Disclosure Day e la meraviglia di perdersi nelle fantasie di Spielberg
Sembra quasi che non appena la mente di Steven Spielberg viene attraversata dall’idea per un nuovo film tutto il mondo sia in grado di percepirlo: misteriose forze agiscono nell’universo ogni volta che nostro padre (per gli alieni che ci leggeranno: “nostro padre” è un’espressione appartenente al vocabolario Gen Z, indica un senso di ammirazione, orgoglio e affinità culturali o emotive verso qualcuno) riprende in mano gli attrezzi e comincia a costruire una nuova opera. È risaputo che all’autore di Jaws sia riservata una diversa scala di giudizio e apprezzamento da parte di pubblico e critica, e non è dato dal fatto che sia un nome inattaccabile perché ormai troppo importante (in realtà per alcuni sì, ma questo è un altro discorso che merita più spazio e argomentazione) quanto perché Spielberg ha dalla sua così tanto talento, intuizione artistica e – non ultimo – potere contrattuale che quando sbaglia sbaglia meglio degli altri.

E quindi nonostante continui a fare film e alcuni ultimamente siano stati considerati dei “flop”, a livello di percezione mediatica un nuovo film di Spielberg non è mai “l’ennesimo film di Spielberg”. E tantomeno, nonostante la venuta degli extraterrestri sul pianeta Terra sia l’espediente narrativo su cui sono basate innumerevoli storie di fantascienza, alcune di queste ovviamente firmate proprio da lui, un nuovo film di Spielberg sugli alieni non è mai “l’ennesimo film sugli alieni”. Anche perché di alieni si parla sempre, e non solo nei film. Mentre il governo Trump si serve della questione U.F.O. come strumento di strategia politica anti-establishment per distrarre la popolazione dai disastri sociali, politici e culturali di cui è responsabile ad ogni ora del giorno, utilizzando anche la retorica dell’invasione aliena per rafforzare la lotta all’immigrazione, Spielberg declina il tema nella direzione completamente opposta. Cambiando decisamente registro dall’edulcorato E.T. e dal new age Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Disclosure Day è un film di fantascienza che – come tutte le grandi opere del genere – è prima di tutto un’epopea profondamente umanista che dimostra quanto valga sempre la pena cercare instancabilmente la meraviglia, la curiosità e soprattutto scegliere la comprensione e l’empatia, invece che sospetto, odio e diffidenza, verso ciò che non conosciamo.

Disclosure Day si apre in medias res, con le immagini di uno scontro di wrestling a cui sta assistendo, seduto tra il pubblico, l’esperto di cybersecurity Daniel Keller, interpretato da Josh O’Connor, pronto per consegnare ad un altro contatto clandestino una serie di dati di estrema segretezza appartenenti all’organizzazione para-governativa per cui lavora, la Wardex. Il capo dell’agenzia, Noah Scanlon – un rigidissimo Colin Firth – deve impedire che questi materiali, attestanti l’arrivo degli alieni sulla Terra nel 1947 e per decenni nascosti dal governo, vengano rivelati alla popolazione mondiale. Keller è costretto quindi a scappare insieme alla compagna Jane per raggiungere Hugo Wakefield (Colman Domingo), leader di un nucleo di dissidenti ex impiegati della Wardex che hanno l’obiettivo di divulgare queste notizie a tutte e tutti.

Parallelamente, a Kansas City un cardinale rosso entra dalla finestra dell’appartamento di Margaret Fairchild, meteorologa per la principale rete televisiva locale – interpretata da una bravissima Emily Blunt – e del suo compagno. Spielberg non esita a rivelarci che questo momento è un punto di non ritorno del film: da qui in poi, sembra che una forza misteriosa si sia impossessata di lei, e poco dopo comincia a parlare fluentemente il russo di fronte al marito incredulo. Ancora un episodio di manifestazioni sovrannaturali, e poi l’evento più bizzarro e misterioso: durante la diretta televisiva, la sua incrollabile presenza scenica incontra un malfunzionamento del corpo e della mente che genera panico e preoccupazione in studio: si irrigidisce, inizia a produrre suoni indecifrabili, una specie di click che ricorda i versi degli infetti di The Last of Us, e sviene. Tra lei e il fuggitivo Daniel, anch’egli detentore di anomale capacità linguistiche, esiste una misteriosa connessione che si svelerà nel corso del film, congiungendo le loro strade.

In uno scenario sull’orlo della Terza Guerra Mondiale regna evidentemente il caos – la volpe realizzata in una CGI volutamente posticcia che compare ripetutamente nel film, in rappresentanza di un’entità aliena, sarà un riferimento casuale ad Antichrist di Lars von Trier? In Disclosure Day c’è, infatti, anche l’inevitabile riflessione sulla fede e la religione, colonna portante dell’intera storia della civiltà umana e possibilmente la prima a crollare di fronte alla rivelazione dell’esistenza degli alieni. Oppure no, perché l’urgenza di credere e di cercare la verità, qualunque essa sia per ciascuno di noi, continuerebbe probabilmente ad essere il motore della storia e dell’umanità, evidentemente sia nel bene che nel male. Questi e altri interrogativi profondamente filosofici ed esistenziali sono il punto verso cui tende a convergere il film, che si carica di una complessa stratificazione di temi, a partire proprio dalla riflessione sulla verità e affidabilità delle immagini, sulla loro fabbricazione collettiva, sui limiti del visibile e sulla possibilità di aprirsi oltre, a ciò che è si trova fuori campo.

Alla fine, in quella spettacolare sequenza di footage – finte immagini documentarie – che viene trasmesso in diretta televisiva durante l’atteso giorno della rivelazione, gli alieni sono rappresentati esattamente con l’aspetto che l’umanità si è sempre immaginata, esseri longilinei con il cranio enorme, il mento stretto, gli occhi neri. Spielberg ci restituisce l’immagine per eccellenza dell’extraterrestre, quella tramandata da decenni di leggende, ipotesi, complottismi, idealizzazioni che, come emerge dal film, hanno il potere di ricattarci ma anche quello di esprimere la nostra capacità di immaginare universi altri e, nel farlo, forse prepararci a comprenderli e ridimensionare il nostro peso. Attraverso i materiali audiovisivi finalmente rilasciati e divulgati al mondo intero, il giorno della rivelazione si presenta come la rivelazione di un’umanità feroce, capace di disprezzare e uccidere senza pietà l’altro, l’ignoto, il diverso, che sia umano, animale, extraterrestre. Sono immagini quelle davanti a cui il mondo intero si paralizza e si costringe a meravigliarsi, commuoversi, provare empatia e compassione. Ma la parola che chiude il film non ha a che fare con la vista: l’incontro ravvicinato, non quello con gli extraterrestri bensì quello tra umani, suggerisce il bisogno di uno sforzo molto più grande. Listen.

Spielberg sviscera le sue ossessioni esistenziali e artistiche con una prospettiva diversa mentre noi scommettiamo ancora una volta sulla possibilità di farci rapire da qualcosa più grande di noi, che siano oggetti non identificati volanti nel cielo o più probabilmente la passione e la totale libertà creativa di un artista ambizioso che vuole (e può economicamente) rischiare. L’esaltazione del potere delle immagini, dell’immaginazione e di un’umanità ostinata che non soccombe al potere, è qualcosa che fortunatamente il cinema si sforza di portare sempre avanti, come ha fatto di recente il sognatore Bi Gan con l’ambiziosissimo Resurrection. Eppure il cinema di Spielberg è sempre quello più capace di parlare, decifrare e tradurre tutte le lingue del mondo, intercettare più direttamente culture e stati d’animo, esprimere una grandissima profondità di pensiero con un linguaggio semplice, comprensibile e una sconfinata capacità visionaria che non ha bisogno di ricorrere a troppi virtuosismi tecnici per arrivare al pubblico. Forse, se oggi lanciassimo nello spazio un’altra sonda Voyager per raggiungere civiltà extraterrestri manderemmo qualcuno dei suoi film e, forse, a parlare con il primo alieno giunto sulla Terra dovremo mandare Spielberg in persona.
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