Supergirl vola alto quanto basta
Non è facile essere uno spin-off, un figlio derivativo che nasce in debito verso qualcosa di più grande. Il confronto ci sarà sempre e quasi sempre sarà impietoso. Abbiate pietà perciò dei figli dei franchise cinematografici nati grandi, specialmente se si tratta di figlie che avrebbero tutto il diritto di volare libere e da sole verso lidi inesplorati e sono invece inevitabilmente legate alla figura maschile di partenza. Perché Supergirl può volare, ma quanto basta per non allontanarsi troppo da casa e la casa è quella dei DC Studios di James Gunn. Questa quinta (sesta, se contiamo l’apocrifa incarnazione filippina) versione live-action del personaggio di Supergirl, terza a livello cinematografico e seconda da protagonista, è fin troppo coi piedi per terra. Secondo la sceneggiatura, la Kara di Milly Alcock porta con sé il trauma di aver visto il proprio mondo e la propria famiglia morire lentamente per poi ritrovarsi spiaggiata su un pianeta che non sente proprio. Ma nel 2026 e con molteplici universi narrativi di cinecomic al cinema e in TV, la sceneggiatura non è altro che uno strato ormai sempre più sottile dietro il quale traspare una “metasensazione”, lo zeitgeist se preferite, di ciò che il film volente o nolente trasmette al pubblico del suo tempo. E ciò che il film di Craig Gillespie (Tonya 2017, Crudelia 2021) trasmette è una domanda: ha senso che esista una Supergirl in un mondo dove c’è un Superman? La risposta ovviamente è no. Ma andiamo con ordine.

La sceneggiatura di Ana Nogueira è palesemente – e per stessa ammissione di James Gunn – un adattamento della miniserie del 2021 Supegirl: la donna del domani di Tom King e Bilquis Evely e possiamo dire che si tratta a tutti gli effetti di un ottimo adattamento almeno a livello di pura scrittura. Pur divergendo naturalmente in alcuni passaggi, il film ripercorre grossomodo i punti salienti della storia di Kara e di Ruthye. Proprio la protagonista è ottimamente impersonata da Alcock nella sua versione più sbarazzina e trasandata, lontana dall’ottimismo quasi irreale di Melissa Benoist e (purtroppo) quasi del tutto epurata dalla sacra rabbia di Sasha Calle. Kara in questo senso è la classica icona generazionale (della Gen Z) che non sa cosa fare della propria vita se non stordirsi per non sentire nulla. Prigioniera della propria indolenza, la nostra protagonista sarà soccorsa dall’ormai anch’esso classico stereotipo narrativo dell’innocenza in pericolo, una bambina appunto. Ha inizio quindi il viaggio dell’eroina, che tra risse, rock, salvataggi improbabili e tanto tanto vomito, si ritroverà a scoprire il sole sia dentro che fuori di sé. Un sole ovviamente giallo.

Ora, il film non è affatto brutto e probabilmente non c’è niente di veramente malriuscito in questo senso. Ma non c’è neanche niente di autenticamente nuovo o fresco. Quasi tutto è un già visto. Supergirl combatte contro i classici barbari spaziali al la Guardiani della Galassia (visto uno visti tutti), con siparietti comici tipici dei film diretti o prodotti da Gunn. Alcuni passaggi di trama poi sembrano derivare palesemente da Mad Max e i dialoghi che vorrebbero essere un tentativo di dare un pizzico di profondità alla storia, appaiono ora forzati ora superflui. Neanche il Lobo di Jason Momoa riesce andare oltre il suo ruolo di product placement per quanto appassionato e ben realizzato e il finale, soprattutto a causa delle premesse iniziali, è quasi didascalico. Ai titoli di coda, il messaggio appare chiaro: Supergirl esiste solo grazie e per grazia di chi è venuto prima di lei, sia esso Superman, l’estetica spaziale e lisergica dei Guardiani della Galassia o il patriarcato barbaro e urlato di Mad Max. Ma a furia di essere così tanto derivativa, di autenticamente originale rimane ben poco. E non che il film sembri non accorgersene di questo. La stessa Ruthye se lo chiede e lo chiede alla nostra: «se lui si chiama Superman, perché tu sei Supergirl?». Bella domanda, nessuna risposta.

Perciò no, una Supergirl che dall’inizio alla fine vive all’ombra di un altro personaggio, specialmente se di una “originaria” controparte maschile, non ha senso di esistere. Molto più senso avrebbe ormai una protagonista che sconvolga, come nel precedente film del franchise, il mondo terrestre che la circonda, specialmente quando quel mondo continua a essere intriso di un patriarcato dalla faccia benevola e pulita e che urla relativamente poco, a differenza dei sempre più stereotipati pirati spaziali. A costo di sembrare banali, in un mondo dove c’è Superman era lecito aspettarsi una Superwoman che abbracciasse i suoi limiti e la sua umanità non solo per stordirsi e ubriacarsi, ma per prendere a pugni un sistema corrotto e per ispirare altre a farlo.
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