Il maestro – Il ritorno della commedia d’autore e un modello produttivo da seguire
Ci aveva convinto già alla Mostra del cinema di Venezia, ma rivedendolo ora all’uscita nelle sale abbiamo la conferma di quanto Il maestro sia un film che può fungere da modello, sia stilistico che produttivo, per il cinema italiano.
La pellicola ha beneficiato anche di una mirata scelta distributiva che ha collocato la sua uscita in concomitanza con le ATP Finals di Torino, poi vinte dal nostro Jannik Sinner. Del film, quindi, si è parlato molto – anche grazie alla seducente ubiquità di Pierfrancesco Favino, ospite nei più svariati programmi tv e canali social – e quasi sempre in modo positivo.
La storia ormai è nota ai più. Negli anni Ottanta il tredicenne Felice (Tiziano Menichelli), allenato dal padre ingegnere, è una promessa del tennis e, dopo tanti sacrifici, è per lui il momento di provare a entrare nel circuito professionistico. Il padre, per questo salto di categoria, si affida a un ex tennista professionista, Raul Gatti, ovvero un Favino con la capigliatura tipica degli anni Settanta, la tuta sempre indosso, l’occhiale Ray-Ban a goccia e la barba non fatta. I due iniziano così un road trip per i circoli tennis d’Italia innescando i motivi narrativi tipici del buddy movie e del coming-of-age.

Leggendo i commenti al film troverete ovunque la dicitura “elogio della sconfitta”. Felice, infatti, è stato affidato a un ex giocatore con più ombre che luci (il suo massimo risultato sono stati gli ottavi di finale al Foro Italico), che fa il maestro di tennis per lo stesso motivo per cui faceva il giocatore: sopravvivere a sé stesso. Raul Gatti, infatti, dietro al volto sornione e piacione, cela un animo sofferente e un passato doloroso con il quale dovrà ritrovarsi faccia a faccia nel finale, nell’ideale ultima tappa del viaggio su e giù per l’Italia con Felice.
Infatti, mentre quest’ultimo scopre il mondo al di fuori del suo microcosmo famigliare e fa esperienza delle categorie dell’imprevedibile e del contradditorio, Raul trova in Felice un motivo di rinascita per provare a ri-vivere e non solo sopravvivere. La metafora nota del viaggio è ancora una volta sinonimo di crescita o ricostruzione personale. Il ragazzo entra nell’adolescenza; l’adulto combatte con i suoi fantasmi e vede nel ragazzo stesso un’occasione di redenzione.
Qual è il grande merito del film di Andrea Di Stefano nel raccontare questa storia? Recuperare un certo tipo di commedia agrodolce – in cui ci si diverte e ci si commuove – che, in Italia, non riusciamo più a fare a un buon livello da troppo tempo. Una commedia che ha il suo eponimo in Ettore Scola, maestro (a proposito di maestri…) nell’infondere ai suoi film un senso di soffusa e nostalgica malinconia che ci rasserena e intristisce allo stesso tempo. Aldilà dei grandi nomi che muovono pubblico e critica, il nostro cinema, negli ultimi decenni, sembra essere in continua oscillazione tra un cinema d’autore che, al di fuori dei tracciati festivalieri, riscuote poco successo (Alice Rohrwacher, Matteo Garrone, Pietro Marcello, …) e produzioni che non sfigurano al botteghino, ma sono ignorate dalla critica. Nel mezzo c’è il nulla e non si riesce più a proporre un prodotto che sappia parlare sia alla critica sia al grande pubblico.
Questo piccolo miracolo è quello che riesce a fare Il maestro. E lo fa anche con sana furbizia, andando a prendere il genere sportivo e nello specifico lo sport, il tennis, che grazie alle imprese straordinarie di Jannik Sinner ha calamitato l’interesse di tutto un Paese, che ora in quello sport guarda il mondo dall’alto in basso.

Un altro tema che ci interessa sottolineare riguardo il successo de Il maestro è il binomio composto da Andrea Di Stefano e Pierfrancesco Favino. I due hanno trovato un’intesa professionale che sembra avere una progettualità profonda all’interno di una sinergia regista-attore che non mira soltanto alla realizzazione di un prodotto dall’indiscutibile valore tecnico ed estetico, ma forse anche a riscrivere in un certo senso lo scenario cinematografico italiano. Sia L’ultima notte di Amore che Il maestro prendono un film di genere, lo realizzano con raffinatezza e parlano a un pubblico realmente vasto: per motivi anagrafici, tematici e narratologici. Un qualcosa di simile, mutatis mutandis, accade oltreoceano per la coppia Lanthimos-Stone, che hanno rilanciato il rapporto tra regista e attore feticcio in una chiave originalissima. Anche Di Stefano-Favino, sebbene solo alla seconda collaborazione, sembrano già andare a formare un piccolo brand nostrano in grado di offrire una personale continuità artistica.
Di Stefano dirige con eleganza e con qualche impennata d’autore, ma soprattutto riuscendo a creare un’atmosfera popolare (l’uso delle musiche lo dimostra: qui abbiamo l’iconica Cuccurucucu di Franco Battiato che ci trasporta immediatamente dentro le estati italiane degli anni Ottanta) in cui riconoscersi e immergersi. Di Favino, oltre alle arcinote doti attoriali, va evidenziato invece il suo essere ormai divo vero e proprio del nostro cinema, esempio di stardom italiano che richiama i grandi attori del nostro Novecento: uno status che, soltanto per la sua presenza, garantisce a un film la possibilità di arrivare a un pubblico quanto più ampio e diversificato.
Dunque, da qualsiasi angolazione guardiamo Il maestro, ci troviamo davanti un’operazione che funziona e merita di essere promossa e rilanciata: a livello narrativo, emozionale, stilistico e produttivo, come dicevamo. Nella speranza che questo non sia un tracciato isolato, ma un esempio da seguire per la nostra industria.
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