Half Man – Essere uomini è una malattia infettiva
Nessuno sa cosa significhi essere uomo al giorno d’oggi. Ogni anno le riviste si affrettano a proporre un nuovo e artificioso modello di mascolinità, spesso basato sulle mode e sui sex symbol del mondo, mentre online imperversano con sempre più violenza e presa sulle fasce più giovani le comunità incel, che impongono quello che invece dovrebbe essere il ruolo degli uomini e quanto la società deve loro solo per il fatto di essere uomini. Il tutto nasce da un vuoto strutturale: il mondo cambia, ma l’uomo non ha mai capito come cambiare insieme ad esso, troppo innamorato del potere che gli apparteneva per diritto naturale. Se non possono essere patriarchi, principi azzurri, breadwinner o anche semplicemente i più importanti in ogni stanza in cui entrano, cosa rimane degli uomini?
Richard Gadd non ha una risposta definitiva a questa domanda – nessuno al mondo, che sia specializzato in antropologia o in studi di genere, dopotutto l’avrebbe – ma con Half Man, la sua nuova serie disponibile dal 24 aprile su HBO Max dopo il successo planetario (e le successive controversie legali) di Baby Reindeer, partendo dal rapporto tra due uomini, fratelli non di sangue e muse della reciproca crescita e distruzione, indaga la costruzione dei peggiori istinti del genere maschile, dalla violenza di matrice machista al prepotente possesso verso le donne, passando per un cameratismo che sa di omertà.

Niall (Jamie Bell, Mitchell Robertson da giovane) e Ruben (Richard Gadd, Stuart Campbell da giovane) sono, come la serie stessa puntualizza, «la stessa persona nel modo in cui Jekyll e Hyde sono la stessa persona»: due identità tanto legate quanto ossimoriche, la cui coesistenza nello stesso spazio vitale è una bomba che prega di essere accesa. Niall è un cerbiatto bloccato davanti ai fanali di una macchina pronta a investirlo e Ruben è dietro quel volante, pronto a decidere se salvarlo o porre fine alla sua sofferenza.
Co-produzione oltre-oceano tra HBO e BCC, Half Man non parte dalla genesi di quel rapporto, nato da una convivenza imposta dalla storia d’amore tra le loro madri, ma da una delle sue tante esplosioni: è il matrimonio di Niall, un momento di apparente gioia, ma lo sposo non sta ballando insieme a tutti gli ospiti, è in un posto contenuto, dove gli unici a farsi male possono essere lui e Ruben, che lo guarda con il petto nudo e le mani fasciate. Potrebbero parlare per l’ultima volta per l’ultima volta prima di perdere per sempre «il suo fratello da un’altra madre», ma quel principio di conversazione trova la sua punteggiatura finale in un pugno improvviso, uno scatto di ira (se sia giusitificata o no a fine stagione vi spetterà l’ardua sentenza) da parte di Ruben e l’inizio di un puzzle da comporre per il pubblico.

La serie, difatti, torna indietro, ai tempi del liceo, quando Niall era un ragazzo mingherlino – straordinariamente somigliante al Miles Heizer dei tempi di Tredici – che si sente rivolgere insulti omofobi dovunque si giri, complici le figurine di Indiana Jones che porta con sé e Ruben era una presenza nuova in casa sua, una costante e un azzardo, un alleato e una minaccia. In lui Niall trova un bulldog capace di proteggerlo dai bulli, un corpo da desiderare a distanza di sicurezza mentre cerca di capire la propria sessualità e un giudice pronto a valutare la sua mascolinità, per lui misurata con la droga e le conquiste.
Come aveva fatto Baby Reindeer con un quarto episodio che guardava da vicino ai motivi della denuncia tardiva del protagonista Donny, Half Man sceglie allo stesso modo di svelarsi strato per strato, gesto per gesto, dolore per dolore. Sarebbe facile giudicare Niall e Ruben – e specialmente nel secondo caso, ci sarebbero tutte le ragioni del caso per farlo – e prendere una posizione chiara, ma Gadd sceglie, anche se la serie indubbiamente adotta il punto di vista di Niall, di rimanere neutrale, di offrire un osservatorio sicuro dove la violenza che vediamo può sì spaventare il pubblico senza però mai toccarlo. Sono trent’anni di vita e dolore che Half Man porta sullo schermo con facilità negli anni adolescenziali prima e universitari dopo, ma quando un exploit di violenza separa Niall e Ruben, la serie inizia a perdere la bussola e quando riconsegna i personaggi nelle mani di Bell e Gadd, finisce per essere un cane che si morde la coda. La violenza è un circolo vizioso e comporta spesso la ripetizione di pattern comportamentali tra carnefice e vittima, Half Man prende specialmente nella seconda metà troppo alla lettera il concetto di pattern, diventando monotona persino nella sua irruenza. È un rapporto di cui presto capiamo le regole, la tossicità, la codipendenza e la cornice identificata da Gadd – questa reunion al matrimonio dove i due uomini sono di nuovo antagonisti – ha le viti lente perché è esattamente solo quello, un pretesto, un ideale “fine” per qualcosa che non può avere fine se non imposta dall’esterno.
Se come consigliano a Niall quando da adulto intraprende la carriera letteraria che “è meglio scrivere di ciò che conosce”, Gadd prosegue in Half Man alcuni dei discorsi aperti con Baby Reindeer, esternandoli e allo stesso tempo semplificandoli. È una continuità che trova il suo nesso più esplicito nel soprannome che Ruben affida a Niall, Bambi, che ricorda il modo, che poi ha dato nome alla serie, in cui la stalker Martha chiamava Donny. Al centro, in un contesto culturale che ancora fatica parlare dei sentimenti degli uomini senza deriderli, rimangono le battaglie interiori e interiorizzate, l’angoscia nell’accettare la propria sessualità perché legata a un trauma viscerale, la difficoltà nell’aprirsi perché l’unica persona che può capire è la fonte stessa del tuo male. In Baby Reindeer Gadd sceglieva le sfumature, mentre in Half Man i personaggi faticano ad allontanarsi dai ruoli a loro assegnati, nonostante quanto la serie si ostini a vederli come un’unica entità.

Half Man racconta, come dice Niall stesso nella scena che dà il titolo alla serie, di due uomini a metà, di uno che vorrebbe essere se stesso ma si auto-convince a interpretare un ruolo e di un’altro che interpreta un ruolo perché è troppo doloroso essere se stesso. Non c’è accettazione, non c’è sollievo, da un labirinto non si può uscire se si è perso da tempo il senso dell’orientamento e la mascolinità, il machismo, tutte le declinazioni di una parola e di un atteggiamento sospeso tra decine di tensioni opposte, opprimono le vite di Niall e Ruben, marcendo quanto rimane di buono in loro, perché complici di un crimine più grande di loro e delle loro esistenze: essere uomini. Half Man soffre di indecisione, di una mancanza di messa a fuoco soprattutto nella seconda metà della stagione, ma quando lascia i due protagonisti esistere e parlare, senza soffocarli in crescendo che rispondono solo allo shock value, riemerge la crudele sincerità su cui si basava Baby Reindeer.
Se l’uomo – come concetto ed entità – è in rovina, Gadd, come autore più che come interprete (nella serie precedente, dopotutto basata sulla sua vita, risultava più convincente), continua ad offrire una radicale decostruzione di quello che rimane, una lucida analisi, seppur talvolta accecata dalla vicinanza sociale o confusa nella cornice narrativa, sui sintomi di un’epidemia viziosa che ha spezzato l’immagine che gli uomini hanno di loro stessi. Dietro il nuovo progetto di Gadd, concepito ancora prima di Baby Reindeer, non c’è il presupposto di indagare la manosfera o le altre buzzword tanto usate quanto fraintese che servono a ridurre un discorso così statificato in parole digeribili dal grande pubblico, Half Man è complessa, troppo per il suo stesso creatore, rifiuta l’attualità facile ma si apre a un discorso che nella sua specificità si apre per guardare anche gli effetti collaterali che quel male porta con sé. Una visione che sfida lo spettatore, mette alla prova la sua soglia di sopportazione, chiedengoli fin dove è disposto a guardare, perché la neutralità che gli è offerta non è mai tale nella vita vera.
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