L’ultimo arrivato – Un urlo di gioia dalla profondità del nostro abisso
Non poteva capitarmi occasione migliore per assistere a L’ultimo arrivato di Pier Luigi Pasino e Paolo Li Volsi, per la regia di Aleph Viola: perfettamente in linea con il titolo e la tematica – quella profonda condizione tragicomicamente poetica dell’essere gli ultimi in qualcosa – prendo posto alla Sala Mercato del Teatro Nazionale di Genova giusto in tempo per l’ultima replica, quella che per altro chiude tutta la densa e frastagliata stagione del Nazionale stesso. In qualche modo, lo spettatore è sempre un po’ l’ultimo arrivato di fronte a uno spettacolo, alla sua ideazione e realizzazione, ma mai come lo è lo spettatore della replica finale, che assiste alla liberazione dell’interprete dal ciclo di ripetizione sempre diversa sera per sera che fa sedimentare vissuto sulle battute scritte e sulle partiture della scena. Questa volta però cerco di partire in vantaggio, seppur col risultato di apparir ancor più ultimo arrivato: prima della replica tocco con mano e voce il sedimentarsi di cui sopra, potendo chiacchierare con Pasino, Li Volsi e Viola del loro lavoro e di quel che aprirà in futuro.

Mi raccontano che L’ultimo arrivato nasce nel contesto dei club e arriva sul palco teatrale per trovarvi una rinnovata profondità. Così Pasino e Li Volsi si sentono liberi di gestire il coinvolgimento di un pubblico che partecipa con lo stesso entusiasmo che si può trovare nel locale, ma al contempo Viola può tenere le fila di una regia raffinata e pienamente al servizio dell’effetto emotivo, con un risultato che sfiora la dimensione dell’onirico. Trovarsi immersi nello spazio che si apre ancor prima dell’inizio dello spettacolo – teso tra due chitarre sospese dietro a microfoni, quasi dei punti di fuga della rappresentazione – diventa quindi la presa in carico di un’intimità messa a disposizione, un’apertura sull’interiorità degli interpreti che è specchio inevitabile di quella del pubblico. Il delicato equilibrio della tenuta di una complicità costante con l’emotività della platea è mantenuto dalla perizia con cui Pasino e Li Volsi giocano con la profondità di ciò che portano sul palco: questo, mi dicono, è dovuto ad un percorso di trasformazione che hanno già compiuto per giungere allo spettacolo e che sulla scena culmina in una vera e propria liberazione collettiva.

Il modello su cui poggia lo spettacolo è immediatamente accessibile per qualsiasi tipo di pubblico: i due interpreti si alternano nel passarsi il ruolo del protagonista e della spalla di una serie di racconti, giocando con due approcci differenti e perfettamente compatibili all’effetto comico, sfruttando mimica, ritmo e vocalità in un crescendo di astrazione che conduce per mano lo spettatore verso una sinfonia emotiva via via più elaborata. È in questo modo che la macchina scenica si fa sempre più dispositivo poetico, nelle mani tanto della regia – misuratissima e mai invadente – e della capacità degli attori di abitarne l’efficacia: le ombre materializzano corpi impossibili, cambiando la scala del rappresentato e mettendo magicamente sulla scena l’interiorità effettiva di chi si trova sul palco. Tutto ciò senza mai inciampare nella retorica, anzi, esibendo una sincerità talmente disarmante – fin dall’inizio, intelligentemente – da rendere inevitabile e costante la partecipazione emotiva di chi assiste.

A punteggiare la sequenza di racconti lungo cui si è accompagnati durante lo spettacolo, la musica – suonata dal vivo e composta da brani originali – si fa specchio interpretativo dell’effetto onirico evocato dalla scena. In L’ultimo arrivato, mi raccontano gli autori, convergono le loro esperienze musicali individuali e tutto riesce magicamente a trovare il proprio posto e la propria risonanza, poggiando su una sincera artigianalità che mette al centro le peculiarità di tutti i coinvolti. Così anche l’intarsio musicale dello spettacolo scava in ogni suo aspetto nel vissuto degli autori che in questo leggono il loro lavoro come quello di un’officina dove la ricerca di somiglianza reciproca si perde per lasciare spazio a un incontro di differenze, per generare qualcosa di inaspettato. Quello che si percepisce posti di fronte al risultato è che questo lavoro di incontro tra differenze, questa sorta di alchimia del vissuto artistico personale, trova una componente di forte e raffinata consapevolezza nella sua efficacia: l’inaspettato non è casuale, ma cercato e misurato con attenzione e mestiere, tanto da restituire al pubblico un’esperienza quasi avventurosa.

Quello che distingue autenticamente L’ultimo arrivato da altri lavori che poggiano su modelli simili è la straordinaria capacità di tutto l’intreccio scenico – dalla scrittura alla regia, passando per apparato tecnico e componenti musicali – di accompagnare gli spettatori attraverso l’abisso più profondo della propria emotività per scaturire infine in una liberazione totale, non catartica, bensì autenticamente gioiosa e collettiva. Proprio in questo si apre una finestra di curiosità e un fremito di aspettative quando Aleph Viola mi dice che con più spazio a disposizione ci sarebbe posto – non materiale, ma emotivo – per una profondità ancora maggiore: «Non abbiamo paura di lavorare», mi dice, «se avessimo uno spazio più grande, onoreremmo quello spazio».

In coda alla chiacchierata abbiamo modo di parlare anche di audiovisivo. Innanzitutto del successo de La Legge di Lidia Poët, dove Pasino interpreta Enrico Poët, il solo personaggio che subisca autenticamente una trasformazione profonda lungo le tre stagioni e la cui scrittura poggia sulla sua peculiare e coraggiosa marca attoriale. Nel mentre ci confrontiamo sull’industria che dovrebbe rivedere la sua concezione dei “giovani” – «Io e Matteo Rovere non possiamo continuare a essere identificati come quelli “giovani” a 45 anni, perché c’è qualcosa che evidentemente non funziona nel sistema», puntualizza Pasino – e in cui fortunatamente ci sono esempi luminosi di successo come Le città di pianura che dovrebbero però essere decisamente più sostenuti. Tutto quanto mette ulteriormente in luce come le loro esperienze individuali contribuiscano ad accrescere il lavoro di contaminazione reciproca che risuona così fortemente ne L’ultimo arrivato e che porterà ad accendere nuove «fiammelle» creative nei lavori a venire di questa brillante “famiglia artistica”.
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