Storie di ordinaria cinefilia – L’esperienza Backrooms
Bologna non è una città così grande e, se frequentate assiduamente i cinema, potrebbe capitarvi tra un film e l’altro di incontrare in sala le stesse persone. Nella maggior parte dei casi si tratta di gente tranquilla e perfettamente innocua, come il sottoscritto, interessata soltanto a guardare un buon film. Ma di tanto in tanto spuntano fuori dei disturbatori, dei soggetti demoniaci e completamente fuori di testa che non sembrano avere altro scopo in vita se non quello di rovinare l’esperienza di visione a chiunque abbia la sfortuna di sederglisi di fianco. Oggi vorrei parlarvi di quest’ultima categoria di persone e in particolar modo della mia nemesi giurata, “Mr. W”.
Durante ogni film che decide di guardare e per cui paga regolarmente biglietto, Mr. W si muove, si agita, si affanna, si guarda intorno, tocca gli spettatori che ha di lato, ha questo fuoco dentro che gli rende impossibile star fermo nel posto assegnatogli. Nei momenti clou di un horror urla e sussulta, in quelli di una commedia applaude e ride, e per il resto parla, parla, parla, ininterrottamente. Giuro che non invento nulla, qualche tempo fa gli finii a qualche posto di distanza durante una proiezione di Viale del tramonto. Lo sentii spiegare sussurrando, a quella che credo fosse la sua ragazza, ogni singola scena del film nel momento stesso in cui veniva proiettata. Joe Gillis sfreccia con l’auto inseguito da loschi figuri? E lui lì, a bassa voce: «Ecco, vedi, sta scappando per salvarsi la vita, e loro cercano di farlo fuori». E così via, per quasi due ore di film.

Ho l’impressione che Mr. W, in sala, tenga più a dare spettacolo di sé che non a guardare i film. Anzi, certe volte credo proprio che di quello che viene proiettato non potrebbe fregargliene di meno. Una sera eravamo in cineteca a guardare la versione restaurata de Il mucchio selvaggio e lo vidi passare il primo intero quarto d’ora chino sul cellulare, con la luce sparata in faccia. Ad un certo punto spegne il telefono, se lo mette in tasca, rimane buono per circa dieci secondi e subito rincara la dose cacciando dallo zaino il suo pc.
Qualcuno infastidito gli dice di andarsene da qualche altra parte, col suo computer, la sua luce e ora anche con il ticchettio dei tasti. Lui, sorprendentemente, obbedisce: si alza in modo educato e si sposta in un angolo della sala a finire le sue cose. Solo che, tornato al suo posto dopo un lunghissimo lasso di tempo, inizia a chiedere imperterrito a destra e manca dove si fosse arrivati con la storia, chi era questo o quel personaggio e cosa ci faceva nel film. Immaginate il disturbo che provocava.

Ma il vero problema di Mr. W è che non è solo bizzarro e rumoroso; a volte è anche estremamente inquietante. Qualche tempo fa, quando non lo conoscevamo ancora così bene, si offrì di accompagnare in auto me e qualche altro mio amico all’unico cinema fuori mano che ancora proiettava Deadpool & Wolverine. Accettammo e tutto andò bene, salvo che, quando fu il momento di riaccompagnarci a casa, sembrava rifiutarsi di accostare l’auto per farci scendere.
Eravamo arrivati a destinazione ma niente, continuava a guidare in tondo all’infinito senza fiatare. Gli parlavamo, gli chiedevamo cosa cercasse di fare, e lui granitico, guidava muto senza meta. Solo dopo non so quanti altri giri, in un clima che era diventato ormai gelido e irreale, accostò finalmente l’auto in un punto qualsiasi e ci fece scendere, dandoci la buonanotte. Rimanemmo tutti piuttosto confusi e turbati e non siamo mai riusciti a capire cosa gli sia mai veramente passato per la testa quella sera.

Un’altra strana volta, fuori da un piccolo cinema del centro, ci presentò come sua fidanzata una ragazza timida e di poche parole, e che in ogni caso non capiva e non parlava l’italiano. Tenne a dirci, soprattutto, che era una brillante studentessa di cinema all’università. Eppure, chiacchierando lì fuori del film appena visto, qualcuno tirò fuori il nome di Tim Burton e chiese a noi presenti cosa ne pensassimo. Quando fu il turno di quella poveretta, ci guardò tutti con occhi grandi come fanali e disse che questo tipo no, non l’aveva proprio mai sentito nominare. «Is he an actor?»
Alla fine della storia, non siamo mai riusciti a capire chi questa ragazza realmente fosse, cosa (o se) davvero studiasse, o già solo cosa ci facesse lì. Non abbiamo neppure potuto chiederglielo direttamente perché, a partire da pochi giorni più tardi, non l’abbiamo più rivista, e nell’unica volta in cui Mr. W tornò sull’argomento disse che era partita per l’Erasmus in chissà quale città del Nord Europa. Da allora sono passati mesi su mesi e di lei non abbiamo più avuto alcuna traccia.

Questo lungo preambolo mi porta finalmente a parlare del mio ultimo, allucinante incontro con Mr. W avvenuto pochi giorni fa durante una proiezione di Backrooms. Guardiamo il film e come al solito lo vedo e lo sento muoversi, mugugnare, agitarsi sulla poltroncina. Una volta fuori dalla sala, sarà che intavoliamo una bella e lunga discussione su quello che abbiamo appena visto, ecco che decide felice di accompagnare me e qualche altro amico sulla strada di casa.
Parlando di Backrooms, di quanto ci abbia fatto paura e di quanto in generale siano angosciosi e claustrofobici quegli spazi liminali, a poco a poco i miei amici si defilano e alla fine rimaniamo solo io e lui davanti al portone del mio palazzo. Faccio per salutarlo ma mi chiede gentilmente di poter entrare un attimo per andare in bagno, che ha la vescica che proprio gli sta per scoppiare.

Un po’ perché me lo chiede gentilmente, un po’ perché lì per lì non so che scusa inventare, gli dico che va bene e lo faccio salire. Lui va in bagno, mi ringrazia tanto, tentenna sul se andarsene oppure no, si trattiene e mi fa qualche altra domanda sul film. Su quali scene mi abbiano fatto più paura, su come mi sarei mosso io in quelle stanze, su cosa mi aspettavo per un sequel, e roba così. Confesso che mi sembrava genuinamente interessato, e così ne discutemmo un altro po’.
E poi ad un certo punto, mentre stavo parlando e lui mi guardava sorridendo, lo vedo allungare di getto una mano sull’interruttore e spegnere intenzionalmente tutte le luci. Cala il buio all’improvviso e non si sente volare una mosca.
Mi è salito il cuore in gola e, potete credermi, ho pensato che fosse arrivata la mia ora. Per provare a darvi un’idea di cosa ho provato in quel momento, sappiate che mi sono sentito come Ellen Ripley quando pensava di essersi messa in salvo e invece si accorge che lo Xenormofo è nella capsula di salvataggio lì con lei. Come Wendy quando Jack Torrance è riuscito a sfondare anche la porta del bagno ed ora è proprio ad un passo di distanza. Come Sidney Prescott quando realizza che l’assassino con cui parla al telefono in realtà è già dentro casa. Come i nipoti di John Hammond rannicchiati in cucina quando capiscono che è solo una questione di tempo prima che i velociraptor li raggiungano.

Fortunatamente il tutto dura solo pochi secondi, perché Mr. W riaccende la luce e mi chiede ridendo: «È stato divertente, vero?»
Faccio una risatina nervosa, scambiamo due ultime chiacchiere e poi lo mando via. A mente fredda, mi viene da pensare che le intenzioni dietro quel gesto fossero del tutto innocue, e il suo era solo uno stupido modo per scherzare sulla paura e sui nervi tesi che provavamo dopo aver visto un horror ansiogeno di quel tipo. Si trattava di nient’altro che di un piccolo spavento tra amici. Ma al di là delle sue intenzioni, so solo che per questo semplice scherzo ho perso dieci anni di vita. So solo che l’altra sera prima ho visto un film sulle backroom, e poi subito dopo, per colpa di quell’irreale e inquietantissimo soggetto che è Mr. W, per un lungo interminabile istante ci sono finito dentro anche io.
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