Sta chiudendo Tv Time – Come elaboriamo il lutto algoritmico?
La notizia che molti spettatori seriali sperano di non ricevere mai è arrivata tra l’1 e il 2 luglio agli utenti del portale Tv Time: dopo 15 anni di onorato servizio, la piattaforma su cui tener traccia di serie e film è costretta a chiudere perché, a quanto pare, non è più sostenibile gratuitamente e non vede abbastanza domanda per diventare a pagamento. E così, una stima di circa 20 milioni di utenti è sul punto di perdere, dal 15 luglio, tutti i propri dati di visione, i propri commenti, le statistiche, i badge, le liste e così via. Insomma, muore una parte di quegli utenti, trascinata nell’oblio della deprivazione digitale. Di fronte a ogni morte, quindi, inizia un’elaborazione, individuale e collettiva, che passa per le 5 fasi del lutto algoritmico.

La negazione – Ma il digitale non era eterno?
La prima fase è ovviamente la negazione: non sembra possibile che una piattaforma con 20 milioni di utenti chiuda, per di più con tutti i dati che raccoglie e verosimilmente – ma siamo proprio sicuri? – monetizza in qualche modo. E così partono la campagna di sensibilizzazione, le raccolte firme, i commenti solidali dentro e fuori la piattaforma, il tutto unito a chi ancora si sorprende che qualcosa di apparentemente immateriale come una piattaforma digitale possa scomparire da un momento all’altro. Siamo troppo abituati all’idea che i nostri spazi virtuali – come social e piattaforme streaming – che abitiamo quotidianamente siano lì per stare, così vi affidiamo ricordi, fotografie («la cancello, tanto è su Instagram»), musica, promemoria di compleanni e anniversari, convinti che questi soggetti privatissimi e sempre in bilico nella loro sostenibilità restino lì come un servizio pubblico per il nostro vivere facile. Con Tv Time è successo lo stesso: era comoda – comodissima, specialmente per il consumo informale – e questa comodità ci ha reso inconcepibile l’idea che potesse sparire.
La rabbia – Ma come si permettono, dopo tutto questo tempo?
Forse non il sentimento più comune di fronte alla morte digitale, ma comunque presente lì, nel profondo emotivo di ogni utente: gli anni passati su Tv Time sono stati un continuo regalo di dati alla piattaforma, che è cresciuta anche e soprattutto grazie al passaparola, ai commenti, alla presenza costante e quotidiana, alla condivisione dei riassunti annuali sui social. Come si permettono di chiudere? Non erano questi i patti. Non possono farlo così, con due settimane di preavviso, nel pieno di un’estate seriale fittissima di contenuti di cui tenere traccia. Questa rabbia dura un attimo, è silenziosa, non la si vuole ascoltare, ma suona profondamente come il risultato di un tradimento virtuale: scegliendo di chiudere – non importa, nella rabbia, se siano costretti o meno a farlo – sono loro che spengono il sé digitale di ogni utente. Da qualche parte una voce sussurra: «come si permettono?»
Il patteggiamento – Ma c’era solo Tv Time?
Molti – me compreso, lo confesso – sono subito corsi ai ripari per salvare il salvabile. La morte digitale non vuol dire la sparizione del proprio spirito fatto di dati, soprattutto per noi europei che siamo tutelati in questo da normative che dimentichiamo troppo spesso di avere. Così, di fronte al proprio corpo digitale morente, si tenta l’estrema unzione, o meglio, l’estrema estrazione, per salvare la propria storia di spettatore in formato CSV. Ma i database, si sa, sono leggibili tanto quanto tavole Ouija senza qualche medium – pun intended – ad interpretarli e, quindi, si tenta la reincarnazione: Trakt, Sofa Time, tra poco anche Serializd (che crediamo diventerà l’alternativa più completa) diventano quindi vessilli del nostro spettro digitale da reincarnare, in maniera sempre e comunque imperfetta, con troppe cose che si perdono nel mentre. In pochi giorni di convivenza extracorporea il fastidio diventa più grande del sollievo: dove da una parte i commenti sono noiosissimi, dall’altra le funzioni base di Tv Time diventano a pagamento (e sì, ha ragione Tv Time, il mercato per certe cose non c’è). Quindi si tenta a vuoto di trovare il sostituto perfetto, dimenticando quanto fosse di per sé imperfetto Tv Time, ma guardando con nostalgia anche a quelle serate in cui l’ultimo episodio di House of the Dragon proprio non voleva loggarsi per il troppo traffico sui server…
La depressione – Non sarà più divertente
Tv Time è stata anche e fondamentalmente l’arena di una vasta e sfaccettata community la cui attività – specialmente nei commenti – rendeva l’esperienza di visione e di tracciamento della stessa fondamentalmente divertente. Il funzionamento è vecchio come qualsiasi meccanismo di comunità: i commenti ironizzano, spiegano, ingaggiano, aiutano a non perdere pezzi e connettono contenuti. Ci si può riconoscere in affermazioni sagaci e in teorie più o meno strampalate, come si può andare orgogliosi del successo di una GIF la cui condivisione ha raccolto centinaia di like. Di fronte alla perdita di tutto ciò, l’esperienza di visione si impoverisce e potrebbe tradursi – per qualcuno, certo, che su 20 milioni è comunque una discreta quantità ipotetica – nella perdita di interesse per il consumo seriale. Qui la riflessione va ai portali streaming per cui Tv Time era un compagno silenzioso e indispensabile: siete sicuri, cari Netflix, Prime Video, Disney+ e così via, che vogliate che ben 20 milioni di persone vivano un sentimento di tristezza ogni volta che finiscono di vedere un vostro episodio?
L’accettazione – Omeostasi del digitale
La verità è che, alla fine, con la lacrima sempre pronta, il vuoto lasciato da Tv Time verrà in qualche modo riempito. È presto prevedere chi ne prenderà davvero il posto e come, vista la corsa ai ripari e la prevedibile dispersione tra più alternative, ma se il digitale ci ha insegnato qualcosa è che se un servizio che chiude è di valore, qualcun altro saprà riproporlo al pubblico, magari in modo un po’ meno conveniente, magari con qualche clausola in più, ma torneremo a tenere traccia delle nostre serie e torneremo a farlo al di fuori delle singole piattaforme streaming, perché come utenti conteniamo più moltitudini di quelle che troviamo nei singoli portali e perché non sempre è sostenibile affidarsi a così tanti servizi, con la necessità inevitabile del fai da te.

La chiusura di Tv Time ci insegna però a stare all’erta, perché quel che disseminiamo online ha autenticamente valore per noi, è prezioso, ha richiesto tempo, fatica, investimento emotivo e progettazione in prospettiva. Dobbiamo tenere ai nostri dati non solo perché valgono per un’economia della profilazione sempre più grossa e spregiudicata, ma perché sono inequivocabilmente nostri, e in quanto tali sono un’autentica parte di noi.
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