House of the Dragon 3 è una guida su come costruire un’indimenticabile partita di Risiko
Assistere all’evoluzione di House of the Dragon in quanto audace spin-off di Game of Thrones è stato e si conferma continuare ad essere, con questa nuova stagione, un esercizio ad hoc delle cinque fasi del cosiddetto processo creativo, ovvero PAPSA: percezione, analisi, produzione, selezione ed infine applicazione.
La creazione di una storia, così come la sua messa in atto, devono dar fuoco a delle tappe cardine prima di poter essere giudicate interessanti dallo spettatore, tappe che mettono alla prova chi ormai abituato ad una serialità resa didascalica appositamente per carezzare una sempre più ristretta soglia dell’attenzione. La qualità di una storia risiede nel seminare azioni, conversazioni e sguardi che vengono raccolti e talvolta rivendicati a distanza di anni. Come nella realtà, dove le trame delle nostre vite si intrecciano in maniera sorprendente ed i rancori vengono sotterrati per essere poi usati a nostro vantaggio a distanza di ere, nessuna storia genuinamente intrigante concederà il contentino della sua immediata risoluzione dove non vi è la pazienza di seguirla, e questo la terza stagione di House of the Dragon, disponibile dal 22 giugno su Sky e HBO Max, lo sa bene.

Con le prime due installazioni abbiamo affrontato la percezione e l’analisi; una linea di successione che si frammenta preclude un quantitativo di pedine giocabili che necessitano molto tempo per essere conosciute. Quindi abbiamo seguito Viserys I Targaryen, interpretato da un illustre Paddy Considine, un re cosciente della propria prossima dipartita, ed il bivio che continuerà ad attanagliare non solo il suo spirito ma tutta Westeros per parecchie generazioni, rappresentato dal potenziale di un’erede donna e la “sicurezza” dell’ennesimo re uomo. Per quanto Viserys sia stato un personaggio difficile da digerire, le mosse sulla sua personalissima tavola di Westerisiko hanno giocato su entrambe le direzioni del suo patema.
Non c’è evento politico a cui sua figlia nonché prima ed ultima discendente di sangue Rhaenyra (Emma D’Arcy) non abbia preso parte su richiesta del re stesso. Allo stesso momento, la dimensione di Alicent Hightower (Olivia Cooke), figlia della (ai tempi) Mano del Re, si espande e riverbera come una minaccia, fino a che l’ennesimo patto matrimoniale non mette a repentaglio le aspettative dell’intera partita. Quando si parla di creare un divario politico ambiguo, o di estrapolarne alcuni spicchi da una fonte già scritta come Fuoco e Sangue di George R. R. Martin in questo specifico caso, giocare con la percezione interna ed esterna delle parti lese e godersi l’attenta analisi che ne deriva è un must. Lo spettatore ha richiesto a lungo, durante la produzione del prodotto, che queste due fasi venissero accelerate, eppure il cuore pulsante di un dramma familiare sta proprio nella lentezza con cui i più minuscoli disaccordi si trasformano in veri e propri conflitti capaci di scuotere le fragili fondamenta del nucleo. In un contesto particolare come una corte ispirata al modello tardo medievale, le esplosioni di carattere e il riverbero che esse hanno su scala più ampia, vengono impastate innumerevoli volte prima che il popolo oltre il castello possa mangiarne le briciole, e lo stesso viene fatto con l’occhio che si approccia al lascito delle orme delle prime piante stagioni del Trono di Spade.

Ad essere servite su un piatto d’argento sono personalità pregne di una cultura traballante che, senza respiro né stabilità di alcun tipo, si appella alle tradizioni quando esse risultano comode e le disarcionano quando finiscono di esserlo. Dopo aver conosciuto solo lo schieramento di Daenerys, nata dalla Tempesta eccetera eccetera, ovvero quello del drago rosso a tre teste blasonato su un campo nero, ci troviamo a fare i conti con un secondo schieramento che conosce le regole della partita a parimerito, una torre argentata blasonata su campo verde. Così Neri e Verdi danno il via ad una guerra civile che affrontiamo nelle fasi di produzione e selezione.
Produciamo un re che non vuole essere re, Aegon II (Ty Tennant), cresciuto alla luce dell’arroganza e contrapposto a un fratello cresciuto nell’invidia, Aemond (Tom Glynn-Carney), e a un’innocente che soffre le conseguenze delle amenità dei primi due ed il cui dolore viene trasformato in propaganda politica, Helaena (Phia Saban). Tuttə figliə di Alicent, che lentamente perde il controllo su di loro e su se stessa dopo anni trascorsi a manipolare la storia a favore dei Verdi. Verdi, certo, d’insigna e di fatto, poiché è tremendamente riconoscibile in tuttə loro l’impossibilità di svilupparsi in una forma adulta.
Dall’altra parte produciamo Daemon (Matt Smith), specchio diretto di Aemond (tant’è che basta un gioco di lettere per farsi una risata) e daga a doppio taglio che può essere risorsa e può essere disfacimento, zio diventato marito che perpetra il vizio incestuoso di cui i Targaryen hanno il brevetto. Produciamo i figli bastardi di Rhaenyra, Jacaerys (Harry Collett), Lucerys e Joffrey Velaryon, i figli di sangue Aegon III, Viserys II e Visenya, circondati dal fiocco nero del lutto, e le figlie di Daemon Baela (Bethany Antonia) e Rhaena Targaryen (Phoebe Campbell), legate alla casata sorella dei Velaryon e anch’esse contagiate da una tristezza ciclica. Da questa parte della famiglia il nero si ripete, sia nelle grucce appese negli armadi che negli scheletri nascosti al loro interno.

Selezioniamo adesso uno spiraglio di speranza. Laddove il segreto di Pulcinella secondo cui i re Targaryen fossero grandi fautori dei bordelli puntava un riflettore di vergogna sulla monarchia, adesso diviene non solo una certezza ma i risultati delle gravidanze illecite vengono invitati a partecipare attivamente alla causa bellica. Le tre pedine che sorprendono e costringono lo spettatore a prendersi qualche minuto di riflessione giungono nella forma di Addam di Hull (Clinton Liberty), l’unico a cui il titolo richiesto non è stato riconosciuto, Hugh Hammer (Kieran Bew) e Ulf White (Tom Bennett), uomini che si sono trovati dall’oggi al domani a dover lasciare una vita di stenti, lavori pesanti e ingiustizia gratuita proveniente dai potenti che hanno dormito sul velluto mentre le loro famiglie morivano, e che, giustificati da una corsa alle armi, devono imparare a cavalcare un drago.
Per quanto i figli corvini di Rhaenyra non ci abbiano poi così stupito per essere montati sulla groppa di – va detto – viverne urlanti con successo, il concetto che persone “comuni” possano avere l’onore e l’ardire di comandare un drago in battaglia, diritto che fino ad ora e nuovamente al tempo di Daenerys avevano avuto solo capelli bianchi e occhi azzurri sullo schermo e violacei sulle pagine, porta una freschezza narrativa ad una guerra nata a causa di una nebbiosa strada verso la corona. I personaggi rimangono fedeli a loro stessi nonostante lo sconvolgimento della loro quotidianità: c’è chi continua a pensare come un suddito e a voler riscattare i suoi desideri di ricchezza, chi riconosce un dovere nel nuovo ruolo pattuito e chi porta con sé i fantasmi delle ingiustizie subite.
Giungiamo quindi all’applicazione. Saldati i personaggi, saldato il mondo che li ospita ed i conflitti che li affliggono, la narrazione deve esplodere. E così succede nei primi quattro episodi, resi disponibili per la critica, che arrivano dopo il solstizio d’estate, portando con sé una ricca ramificazione di punti interrogativi, colpi di scena e silenzi impossibili da riempire. Rhaenyra, cresciuta per non venire mai presa alla sprovvista, viene travolta assiduamente da onde che può prevedere eppure non ha i mezzi per fermare e questo suo struggimento viene messo in scena da una performance attoriale di D’Arcy meritevole di una corona tutta sua. Così come quella di Olivia Cooke per l’opposizione, la quale riesce a srotolare ogni misterioso intento con un’occhiata di Alicent, portando all’auge una donna che solleva le pietre miliari sotto cui una famiglia disastrosa ha nascosto parassiti mollicci duri a morire.

La rinnovata dedizione verso il genere fantasy cavalleresco e le opere di Martin in generale, aiutata anche dal successo che è stato il lancio di A Knight of the Seven Kingdoms, ha portato ad una Battaglia del Condotto avvincente, per un certo verso riscoprendo quello scintillare di spade e fiato sospeso che ci hanno regalato film come Le Cronache di Narnia – Il Principe Caspian, per cui gli effetti speciali sono evidenti ma la narrazione ne supera la patina di artificiosità. L’affinarsi dell’attenzione si traduce anche nella sezione trucco e costume, previamente criticata, che qui riesce a coniugarsi pienamente al prodotto. Di gran nota sono il confezionamento di Rhaenyra, adornata da trecce complesse e spalline squamate, e del reparto armature, che seguono a ruota quelle studiate per Ser Duncan l’Alto ed il suo settimo campione di cui non faremo nomi per mantenere un’illusione di felicità.
Di particolare fattura sembra essere l’armatura del nuovo arrivato, Ormund Hightower (James Norton), che già ha suscitato scalpore nel fandom con i pochi fotogrammi visti nei trailer ad oggi rilasciati. La manifattura del costume, la personalizzazione delle lastre di acciaio e l’inclusione del carattere del personaggio nell’oggettistica appesa alla cintura è, di per sé, una storia tutta da scoprire. Senza contare che la punta di diamante di questa terza stagione si prospetta essere proprio lui, un asso che gli Hightower hanno ben nascosto nella manica fino a che la guerra civile non ha richiesto un’applicazione più profonda. La sua presenza è inebriante, una proverbiale ventata d’aria fresca (e profumata) e a tratti si vorrebbe mettere in pausa l’intero conflitto per capire come sia una sua giornata tipo. Ciò che è certo è che amerebbe lavorare in un negozio di saponeria e igiene personale.

La terza stagione di House of the Dragon promette essere una lezione sulla decostruzione dell’ego attraverso un’operazione di cottura lenta, scoprendo tutte le carte che fino a questo momento avevano solamente fatto l’occhiolino tra le varie fenditure della trama. Quel che rimane dell’ego con cui siamo partiti nel 2022 viene ulteriormente triturato e raschiato dal fondo del calderone per venir fatto annusare ai segugi così che possano scovare ogni nemico ed alleato che ha contribuito al suo annullamento.
Osservare delle creature fittizie reagire ad avvenimenti fuori dalle grazie del Signore è una forma d’intrattenimento che contemporaneamente crea una distanza tra la verità che viviamo ogni giorno ed un universo a primo impatto irraggiungibile. Con una considerazione attenta del materiale, però, non è poi così difficile mettere il dito sui punti che accomunano la storia fattuale della civiltà umana ed una guerra immaginaria che finirà con il disfacimento della società. D’altronde è vero che ogni processo creativo trova la sua genesi da una fonte concreta.
L’unica variabile che ci fa fare un passo indietro, arrivati a questo punto, sono gli enormi draghi che planano sul mare infervorato per affossare le flotte. O per farsi uno snack al gusto pecora abbrustolita.
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