Sorry, Baby — Quando un gatto ti salva la vita
Come si può convivere con un evento traumatico che cambia la vita e lascia bloccati nel momento mentre il mondo intorno continua ad andare avanti come se nulla fosse? È questa la domanda che si pone Sorry, Baby, esordio scritto, diretto e interpretato da Eva Victor che arriva finalmente nelle sale italiane dopo avere sorpreso prima al Sundance Film Festival e poi al Festival di Cannes lo scorso anno, oltre a essersi guadagnato una specialissima menzione da parte di Julia Roberts sul palco degli ultimi Golden Globes.
Agnes (Eva Victor) è una giovanissima docente universitaria per cui il tempo sembra essersi fermato: insegna nella stessa università del New England in cui ha studiato, guida la stessa auto e vive ancora nella stessa casa sperduta che ai tempi dell’università condivideva con Lydie (Naomie Ackie), sua migliore amica che si è trasferita a New York e che torna a trovarla per dirle che aspetta una bambina. Ma se tutti sembrano cambiare e iniziare delle nuove vite più convenzionalmente “da adulti”, Agnes non riesce a farlo: una “cosa brutta” (the bad thing) successa anni prima l’ha segnata tanto nel profondo da gettarla in una spirale di ansia e solitudine che le ha impedito, letteralmente, di muoversi e di non lasciarsi travolgere dallo scorrere del tempo.

La “cosa brutta” è qualcosa di profondamente traumatico e intimo per la protagonista, un evento indicibile a cui, infatti, non riesce mai a dare il suo nome reale e di cui soltanto Lydie è a conoscenza. La violenza subita non viene neanche mai mostrata esplicitamente, ma è lasciata piuttosto ai silenzi e agli sguardi di Agnes e del pubblico, come quando una lunga e pesante inquadratura fissa osserva dall’esterno la casa in cui tutto avviene mentre si passa dal giorno alla notte, senza potere fare nulla per intervenire. Il lento viaggio in macchina per tornare a casa da Lydie quella sera e lo sguardo svuotato della protagonista rivelano tutto quanto non è stato mostrato in un modo ancora più forte e doloroso.
Sorry, Baby non è costruito intorno a scene madri, ma piuttosto intorno ai piccoli e apparentemente banali momenti che scandiscono la vita di Agnes dopo l’evento. In un tempo che scorre inesorabile tra attacchi di panico, dubbi e grandi domande sul futuro, la storia non segue un andamento lineare: così come per Agnes, il recupero dal trauma della violenza non è immediato ma caotico e altalenante, fatto di tentativi e regressioni ma anche di affetto e speranza. Se infatti il mondo al di fuori della sua casa è diventato un potenziale detonatore di panico e ansie, la cura e l’empatia delle persone che incontra sono però un’ancora di salvezza per la protagonista che, lentamente, inizia ad aggrapparvisi nel tentativo di riprendere il controllo della propria vita.

Sebbene lontana e con una vita nuova, Lydie resta una figura fondamentale e necessaria per Agnes: prima (e unica) persona a cui si confida dopo la “cosa brutta”, la cura e l’ascolto di Lydie sono il primo strumento che impedisce ad Agnes di lasciarsi trascinare nel vortice distruttivo del trauma subito. Supportandola nei momenti più bui e complicati, Lydie non lascia mai la mano della protagonista e la accompagna a ogni suo passo senza fare domande, anche quando decide di adottare un gattino randagio e di tenerlo con sé perché è quello di cui ha bisogno.

Proprio il gatto e poi la bimba appena nata di Lydie sono, in momenti diversi, simbolici punti di svolta nel percorso di Agnes, fonti di un affetto incondizionato e sincero che spingono la protagonista a fare un bilancio degli ultimi anni e a tentare di riprendere il controllo della sua storia. Guardando la bambina infatti Agnes capisce che un giorno anche lei si troverà ad affrontare le sue personali cose brutte e a convivere con il dolore, perché la vita stessa è costellata da eventi imprevedibili e a volte anche strazianti. Forse un trauma del genere, sembra suggerirci Eva Victor, non si può superare o dimenticare; piuttosto, si può imparare a conviverci e a ridimensionarlo grazie alla cura e gli affetti dei propri cari ma, soprattutto, al proprio desiderio di vivere una vita piena.
Con una pazienza e un controllo di tono sorprendenti, Sorry, Baby è un esordio fenomenale, che dimostra come si possa raccontare una storia di guarigione dalla violenza con grande delicatezza e attenzione, evitando una drammatizzazione eccessiva. Divertente e ironico nei momenti più inaspettati, riflessivo e toccante un attimo dopo, il film di Eva Victor è per la sua protagonista come per lo spettatore un lungo abbraccio nel momento in cui ne ha più bisogno. E state tranquillə: al gatto non succede nulla di male.
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