Mother Mary – La celebrità come seduta spiritica
Presentato da David Lowery come una “ghost story” travestita da melodramma musicale, Mother Mary è in realtà un curioso mashup di forme e suggestioni: mélo tossico, musical intimista, horror psicologico e kammerspiel emotivo ridotto quasi interamente al confronto fra due donne chiuse in una casa inglese battuta dalla pioggia. Il regista e sceneggiatore statunitense continua a lavorare sul perturbante come manifestazione del trauma, spostando però il suo cinema dentro l’immaginario della celebrity culture contemporanea. Non sorprende che gran parte della critica internazionale abbia evocato la categoria dell’elevated horrorHata: qui il soprannaturale non serve tanto a spaventare quanto a visualizzare un collasso mentale, una depressione che prende corpo fra apparizioni, tessuti sanguigni, allucinazioni e rituali spiritici.

La trama è ridotta all’essenziale: Mother Mary, popstar planetaria in crisi, si rifugia dopo anni di silenzio dalla sua ex costumista e forse ex amante Sam Anselm, interpretata da Michaela Coel. Le chiede di disegnare l’abito per il concerto che dovrebbe sancire il suo ritorno sulle scene, ma l’incontro si trasforma presto in un regolamento di conti sentimentale e psicologico. Lowery orchestra il film come un duello da camera, lasciando che siano i corpi, gli sguardi e i silenzi a produrre tensione più della sceneggiatura stessa. Non tutto funziona: la simbologia religiosa e i rimandi allegorici vengono spesso sottolineati con eccessiva enfasi, e il film tende a spiegare ciò che avrebbe più forza restando ambiguo. Ne consegue un’opera affascinante ma soffocata dalla propria ambizione metaforica.

Il personaggio interpretato da Anne Hathaway è evidentemente costruito come sintesi delle grandi cantautrici pop del nuovo millennio: l’iconicità estetica e performativa di Lady Gaga si intreccia con il rapporto viscerale, quasi settario, che Taylor Swift intrattiene con il proprio pubblico. Manca però del tutto l’autoironia della nuova generazione, quella di Sabrina Carpenter o Billie Eilish. Mother Mary è un’artista quarantenne che continua a prendersi tremendamente sul serio, una narcisista patologica incapace di guardare davvero fuori da sé. Alla domanda dell’ex amica — “Come vedi il vestito che devo farti?” — risponde: “Vedo solo… me”. Una battuta che vale da manifesto programmatico. Autoriferita, divorata dal proprio mito, ma anche evidentemente irrisolta, schiacciata dalla pressione di un’aspettativa smisurata, prima di tutto la sua. Il film prova così a trasformare il linguaggio del pop e dell’orrore in una metafora della salute mentale contemporanea: l’artista come simulacro sacrificale, adorato dal pubblico e insieme svuotato dall’obbligo permanente di performare sé stesso.

È proprio in questa oscillazione continua fra sincerità emotiva e manierismo che Mother Mary trova il suo fascino e insieme il suo limite. Le canzoni firmate da Charli XCX, FKA twigs e Jack Antonoff, i costumi liturgici, le improvvise derive horror e il clima da seduta medianica costruiscono un’esperienza sensoriale spesso ipnotica, ma non sempre davvero profonda. Lowery sembra voler esorcizzare il culto della celebrità mostrando una donna che ha smesso di distinguere la propria identità dall’immagine pubblica che ha creato. Quando il film riesce a restare aderente a questa ferita, soprattutto nel confronto fra Hathaway e Coel, è magnetico; quando invece rincorre il simbolismo a ogni costo, rischia di trasformarsi in un esercizio di stile grandioso e un po’ compiaciuto. Rimane comunque uno degli oggetti cinematografici più strani e divisivi dell’anno: un horror d’autore sul pop come forma estrema di solitudine.
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