The End di Joshua Oppenheimer – Il mondo è fuori
«The houses are all gone under the sea. The dancers are all gone under the hill». Con queste criptiche parole, tratte da una raccolta di poemetti che T. S. Eliot pubblicò durante la Seconda Guerra Mondiale, si apre l’apocalittico musical The End di Joshua Oppenheimer. Autore nato a Austin in Texas ma con cittadinanza britannica e residente a Copenaghen, dove ha base anche la sua fedele produttrice Signe Byrge Sørensen, Oppenheimer è noto ai più per i documentari L’atto di uccidere (2014) e The Look of Silence (2015), realizzati grazie all’appoggio non solo finanziario di registi del calibro di Erroll Morris e Werner Herzog. Le due opere citate compongono un dittico sulle conseguenze della “purga anticomunista” avvenuta in Indonesia tra il 1965 e il 1966, che portò alla morte di un milione di persone.
La chiave che rendeva questi splendidi lavori molto più che delle semplici ricostruzioni è da individuare nella scelta creativamente geniale e moralmente non semplice di avvicinare i carnefici, a cinquant’anni di distanza dagli eventi, senza esprimere nei loro confronti un giudizio diretto ma piuttosto permettendo loro di esprimere in autonomia l’assurdità del male. Ciò è stato possibile chiedendo loro di recitare nel ruolo di sé stessi alcune scene in cui ripropongono senza vergogna azioni violente già perpetrate in passato come arresti di massa ed esecuzioni sommarie. Il coraggio fu premiato con la candidatura all’Oscar e diversi riconoscimenti.

Ed è proprio la messa in scena, lo spettacolo come evidenza di un distacco emotivo di natura prettamente schizofrenica, a guidare le scelte di scrittura e regia nel più recente The End. Questa volta un’operazione interamente finzionale, con interpreti del calibro di Tilda Swinton e Michael Shannon. È la storia di un ricca famiglia anglofona che dopo un disastro energetico planetario ha deciso di barricarsi all’interno di una casa nel cuore di una caverna sotterranea. Madre, padre, figlio ormai adulto, migliore amica della madre, dottore e maggiordomo sono le uniche persone che abitano questo spazio da parecchio tempo. Il rampollo non ha perciò mai avuto altre relazioni al di fuori di questa cerchia ed è infatti questa la prima stortura che salta all’occhio durante la visione: la sua innocente immaturità sentimentale. Si aggiungano le numerose bugie sul passato con cui è stato coccolato negli anni, i silenzi della madre, la retorica del padre, l’accondiscendenza degli altri. La routine della villa-bunker, i cui muri coperti di capolavori impressionisti fanno pensare a un museo, è sempre la stessa: si scrive un improbabile libro tra il filosofico e l’agiografico, si mangiano le deliziose torte senza le quali «chissà dove saremmo?!», si organizzano simulazioni di situazioni d’emergenza in salotto. Qualunque cosa perché sia sempre tutto sotto controllo. Non stupisce quindi che i fragili equilibri vacillino quando all’improvviso nella grotta compare una persona sconosciuta.

La ragazza che il gruppo trova semi-cosciente subito fuori dalla porta è infatti la leva che forza le dinamiche in essere e, coinvolgendo ogni singolarità con cui viene in contatto, obbliga a guardare in faccia la realtà. In quest’ottica, il canto e la coreografia diventano elementi di rivelazione del rimosso, o meglio, del non-detto, di ciò che i personaggi non osano mostrare nemmeno a loro stessi. Oppenheimer riesce quindi a riformulare i topoi del genere musical mettendoli al servizio di una raffinata operazione di satira esistenzialista: cos’è che rende umano l’umano? Ancora: come si sopravvive al dubbio? E poi: come possiamo comprendere, pur senza necessariamente giustificare, la fragilità di un sistema che tende ad autodistruggersi? Ecco: cosa resterà di noi dopo l’apocalisse? L’elemento che accomuna The End ai film precedenti del regista sta forse tutto qui, nel perpetrarsi delle medesime debolezze in condizioni che cambiano con una rapidità non sufficiente a far sbiadire la memoria conservativa della nostra specie. A nessuno dei personaggi del film piace sentirsi dire di aver sbagliato. Nessuno di loro, più o meno adulti, più o meno esperti delle cose della vita, accetta che gli si ricordi di essere preda della solitudine. Piuttosto si gorgheggia una malinconica positività da operetta, le cui parole forzosamente ottimiste alla lunga finiscono con stonare nel contesto che ne contiene la rappresentazione. Perché cantiamo alla fine del mondo? Forse la vera domanda è questa.

Oppenheimer, come già nelle opere precedenti, risponde senza rispondere. Il film si limita a mostrarci momenti essenziali, scambi brevi ma intensi fra individui costantemente inibiti dalle proprie paure. Di fronte alla infinita messa in scena del sé, di cui gli stacchetti musicali sono illuminanti esemplificazioni, non possiamo che interrogarci sulla prassi della nostra indolenza morale, sulla natura dell’egoismo qualunque sia la dimensione nella quale facciamo le nostre scelte. Nelle sue due ore e mezza di durata, The End si dimostra capace di agire nell’arte della sineddoche, parlando in termini universali attraverso una storia claustrofobicamente immersa nella specificità. Non è un caso forse l’assenza di nomi propri. Ciascuno dei presenti in quella grotta è una proiezione della complessa banalità dell’esistere, dello stare al mondo nell’incoscienza della responsabilità verso gli altri. L’autore compone una sinfonia per immagini di ottima fattura e di grande statura satirica, fornendo poche ma utili coordinate per muoverci all’interno della contemporaneità. «Non ci fidavamo di nessuno», è l’ultima frase pronunciata dalle protagoniste, due donne, nel finale. Ma forse rendersene conto non basta. È perciò necessario guardare altrove, oltre la porta di casa, ovunque essa si trovi, per ricordare che non siamo mai veramente soli.
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