The desert of the real – Sei personaggi in cerca di autore | Biografilm 2026
“Mi sentivo come se stessi recitando in un film”. Così si apre il documentario The desert of the real di Luuk Bouwman, presentato in anteprima nazionale al Biografilm festival. La frase viene pronunciata dal filosofo Wouter Kousters, il primo dei sei protagonisti del film, tutti accomunati da qualcosa che li ha sempre obbligati a essere estranei alla realtà comune: la psicosi. Il film è difatti la raccolta di sei testimonianze di persone che hanno convissuto con questo disturbo, nel tentativo di tradurre tale condizione psichiatrica in racconto cinematografico.
Il film si sviluppa attraverso una formula classica: interviste e immagini di repertorio. Tuttavia la convenzionalità della pellicola, esattamente come quella dei protagonisti, è soltanto apparente. Le forme tradizionali del documentario appaiono come un semplice stratagemma per creare un’immediata connessione empatica con i personaggi. Ben presto la forma, come la narrazione, prende una direzione assai meno famigliare.
C’è infatti qualcosa di strano in ogni ambiente di The desert of the real. Che si tratti della totale oscurità, di uno studio, o di una liuteria, Bouwman inscena le interviste all’interno di spazi che non appaiono mai completamente realistici. Qualcosa è sempre fuori posto: che si tratti di un’asimmetria nell’inquadratura, l’illuminazione di un ambiente, o di un oggetto in campo. Abbiamo sempre la consapevolezza di assistere a qualcosa che non appartiene completamente alla nostra quotidianità.

Non si tratta tuttavia di un’operazione che potrebbe rifarsi all’alienazione di stampo brechtiano, e nemmeno di una riflessione di carattere post-moderno e autoreferenziale. Bouwman assume una posizione ben più letterale nei confronti di ciò che filma. Il regista, infatti, sembra creare una realtà alternativa, diversa dalla nostra ma estremamente concreta, che si riflette e dialoga con la realtà, anch’essa “alternativa”, dei suoi protagonisti. Non ci troviamo di fronte a un esperimento formale, ma a un atto di empatia. Il film pare essere un tentativo di trasmettere con le immagini ciò che i personaggi trasmettono con le loro voci.
L’idea di poter stabilire cosa sia reale e cosa non lo sia diventa dunque un’azione problematica, che fa sorgere una serie di implicazioni affascinanti. Dove si traccia il confine fra realtà e finzione, e quindi fra normalità e pazzia? Su che base il nostro modo di vivere (e di guardare) la realtà va concepito come il più sano e “corretto”?

Bouwman concede ampio spazio alle parole dei suoi protagonisti come per sottolineare che il loro disturbo psichiatrico non abbia inficiato minimamente la loro lucidità e profondità intellettuale. Essi non hanno niente, fondamentalmente, che li separi da ogni altro essere umano. Quindi, su che base si può presupporre una realtà comune, al di fuori della quale si va stabilire una condizione di anormalità? Forse il riferimento al deserto del reale andrebbe preso alla lettera. Per Bouwman possono esistere diverse versioni della realtà in dialogo tra loro, attraverso l’empatia e l’ascolto di esperienze diverse.
The desert of the real è dunque un film che si fonda su una delle capacità più importanti del genere documentario: abbattere la separazione fra realtà diverse, fra quella degli spettatori e quella dei personaggi sullo schermo. Tale operazione è portata, tuttavia, alla sua conseguenza più estrema, in cui forse la definizione di realtà appare obsoleta, un ostacolo all’empatia fra esperienze umane differenti. Il racconto cinematografico appare, dunque, come lo strumento ideale per ridefinire i confini della nostra percezione.
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