Hex – Le stregonerie del black metal femminista | Biografilm 2026
Giovane, brutale e maledetto, il metal sanguinoso e performativo di Nikoline, Victoria e Johanna porta nel gutturalismo del growl soprattutto urgenti proclami di femminismo, con una rabbiosa speranza di provocare abrasioni in una cultura patriarcale intonsa.Le tre artiste del Witch Club Satan sono innanzitutto legate da una maledizione, l’Hex che dà il titolo al documentario d’esordio di Maja Holand, presentato in anteprima italiana a Biografilm Festival 2026. Come secentesche streghe norvegesi condannate al rogo, le componenti della band siedono in un tribunale nel quale si avvicendano testimonianze di fan e detrattori.
La parabola della band prende avvio nel 2022, da una velleità più pittorica che musicale, e sfalda l’assetto compatto e noto di un concerto in un florilegio di riti sacrificali nei quali erompe la forza primordiale che abita i corpi delle Witch Club. La scansione delle tappe che conducono le giovani a un faccia a faccia insidioso con la fama è alternata all’impeto delle acque scroscianti del mare e al gigantismo severo delle montagne che lo sovrastano, allo zampillio di fiamme e al cielo livido del Nord Europa. Le inquadrature sembrano custodire e prostrarsi a una forza estrema, metafisica e spettrale, la stessa trattenuta dalle sedicenti streghe e sprigionata nelle loro performance. Polverizzando ogni residuo di confine tra arte ed esistenza, queste includono roghi di fantocci al ritmo delle percussioni e letture pubbliche che, come preghiere demoniache, affermano «I was made by fire. Fire is my death» e la conseguente prossimità ancestrale tra vita e morte.

Ignare di ogni nozione di teoria musicale e senza aver pubblicato alcun album, le ragazze del Witch Club iniziano a calcare i palchi dei più importanti festival musicali europei, dal Tons of rock al Roskilde Festival. Solo avanzando nella loro carriera decidono di dedicarsi alla pratica strumentale, rigorosamente con approccio autodidattico e in barba a ogni rischio di mansplaining. L’ascesa di una band che fa della visceralità demoniaca il proprio cardine racconta di un panorama musicale che non pone più al centro la musica stessa e, laddove la caratteristica peculiare del black metal dovrebbe essere autoevidente nella distorsione delle chitarre e nella ruvidezza sonora, il genere non sembra esistere scontornato dal coreografismo di trucchi, corpi esposti e rivendicazioni femministe.
È dunque possibile generare l’arte emancipandosi dal proprio specifico formale, cioè realizzare musica prescindendo dalle note e dal sound e, ampliando e traslando i termini del discorso, immaginare un cinema senza filmico e profilmico, privo di inquadrature e nutrito del provvidenziale astrattismo algoritmico dell’IA. Ciò che conta diviene allora l’urgenza di prendere parola. Le rivendicazioni reclamano di essere esposte con una brutalità che il presente rende più che mai necessaria. Mentre in politica si torna a discutere sulla legittimità della violenza nelle manifestazioni, nell’arte il femminismo non può che farsi grido, corpo, presenza. Più naturalmente, però, il percorso delle Witch Club Satan è narrato come la via fisiologicamente percorsa da tutti gli artisti, che incontrano in primo luogo l’urgenza espressiva, e dunque il mezzo tecnico attraverso il quale esplicarla e attuarla. Dietro l’immaginario stregonesco e la ritualità pagana, del resto, Holand mostra tre ragazze che si confrontano con inquietudini comuni e scevre dagli anatemi di un altrove metafisico. Conformità agli standard estetici, attacchi d’ansia, incertezze identitarie, apprensioni dei genitori e domande circa l’avere figli, gestire business e progetti a lungo termine sono ritornelli quotidiani. Forse criticità giovanili che non fanno che alimentare la rabbia esibita in scena.
In consonanza con la loro libertà espressiva, insieme guerrigliera (Metal is war against war) e ancestrale (Oh, Mother Sea, I sink into your depths, your arms, your sex), Holand costruisce una regia che tenta di assecondare i loro umori, cromie e orizzonti estetici, rinunciando all’imbrigliamento di una voce narrante, privilegiando l’osservazione e limitando le confessioni dirette a pochi tête-à-tête con la macchina da presa. Eppure rimane il dubbio che, per aderire davvero allo spirito dell’arte delle Witch Club Satan, non sia sufficiente un documentario scrutante, ma serva forse un film in grado di mettere in crisi le proprie stesse forme, di sovvertire il linguaggio cinematografico come la band terremota le convenzioni del metal. Un’opera che assuma fino in fondo il rischio dell’informe, dell’urgenza e del rito.
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