Tra la non-vita e l’amore – Se son fiori moriranno di Rosario Palazzolo
Foto di copertina ©Rosellina Garbo
Alcuni spettacoli non dispiegano la loro forza solo nel tempo circoscritto della performance, ma tornano nei giorni a seguire in brevi immagini, e ti fanno ritrovare appena uscita da teatro, in mezzo al traffico disordinato di una Palermo del tardo pomeriggio, ancora stordita dal passaggio veloce dalla penombra al colore, dalla staticità al movimento, dalla morte alla vita. È accaduto, per esempio, dopo la visione di Se son fiori moriranno di Rosario Palazzolo, andato nuovamente in scena, dopo il debutto di tre anni fa, al Teatro Biondo di cui è anche la produzione; uno spettacolo disturbante fin dall’ingresso nella piccola sala Strehler, dove tutto è stato studiato per inglobare il pubblico in uno spazio ancora più angusto e già generatore d’angoscia. L’impressione è simile a quella che si potrebbe avere addentrandosi in un abbandonato e fatiscente sotterraneo di periferia, con la luce dei neon che va e viene, i colori freddi, e dove i minimi rumori risvegliano a sussulti i fantasmi dell’immaginazione.

L’ambiente è invece quello di una casa, fatiscente ma tutt’altro che abbandonata; anzi, colma di una ostinata, inamovibile presenza. Barricata nella propria disperazione, ci vive infatti Adele, interpretata dall’attrice siciliana Simona Malato, che troviamo occupata in gesti ripetitivi; e c’è una vasca, in cui giace ma non vive la figlia Luisa (Chiara Peritore) di cui scorgiamo un braccio nudo oltre le dita imbrattate di sangue, così come la fronte, e lunghi capelli scuri riversati al di là del bordo. Sparsi, i suoi vecchi giochi di bambina: la casa di Barbie con tanto di auto di lusso in garage, una smunta cucina per bambole, piccole sedie e un tavolino giallo; poi, tutti vicini e disposti con cura, gli abiti, le scarpe, un telo da bagno e una spazzola. L’ambiente rappresentato è allora ancor più ristretto e appartiene principalmente alla figlia di Adele, chiuso da una porta sprangata e delimitato ulteriormente dal cerchio di una corda di cui non è forse immediato il significato.
L’atmosfera è inoltre resa ancor più straniante dal fumo polveroso che si solleva verso l’alto e da vari suoni registrati che si sovrappongono: il bip continuo delle macchine che tengono in vita Luisa, frammisti a tonfi inquietanti e, all’inizio, una canzone distorta del film Disney La bella addormentata nel bosco. Non a caso, proprio questo, perché Luisa dorme, appunto, un sonno tra la vita e la morte sospeso sul filo di macchinari invisibili, ma sempre accesi. Non sono però solo loro a sorreggere tutto, c’è infatti anche la pertinace, ancorché sfibrata, speranza di Adele. La sua figura dimessa negli abiti e nei modi, la voce spesso flebile e incerta – come se mettesse in dubbio lei stessa il proprio dire e fosse sul punto di mollare la presa da un momento all’altro – si animano quasi di una ferocia compressa, dell’energia residua che trova sfogo nel rituale del bagno alla figlia, messo in risalto dalla musica (di Gianluca Misiti) e presentato subito al pubblico scuotendolo da quella nebbia.

Poi, quando prende parola – una parola confusa, senza concordanze e dalla grammatica nuova, ma forse l’unica adatta a esprimerne il travaglio interiore – capiamo subito che qualcosa non va, e che non solo siamo stati inglobati in uno spazio che ci ha catturati fin dal primo istante, ma siamo ancora più all’interno: nella mente di Adele, alieni prodotti da un’immaginazione che invece sconfina per sfuggire all’angustia dolorosa della realtà e cerca al contempo una convalida nel sapere. Da qui, la narrazione si svolge seguendo un’alternanza: i monologhi, rivolti alla platea da cui cerca sostegno e che interroga, scruta, cercando di cogliere differenze e similitudini con gli esseri umani; e i momenti di dialogo quando Luisa si sveglia, apparentemente ricaricando la speranza e portandole una vana e sbiadita gioia. La ragazza, infatti, ha ancora tutta l’irriverenza e l’esaltazione di una bambina, in netto contrasto con lo stato comatoso in cui abitualmente versa, perché il suo tempo interiore si è fermato quindici anni prima, mentre il corpo ha continuato a svilupparsi: Peritore restituisce con entusiasmo e sorpresa questa giovinezza dai tratti goffi, trasognati e ancora infantili, senza troppi filtri, e torna a giocare coi vecchi giochi e con la madre; istanti concitati in cui emerge il forte legame tra loro, fatto adesso di una tenerezza gioiosa e al contempo disperata per via dell’illusorietà e dell’ineluttabile separazione voluta dal mondo lì fuori che Adele distanzia e rifugge.

Così, Luisa personifica non solo il troppo amore e la speranza («Perché mi parli?» – chiede «Perché tu mi senti» – risponde Adele), ma anche un’ulteriore figura essenziale alla madre per trovare rassicurazione, la quale le domanda se vede le stesse presenze sconosciute, ma amiche, che le salveranno portandole via; e rappresenta, altresì, la lotta della sua mente che vorrebbe esser placata mentre si dibatte tra deliri e barlumi di razionalità, perché in fondo anche Adele sa che davanti ai loro occhi c’è solo una parete e «il quadro con i fiori un poco morti».

Ed è proprio su questi scampoli (non a caso, visto che scopriamo essere una sarta) di lucidità che fa leva un’inaspettata presenza nello spettacolo (Delia Calò), la cui voce si alza decisa tra il pubblico inserendosi in due intervalli di quell’alternanza; inquisitoria, inizialmente, quasi da perizia psichiatrica, mentre Adele siede sulla seggiolina rossa come in un interrogatorio o su un patibolo. Tribola, infatti, mentre la donna dal volto illuminato cerca di ridestarle i ricordi, di metterla in pace col passato per poter costruire un’immaginazione che si fondi, d’ora in poi, su una base di realtà. Sono i momenti più elevati dell’impeccabile recitazione di Malato che, così vicina a noi, trasmette la sofferenza con gli occhi e il viso umido e stravolto, cui fa eco in platea una commozione timida, ma udibile. Il seguente tentativo, pur dolorosissimo, è quello decisivo che riesce a scavare nel profondo grazie alla parola chirurgica, ma sempre più amorevole, e al suo potere di liberarla, con dolcezza quasi materna, dallo stallo, mentre Luisa, in secondo piano, sovrappone un chiacchierìo bambino mettendo in scena l’accaduto.

Anche il tempo, infatti, è stato inglobato nel cerchio e ha smesso di fluire, divenendo un elemento solido e pesante «chiuso in una ciotola col tappo intappato» dove il passato non passa e il futuro non esiste, e nel quale nemmeno Adele vive più. Mentre guarda in faccia la bestia del ricordo e imparandone così, noi, la storia, scopriamo però che non c’è solo il tempo a inchiodarla e ad essere a sua volta inchiodato, ma un ulteriore, insopportabile fardello, che solo con la ragione e la compassione verso se stessi può esser lasciato andare.
Adele si fa pronta, e il percorso che prima girava in tondo senza requie prende un’altra direzione. Così, esitante, tira la corda che, in una trovata registica eccezionale, raduna sempre più vicini gli oggetti di scena, mentre essi sembrano acquisire vita propria e incespicare, poi cadere e morire, fino al cessare di quel bip che era diventato un gocciolio insopportabile e al ritorno di un silenzio che lascia senza parole.
Solo un istante, prima che ci abbaglino forte e inaspettatamente la musica, la luce e una sperata voce.
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