Due spicci di Zerocalcare è un sorriso mentre si affoga
Ogni due anni scoppia il botto: dopo l’ultimo esperimento Questo mondo non mi renderà cattivo e il giustamente fortunato esordio Strappare lungo i bordi, Zerocalcare ritorna con una nuova serie animata per Netflix, Due spicci, prodotta nuovamente da Movimenti Production in collaborazione con BAO Publishing. Nuova storia, stessa “presa a male”: siamo tornati a casa.
L’appuntamento con Michele Rech sugli schermi sembra ormai una costante, un porto sicuro su cui un fan può sempre contare: è quella sensazione che si prova quando si ha l’occasione di incontrarlo alle consuete fiere del libro, con una fila di aficionados che sembra non finire mai, in attesa di un autografo o uno sketch. È una consapevolezza, che lui in qualche modo ci sarà, e quindi le cose bene o male non andranno nel verso sbagliato.

In questa nuova avventura Zerocalcare e il vecchio amico Cinghiale gestiscono un piccolo locale, quando problemi economici, incomprensioni e vite personali più complicate di quanto appaiono mettono entrambi sotto pressione. Il ritorno di Smeralda, una figura dal passato di Zero, e responsabilità inattese fanno precipitare una situazione già fragile, costringendo tutti i personaggi a prendere scelte difficili.
Per i fan ormai affezionati dai tempi dei tentativi di animazione Rebibbia quarantine, Due spicci riporta esattamente questo: una trama che da semplice diventa complicata ma a suo modo risolvibile, certi personaggi verso cui c’è già un attaccamento e altri a cui affezionarsi, risate che si accompagnano a riflessioni dolciamare (più amare che dolci) sulla vita e sul crescere.
Rech quindi si conferma come il rappresentante di quella generazione un po’ persa dopo tutti i tracolli delle generazioni precedenti: senza soldi, con il mondo in crisi e nuove responsabilità che non sa come affrontare. È una visione del mondo che mette al centro gli ormai quarantenni “allo sbando senza un punto fermo”, che rispetto ai propri genitori con le strade già lastricate del baby boom non sanno come comportarsi, costretti a galleggiare su un pezzo di legno in balia delle onde (immagine che ci riporta non solo a Titanic ma anche a Mattia Torre, entrambi omaggiati in maniera deliziosa).

In qualche modo, a quei quarantenni viene restituita una certa dignità: come in altre narrazioni di Zerocalcare qui vale il concetto del “nessuno si salva da solo”, perché alla fine le guerre si vincono solo con le alleanze e ciò che parte come una tragedia personale può essere accolto e sostenuto da un collettivo. Non esiste più solo Zerocalcare, ma attorno a lui esistono gli altri personaggi, per fortuna non più relegati a “macchiette”, ma ognuno con il proprio problema da risolvere e la propria croce da portare. È una storia che da individuale diventa corale, diversa sia dall’approccio di Strappare lungo i bordi (dove Zero era al centro) e di Questo mondo non mi renderà cattivo (dove, per dovere di trama, è rilevante il ruolo della collettività, legata alla componente politica e ideologica e non solo a quella delle vicende personali).
Tra violenza che genera violenza che genera violenza e riflessioni su quanto invece sia importante buttarsi piuttosto che aspettare passivamente che i problemi si risolvano, Rech crea un prodotto decisamente più “cinematografico” (come lui stesso lo definisce), a tinte noir, coinvolgendo anche diversi stili di animazione e spingendo quindi l’asticella oltre i limiti delle due serie precedenti.
Con questa serie, l’artista romano e i suoi collaboratori stabiliscono un vero e proprio universo narrativo, non solo per quanto riguarda gli intrecci di trama (quello che possiamo definire Zerocalcare-verso, anche indipendentemente dalle graphic novel che comunque stabiliscono un loro universo narrativo a parte) ma anche nella struttura stessa della serie, nei suoi elementi ricorrenti (dalla sigla di Giancane a quegli ornamenti di sceneggiatura che mischiano la risata al sospiro malinconico, la battuta greve alla frase che fa riflettere sulla propria esistenza).

Più che essere qualcosa che stupisce (come fu soprattutto Strappare lungo i bordi), Due spicci è un prodotto che rappresenta un ritorno a casa — non solo nella creazione di un “palinsesto” che raccoglie a chiamata tutti i fan ormai affezionati, ma anche nel messaggio di una rassicurazione che arriva con ogni riflessione, con ogni battuta anche un po’ inserita a forza perché ha fatto ridere una volta e la casa di produzione sa che farà ridere ancora, con ogni messaggio che fa sempre centro.
È quel tipo di rassicurazione che ti dice che non sei solo, che in quell’oceano di “presa a male” non sei l’unico ad affogare. Anzi, ad affogare probabilmente si è in tantissimi, ognuno con la sua palla al piede che lo trascina più giù, ma che se ci sono un paio di braccia in più a tenerti a filo d’acqua, insieme si può tornare verso una riva sicura.
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