Modì – (Auto)ritratto di un artista maledetto
Ventisette anni dopo The Brave, stanco di Hollywood e della Disney ma non del cinema, Johnny Depp firma il suo secondo lungometraggio Modì – Tre giorni sulle ali della follia. Questo però non è un film su Amedeo Modigliani.
Ad essere al centro del racconto, infatti, non è Modigliani ma Modì (come suggerisce il titolo) e l’insoddisfazione che ha pervaso ogni attimo della sua esistenza. Non aspettatevi un biopic fedele alla storia e a fatti realmente accaduti, poiché non ci si concentrerà più sugli eventi, ma su uno stato d’animo, un modo di essere.
Modì difatti è più un’analisi della generica figura dell’artista maledetto e la trama potrebbe facilmente adattarsi non solo alle vite di Caravaggio, Baudelaire, Jim Morrison, ma anche a quella dello stesso Depp. La prima scena del film ritrae Modigliani intento a importunare una donna dell’aristocrazia parigina per poi saltellare sui tavoli di un ristorante e sfondarne la vetrina. La sensazione è quella che da un momento all’altro qualcuno dica: “Signori, ricorderete questo come il giorno in cui avete quasi catturato Capitan Amedeo Modigliani”. La linea che divideva il regista dal suo personaggio più celebre, il capitano Jack Sparrow nel franchise de I Pirati dei Caraibi, è ormai scomparsa molto tempo fa, tanto ormai le due figure sono quasi interscambiabili e Modigliani si inserisce in questo percorso artistico come un’altra maschera per raccontare la stessa storia. La vita dell’artista è costellata di quadri non venduti, droghe, amici pittori al limite del grottesco. L’unica in grado di capirlo sembra essere Beatrice Hastings (Antonia Desplat), scrittrice talentuosa nonché Musa ispiratrice di questo giovane talento. Il mondo esterno viene lasciato fuori dalla porta e la realtà diventa quella delle allucinazioni provocate dall’hashish.

Nemmeno lo spettatore riesce mai a capire che cosa si celi dietro all’estro creativo del protagonista, che cosa lo spinga a dipingere in quel mondo così unico, a nascondere gli occhi delle donne che ritrae o a rendere le loro figure così esili. Per Depp non è importante spiegare che cosa renda Modigliani l’artista che oggi tutti conoscono, ma piuttosto che cosa significa essere incompresi. Questi ultimi tre giorni sull’ala della follia sono uno schiaffo rivolta alla critica, una critica che invece di comprendere riesce solo a giudicare ciò che ha davanti. Da una parte c’è l’artista che crea non per denaro ma per la semplice esigenza di fare arte, dall’altra c’è il mercante che in pochi minuti può permettersi di mettere in discussione il lavoro di una vita. Questo è anche il senso di una delle scene più intense del film e non a caso è l’unica che vede protagonista Al Pacino, qui nel ruolo del collezionista Maurice Gangnat. Lui non comprerà i quadri di Modigliani, ma sarà disposto ad offrire una cifra spropositata per un’unica statuetta, la quale è ovviamente l’unico pezzo non in vendita di tutta la collezione. Venderla significherebbe vendere sé stesso e questo è un prezzo troppo alto da pagare, più caro della morte. Modigliani, infatti, morirà di stenti, di una tosse mal curata e nell’ombra, ma lascerà questa terra sapendo di non aver mai tradito la sua identità artistica e umana.

Un film che sa di testamento, in cui Depp modella Riccardo Scamarcio a sua immagine e somiglianza per creare un protagonista che ricorda molto una rockstar in declino, ma integra nel suo non smentirsi mai. Il grande difetto di Modì è sicuramente l’evidente mancanza di esperienza del suo divo-regista e delle conseguenti scelte stilistiche da lui attuate. Depp muove la macchina da presa senza sapere come toccarla, nel tentativo di dimostrare al pubblico la sua poliedricità, ma il risultato è troppo confusionario per essere convincente. Nel film sono inserite inspiegabilmente delle didascalie che citano volontariamente quelle dell’epoca del muto e altrettanto confusa è l’identità linguistica della pellicola: che senso ha usare l’inglese, ma con uno strano accento francese e qualche espressione coloritissima in italiano?
La prima parte del film è (volutamente) al limite dello stomachevole, volta a mostrare le condizioni squallide in cui gli artisti dell’epoca erano costretti a vivere per la mancanza di denaro, circondati da mosche e fluidi corporei ma straziati dalla fame. Una rappresentazione che si contrappone ad un finale estremamente poetico e malinconico, che a molti ricorderà una delle sequenze più belle de La Chimera di Alice Rohrwacher. Nel mezzo regna il disordine, ma il messaggio è chiarissimo: non riuscirete mai a comprare quelli come noi.
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