Un giorno la formica di Paride Benassai – Una favola farsesca in musica
Foto di copertina © Rosellina Garbo
C’è una domanda che l’uomo ha cominciato a farsi con sempre più frequenza negli ultimi anni, che forse non si era mai fatto prima se non filosofando; sarà stato lo scossone imprevisto della pandemia o il martellante allarme di un cambiamento climatico che ha fatto vacillare in lui l’illusione di un’umanità immortale; o ancora il rendersi conto di non essere mai felice per davvero e di ritrovare un po’ della tranquillità agognata non appena dismessa ogni tecnologia per stare in silenzio nella natura, osservando la vita lenta e operosa degli animali o la magnificenza delle piante, che ha fatto sorgere in lui il dubbio se, arrivati a questo punto, la propria specie sia davvero la più evoluta del pianeta.
La risposta – che almeno fino agli onnipotenti anni del boom economico avrebbe forse fatto ridere per il “sì” scontato e che nel tempo appare sempre più ovvia al contrario – richiederebbe però una trattazione lunga e complessa per non cadere nel semplicismo, e, in fondo, potrebbe essere mal posta la stessa domanda, per l’impossibilità di stabilire un paragone sensato tra l’uomo e altre specie viventi; infine, sarebbe certamente affrontata da premesse e angolazioni differenti (e comunque sempre da un punto di vista antropocentrico) se materia di uno scienziato, un filosofo o – come in questo caso – un artista.
Paride Benassai, regista e protagonista di Un giorno la formica, ha scelto infatti, insieme a Eugenio Mastrandrea col quale è nata l’idea, di partire proprio da questo spunto per costruire uno spettacolo che, però, essendo il risultato di un processo artistico, può anche tralasciare le sottigliezze della questione. È importante collocare subito questo presupposto per avere una visione organica dell’opera, i cui punti di forza, più che nel tema in sé, risiedono nella riuscita comicità, che domina buona parte dello spettacolo, unita a un messaggio chiaro e semplice che travalica, con le sue disarmanti ovvietà, le logiche egoistiche e di predominio che spesso caratterizzano l’agire umano.

Il prologo, in cui si illustra il preambolo della vicenda in stile commedia antica, è composto in versi e affidato all’attore Eugenio Mastandrea che, con la sua bombetta rossa e ancora a sipario chiuso, anticipa il dialogo dei protagonisti: un uomo, nella fattispecie uno scrittore in crisi interpretato da lui stesso; e una formica, letteralmente incarnata da Paride Benassai. Già dalle premesse si evince il carattere di questa “favola farsesca in musica” – una definizione perfettamente calzante riportata sulla locandina del Teatro Biondo di Palermo dove è andata in scena – in cui si alternano la parlata dall’accento romanesco e, si scoprirà in seguito, un impiego esilarante del dialetto palermitano di Benassai.
Una volta aperto il sipario, la scena riproduce l’interno di un appartamento il cui arredo è disegnato in bianco e nero in stile fumetto, ed è stata realizzata dagli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Palermo (coordinati da Valentina Console), che hanno curato anche i costumi; sulla parete frontale, invece, un effetto che ricorda le sovrapposizioni di certi libri illustrati per bambini, dove uno spazio quadrato è ritagliato per far muovere in secondo piano, come fosse un dipinto vivente, il terzo personaggio dello spettacolo: il cantautore e musicista ennese Mario Incudine, che accompagna in musica, canto e parole, le gag e le pause tra i dialoghi, fino a diventare egli stesso un protagonista della storia.
Qualche dettaglio suggerirebbe l’ambientazione in un’epoca di qualche decennio distante dalla nostra, per via del telefono vintage e di una macchina da scrivere con cui Alberto Rossi sta provando infruttuosamente a dare avvio al suo romanzo, ma entra in dissonanza con le allusioni ai selfie e il cellulare, per cui la scelta risulta piuttosto obbediente a un criterio puramente estetico. Alle pareti della stanza, inoltre, sono poggiati diversi scatoloni appartenenti all’ex-fidanzata di Alberto che lo ha da poco lasciato e dovrà tornare presto a portarseli via, insieme al suddetto quadro dove Mario Incudine interpreta una sorta di grillo menestrello che con le dolci note della sua chitarra placa il clima delirante della casa.

In questo caos mentale, rappresentato anche dai numerosi fogli appallottolati per terra e dal cumulo di bollette non pagate all’ingresso, ci si mette pure l’editore che telefona per chiedere insistentemente il manoscritto di cui Alberto non ha ancora buttato giù una riga; tra scuse improbabili, tutta la vita che pian piano sta crollando e senza più un briciolo di ispirazione, egli è ormai nel pieno di una crisi di nervi che cerca di sedare ingoiando una pasticca di ansiolitico dopo l’altra. E, come se non bastasse, scopre di avere nuovamente le formiche in casa, che si svelano essere l’ennesima ossessione.
La nevrosi del protagonista, resa sempre più efficacemente da Mastandrea, si esprime in netto contrasto con i modi della lenta e serafica formica, che tira però subito fuori una verve comica inaspettata, calcando la mano (o piuttosto l’accento) sull’utilizzo del dialetto palermitano, probabilmente incomprensibile per uno spettatore non siciliano e in minima parte anche per chi non è della provincia; nasce quindi il dubbio se questa produzione del Teatro Biondo circuiterà anche fuori dalla regione e con quale adattamento linguistico, visto che questo elemento rappresenta indubbiamente una delle carte vincenti dello spettacolo.
La formica, travestita da operaio con elmetto e occhiali da aviatore, si introduce nella stanza attraverso il forno della cucina approfittando di una delle uscite esagitate di Alberto per raccattare la penuria di cibo che lo scrittore dissemina per casa e che, visti i furti malandrini, non basta ormai nemmeno per lui. L’incontro tra i due è a un certo punto inevitabile e innesca un ulteriore turbamento in Alberto: non capisce infatti se tutto quello che sta vivendo con immediato sgomento sia reale o, molto più verosimilmente per lui, frutto del suo esaurimento nervoso, supposizione resa ancora più probabile dalla bizzarra coincidenza che sia la formica sia l’ex-fidanzata sono entrambi siciliani di Palermo.

Dall’incontro tra i due – che inizialmente scatena un buffo combattimento a colpi di scopa, pentola e coperchio – il corso della commedia cambia un po’ i toni, per assestarsi sempre più sul pacato susseguirsi di consigli e perle di saggezza dispensati, tra una battuta comica e l’altra (indimenticabile quella dei mocassini), dalla formica. Sebbene, per buona parte del tempo, entrambi siano mossi indistintamente dall’egoismo e dal voler prevaricare sull’altro (anche se l’insetto dice sempre di essere costretto a fare uso della “violenza”), piano piano il loro atteggiamento reciproco cambia. Inizialmente virando verso l’opportunismo di Alberto, che in un lampo d’intuizione, evidenziato dal focus di luci sulla formica seduta, la vede come colei che, col suo racconto, può fungere da materia per il romanzo; poi, con la comprensibile reazione della controparte, che si sentirà presa in giro e non ascoltata davvero per ciò che ha da insegnare.

Costretta a servirsi delle maniere forti per, finalmente, zittirlo (se un limone in bocca e una corda attorno al corpo possano considerarsi tali), la formica inizia a raccontare la storia del loro esodo come specie, facendosi esempio della cooperazione e aiuto reciproco che dovrebbero essere propri di tutti gli esseri viventi in difficoltà. La breccia tra i due, però, fatica ad aprirsi, e i protagonisti vanno incontro a continui istinti prevaricatori e aggiustamenti, all’impossibilità di stipulare un contratto di convivenza tra le parti e al ricorso all’estremo rimedio: marcare i confini. E sebbene il finale riporti tutto al suo equilibrio e alla pace che in fondo tutti cerchiamo, l’instaurarsi difficoltoso del loro rapporto risulta nell’insieme realistico (seppur fantastico) e affatto scontato.
Come non scontata si rivela, infine, la liberazione del grillo. Lontano dalla classica figura di “coscienza parlante” delle fiabe (ruolo che per certi versi appartiene qui più alla formica), pur nel suo essere super partes, ed estraneo alla vita arzilla che di solito gli è concesso fare, si limita per buona parte del tempo ad accompagnare col suo strumento il racconto, narrando anche lui storie musicate sulla terra e la natura; ma l’amicizia con la formica, con la quale discorre negli intervalli di tempo in cui non imperversa la sciocca tracotanza di Alberto, sarà per lui salvifica e lo scioglierà da un altro confine, quello della gabbia dove per paura dell’ignoto spesso ci si rinchiude, affidandogli la conclusione dell’opera.

Ogni parte trova adesso il proprio posto, e anche per Alberto arriva un momento di pace per scrivere il suo romanzo, che si muoverà, come tutto lo spettacolo e come tutte le storie, nell’unico confine sempre facilmente valicabile: quello tra fantasia e realtà; e l’uomo, forse, non si sarà evoluto bene in tutto e per tutto, così come gli animali si fanno naturalmente la guerra tra loro, ma è certo grazie a lui, e all’arte che continua a creare, che questo luogo fantastico in cui riflettere ed emozionarsi diventa possibile.
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