Frieren: Oltre la fine del viaggio (seconda stagione) – alla ricerca di un’umanità perduta
Nell’ultimo episodio della seconda stagione di Frieren – Beyond the journey’s end, un profondissimo burrone si offre allo sguardo dei nostri tre avventurieri, impedendone il passaggio nelle ultime regioni delle Terre del Nord. La gola del Great Tor Canyon si estende a vista d’occhio dalle spiagge salmastre per chilometri e chilometri, l’unico attraversamento possibile è un piccolo ponte di legno, ancora in costruzione ai tempi della Campagna contro il Re Demone, e ora ultimato con i soldi che l’eroe Himmel diede in prestito al costruttore Gehen.

Dall’avventura al suo remake, non è per nulla scontato che quel ponticello faccia da soglia simbolica per questo atipico viaggio 2.0: conduce noi spettatori verso una nuova stagione, e accompagna i nostri eroi verso un ignoto per certi versi già “noto”, e per altri sorprendentemente nuovo. Per Frieren è fondativa questa doppia condizione di continuità erratica: il bisogno di ripercorrere i luoghi già attraversati in precedenza – ma mai uguali a se stessi – con alla mano la memoria sempre viva delle prime volte, e di nuovo la Golden Land all’orizzonte.

A tre anni dalla prima stagione, già consacrata a capolavoro di genere, il secondo capitolo anime di Frieren ricomincia in medias res esattamente laddove il racconto precedente si era interrotto. Il viaggio verso il Nord della maga elfica Frieren, la sua apprendista Fern e il guerriero Stark, è già programmato su quella poetica temporale cui i 28 episodi precedenti ci avevano educati: Frieren ci aveva immersi in una dimensione postuma rispetto alla Ten-year quest, attraverso lo sguardo di una protagonista destinata a vivere più a lungo dei suoi vecchi compagni e a scoprire, con i suoi mezzi e i suoi tempi, il valore di una vita vissuta.

Trasposizione dei volumi del manga di Tsukasa Abe e Kanehito Yamada (ancora in produzione) relativi ai Continued Northern Travels Arc, Divine Revolte Arc e all’intermezzo che anticipa il Golden Land Arc, la seconda stagione conta, stavolta, solo dieci episodi. Si registra anche un leggero passaggio di consegne ai vertici autoriali: se prima il riferimento forte era Keiichiro Saitō, nella seconda Saitō si sposta in una posizione più defilata (come supervisore) e lascia il timone a Tomoya Kitagawa come figura più operativa.

Frieren mantiene però il suo spirito e la medesima struttura narrativa. Continuano le lunghe soste nei villaggi dei tre avventurieri, pensate sempre come occasioni di mutuo soccorso: in cambio di danaro e qualche bizzarro grimorio, i nostri eroi aiutano i cittadini delle Terre del Nord contro demoni, difficoltà economiche e pragmatiche, piccoli riscatti e missioni personali, scoprendo qualcosa in più su se stessi. In Frieren la coesistenza tra dimensione magica e umana sovrascrive ogni avventura possibile: l’evoluzione personale è tanto epica quanto domestica, e il significato delle cose passa attraverso il gesto eroico che annienta i demoni quanto attraversa quello quotidiano che ci avvicina alla sensibilità altrui. Così, l’avventura diventa lo spazio di definizione della persona, e Frieren, che la sua metà eroica ha già nutrito a sufficienza, continua a cimentarsi nella propria ordinaria e straordinaria educazione sentimentale.

La prima stagione si era concentrata maggiormente sul personaggio di Fern, sull’asse di costruzione della sua identità che da bambina prodigio diventava soggetto autonomo e maga di prima classe. Sullo sfondo, il rapporto imprescindibile con Frieren, una madre, maestra e figlia capricciosa che ha bisogno di Fern tanto quanto Ferm ha bisogno della sua saggia presenza. Nella seconda stagione si offre invece maggiore spazio a Stark, alter-ego fisico della più mentale Fern. È il corpo il suo terreno di battaglia simbolico: Stark combatte fisicamente, viene ferito, resiste. Ma, soprattutto, attraverso Stark esploriamo un’idea di eroismo come apprendimento e non come destino. Stark non è il prescelto, è un guerriero di talento, fragile, insicuro, spesso goffo, ma che decide continuamente di esserci, confermando che l’eroismo non è una qualità intrinseca ma una scelta esistenziale reiterata.

Un piccolo paragrafo va dedicato ai demoni in Frieren, figure misteriose di cui si sa ben poco. La loro particolarità in quanto villain li colloca lontano rispetto ai classici codici degli antagonisti. Entrambe le stagioni hanno dedicato un piccolo grappolo di episodi al combattimento contro un demone di particolare rilievo, Aura La Ghigliottina nella prima e Revolte nella seconda. Aura, che con il suo bilanciere pesava la densità e la potenza dell’anima dei suoi rivali e che sarebbe stata sottomessa proprio da un’animo superiore, e Revolte, il demone a quattro braccia impugnanti quattro lame, invincibile solo di fronte alla totale assenza di tenacia, raccontano un conflitto secolare tra umano e perdita dell’umano, frattura reversibile solo con la piena cura della propria coscienza relazionale. Aura e Revolte sono le manifestazioni di altri modi di esistenza: non incarnazioni bestiali dei mali del nostro mondo ma umanoidi vacanti di quell’umanità alla quale tutta Frieren ci invita con grazia a partecipare.

Eppure, un qual certo cambiamento si avverte in questa seconda stagione, talvolta meno sorprendente o provvista di piccoli episodi-gioiello come la precedente. Si tratta in realtà, piuttosto, di un bias spettatoriale imputabile alla “sindrome dell’intermedio narrativo” o middle installment problem: quando una porzione di racconto non porta più con sé le promesse dell’inizio, ma nemmeno le porta a compimento come nell’epilogo, finisce per apparire insapore solo a causa della sua posizione-ponte. Frieren continua a offrirci affreschi di rara bellezza, tanto a livello grafico-estetico quanto narrativo: l’appuntamento romantico di Fern e Stark, le scorpacciate crunchy di pane duro del Nord, così come i debiti di Frieren o la sua ossessione per le terme. Tutti questi quadretti sono Frieren allo stato puro e confermano quel desiderio autoriale di fondere slice of life, shonen e slow cinema in un unico esperimento riuscitissimo. L’aura contemplativa ed evocativa di Frieren non è cambiata, ma è cambiata la posizione dello spettatore che non è più chiamato alla scoperta di un nuovo mondo seriale ma a una forma di riconoscimento e familiarità visuale.

Infine, una menzione speciale al rapporto tra Frieren e Himmel che resta il più ambiguo e chiacchierato di tutta la serie. Il legame tra i due non viene mai definito esplicitamente come amore romantico, ma è costruito come legame emotivamente privilegiato. La seconda stagione aggiunge indizi in questa direzione, spingendo ulteriormente su flashback di natura più squisitamente romance, come nell’ episodio dedicato al diario biografico di Himmel. Ma la delicatezza con cui viene costruito questo balance tra un amore umano non riconosciuto e qualcosa di più difficile da nominare perché legato al tempo degli elfi, offre un’interessante prospettiva sui sentimenti e sull’amore come costruzione postuma. A cosa serve mettere in ordine ciò che è stato, nominarlo, se non per capire meglio chi siamo diventati grazie a quel nome? Frieren deve la sua lunga umanizzazione a Himmel, che come una Beatrice dantesca significa il suo viaggio e l’attende oltre le stelle.

Un omaggio allora a Frieren come personaggio, che è forse la più atipica e deliziosa figura guida animata mai scritta. Ed è con un omaggio a Frieren che si chiude questa seconda stagione, con le parole di Stark e Ferm che le riconoscono la capacità di orientare gli altri verso una versione di sé che ancora non vedono. È per questo che anche noi guardiamo Frieren, per ricordarci che gli scopi che orientano le nostre vite sono una piccolissima percentuale di un viaggio le cui tappe sono le uniche stazioni di senso possibili. E che il viaggio dell’eroe non è altro che lo spazio di creazione di una figura possibile, qualunque volto assuma. Lungo il cammino, allora, possiamo ritrattare qualcosa di noi che forse abbiamo perduto e proiettato in un altrove lontano, insieme allo spirito di Himmel. Non resta, dunque, che goderci il viaggio per poterlo recuperare.
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