Sguardi Altrove – La sezione Expanded tra realtà virtuale, coautorialità e precisione della forma
L’eccesso di parole produce il silenzio dei lettori. In una pletora di pubblicazioni che parrebbe rendere vigoroso e affastellato d’oggetti il sistema editoriale, la fruizione è rarefatta, fiacca, indolente: un vicolo cieco che racconta di un’esuberanza d’autoaffermazione, una pulsione d’autorialità che è rivendicazione di presenza incisiva nel mondo. Anche l’audiovisivo intercetta e declama tale bisogno, pur con modalità proprie, sperimentando negli interstizi tecno-creativi della realtà virtuale. Sguardi Altrove Women’s International Film Festival, rassegna milanese alla sua trentatreesima edizione, con la sezione Sguardi Expanded, offre al pubblico un percorso immersivo, nel quale un nuovo linguaggio dischiude spazi di coinvolgimento e co-creazione.
Le quattro opere che sono state fruibili, con appositi visori, il 16 e 17 marzo presso l’Auditorium di San Tommaso dell’Università di Pavia, inedita estensione geografica del festival, portano le firme di voci femminili promettenti della VR e di un dispositivo esperienziale che adombra una ridefinizione dei confini di percezione, ambiente e simulazione. Intercalare la propria volontà, in varia misura e con molteplici modalità, a quella dell’autore appaga, almeno in parte, l’individuale necessità di partecipazione all’organizzazione formale o narrativa dell’opera.

In Recorda Me di Emilia Gozzano, è il corpo dello spettatore che solca lo spazio a disegnare traiettorie di attraversamento nell’universo onirico ispirato a Moebius. Avanzando, facendo vagare i propri occhi tra il giganteggiare di ecosistemi fluttuanti e raggomitolandosi per addentrarsi in bolle sospese in diverse direzioni, si esplorano foreste autunnali o paesaggi cobalto con la libertà di stabilire la durata del proprio peregrinare. Nel cinema taiwanese Tengaiten di The Theater & I di Susan Shuhsien Wang, per contemplare pellicole perdute e nostalgie architettoniche di un tempo che fu non si può che passare per l’intercessione di un evanescente proiezionista, un Caronte delle bobine tra la resistenza e l’oblio. Basta un rapido gesto della mano per afferrare un oggetto d’archivio, consegnarlo alla presenza fantasmatica e dare il via a una narrazione altrimenti impantanata in un muto e imbarazzante tête-a-tête con un personaggio scrutante. Interpella noi, quello sguardo, deprecabilmente rivolto in macchina contravvenendo a ogni logica di sospensione dell’incredulità. È così anche per il brulicante andirivieni di una mensa sociale, il tappeto sonoro di un’umanità intenta a consumare il proprio pasto in Les Délices di Catherine Belanger. Figure anonime, graficamente rese da sagome grigiastre, transitano accanto al realismo dei volti di chi riempie il piatto, prende posto tra i tavoli, gusta il cibo, getta i rifiuti o si attarda contemplando l’affollamento degli altri personaggi che scandiscono in solitudine, con voracità o distrattamente, quel rito quotidiano. Indiscreti e sbircianti, con l’ingombro del visore e il peso del coinvolgimento di volti che sembrano chiamarli in causa o interrogarsi circa il loro ruolo, gli spettatori indulgono nell’intrusione, tra il voyeurismo di chi si sazia e la sensazione o il desiderio d’indistinzione tra le tante silhouette bigie ma viventi.

Non vi è alcuna possibilità di interrompere il fluire, costante almeno fino alla chiusura della mensa, ma, pur con un grado di interattività ridotto al minimo, la realtà virtuale consente anche qui di dare le spalle al bancone o dedicarsi alla contemplazione di un solo personaggio. Se non può essere autore, rassegnatosi all’alterità ordinatrice del responsabile della creazione, lo spettatore può accontentarsi di regnare nella propria cabina di montaggio, mediante una frammentazione personale delle immagini, suturando a piacimento la virtuale, ma pur sempre baziniana, continuità di una sequenza.
Solo questo gli è concesso anche nella visione di Affiorare di Rossella Schillaci, che documenta la frustrante quotidianità delle madri in carcere. Con un impianto più tradizionalmente narrativo, la fruizione a 360 gradi consente un tour antropologico e surreale nei luoghi di detenzione, nei quali organismi vegetali, bacilli o insetti si affacciano, fioriscono o infettano e deturpano quella desolazione. Sorprende, forse, che nella sezione Expanded di Sguardi Altrove l’opera di Schillaci sia la sola ad assicurare centralità al femminile, pur narrando storie di donne per parlare dell’umanità intera, dell’esecrabilità di un sistema e delle speranze accarezzate e disattese. A voler sollecitare quell’appetito creativo insito in chi rifugge la relegazione al ruolo di osservatore inerme, tanti sarebbero stati i trigger ingaggianti per il pubblico, ma non è di genere, connotazione dei corpi, inclusività linguistica o parità salariale che si parla. Le autrici scelgono di farsi udire non insistendo sull’urgenza tematica, ma ricercando l’affilatezza di una specificità della forma. Nessuna rivendicazione, dunque, suggella Affiorare: sono mirabili fuochi fatui, rantolanti mostriciattoli o tenere rose a manifestare graficamente i morbi dell’anima delle carcerate o i loro fiabeschi desideri.
Del resto, come affermato da Camilla Chieppi, curatrice di Sguardi Expanded, la selezione ha preferito includere corti in VR che imponessero senza indugi una propria cifra, a scapito di ogni appianamento del linguaggio che rendesse il tema più emotivamente accolto e recepibile. Lo stesso indirizzo sembra abbracciato dall’intero festival. La regista Alice Diop, ospitata al cinema Godard di Fondazione Prada in occasione di un focus a lei dedicato da Sguardi Altrove, ha insistito sulla precisione della forma come via necessaria per rendere l’agire artistico femminile rimarcabile e non subordinato a interrogativi sul genere né depauperato da consuete valutazioni che ne riducono l’autonomia. La condizione femminile esplorata in termini fisici, talvolta con la percezione tattile o visiva sostanziale e distante dalle astrazioni schematizzate dell’ideologia, d’altro canto, è sempre stata prioritaria nella produzione artistica femminile, persino con la ricorrenza della percorribilità di un corpo ricreato, dalla colossalità multicolore della Nana Hon di Niki de Saint Phalle alla pixelata vulva-portale della (g)Ender Gallery di Cat Haines, dal vetroresina alle nuove tecnologie.

Se con l’ostensione di un femminile troppo spesso occultato o semplificato si può scalfire con una crepa la cortina della generalizzazione, è con l’accuratezza stilistica che si evita finalmente, come avrebbe caldeggiato Italo Calvino, di «smussare le punte espressive e spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze». Le sgretolate pareti di un vecchio cinema, le bolle fumettistiche o gli esangui insetti disegnati nel buio di una prigione raccontano di un bisogno di forme scelte, taglienti e riconoscibili, a costo dello scardinamento dell’illusione di co-creare. In queste visioni asincrone e individuali, con lo sbuffare di chi attende spazientito il proprio turno al visore, essere spettatori è ancora necessario, per immergersi in un mondo creato non da chi impartisce lezioni, ma da chi si compromette in un’arte netta e non sfumata nel conforto dell’approssimazione.
Del resto, anche la realtà riportata da questo dispositivo resta confinata al virtuale, in grado di attivare una sentita simpatia, ma non una partecipata e interlocutoria empatia, un’entusiasmante interattività, ma non una sostituzione decisiva all’autorialità. Non ci resta che il piacere di lasciarci guidare.
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