruisce un film che non è interessato ad indagare la malavita còrsa – è evidente che esista una faida tra famiglie –, ma si concentra sullo studio delle scelte umane, quelle che in apparenza non portano a conseguenze, quelle mal ponderate, quelle dettate da piani ben calcolati. Ci mostra come ogni azione possa essere vista da due prospettive divergenti, e portare, dunque a molteplici soluzioni di colpevolezza. Con Borgo vengono messe in crisi le fondamenta su cui si reggono i concetti stessi di istituzioni, potere e giustizia, le carte si mescolano, il personalismo prevale e l’etica si incrina. Ancora una volta il cinema di Stéphane Demoustier, rigoroso e implacabile, fa crollare i castelli di carta e le facciate di un mondo complesso, in continuo ed impercettibile movimento, dove di integerrimo non è rimasto nessuno, dove la sopravvivenza è giocata a dadi con la fortuna, scandita da un bacio abbozzato, afferrata per i capelli mantenendo calma e sangue freddo, cavalcando cinismo e opportunismo.
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