A House of Dynamite – Manuale per vittimismo atomico | Venezia 82
Se i cartoni animati ci hanno insegnato qualcosa, è che spesso i soggetti più istintivi e sprovveduti hanno accesso a quantità di eccessive di esplosivi e che non si fanno alcun problema ad accendere la miccia. Gli Stati Uniti secondo le stime più recenti possiedono circa 5277 testate nucleari, ma i numeri probabilmente cresceranno vertiginosamente visti agli accordi per la rivitalizzazione dell’industria firmati dal Presidente Donald Trump (secondo il quadro già emanato ai tempi di Biden, entro il 2050, la forza nucleare statunitense sarà triplicata). Secondo un podcast ascoltato dal Presidente degli Stati Uniti immaginato da Kathryn Bigelow in A House of Dynamite, presentato all’82° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ci troviamo in una casa di dinamite e viviamo nel rischio che questa possa esplodere in ogni momento e portarci tutti nel sottosuolo.
Quello che il film mette davanti agli occhi del pubblico risiede proprio in quella paranoia, nell’ipotesi che il peggio possa succedere in un giorno come tanti altri, senza che niente e nessuno possa annunciarlo. In A House of Dynamite la minaccia è un missile dalla provenienza ignota. Tra venti minuti potrebbe schiantarsi contro una città del Midwest statunitense, a meno che non venga abbattuto prima. La domanda però rimane: come si può rispondere a una testata nucleare, a uno dei tanti plausibili principi di una nuova guerra mondiale se non si sa chi è l’artefice di quell’attacco? Si possono chiamare decine di analisi e di governi, ma in uno spettrale Telefono senza fili nessuna risposta sembra definitiva. Aspettare la morte di milioni di persone o rispondere all’attacco e sperare di aver indovinato il colpevole? È una partita a scacchi contro il tempo dove non esistono vincitori, solo vinti.

Lo sceneggiatore Noah Oppenheim, già autore di Jackie di Larraín e anche ex-direttore di NBC News, suddivide questa Torre di Babele di dubbi angoscianti e decisioni fatali in tre atti, che replicano quell’ultimo countdown semplicemente cambiando prospettiva. Così i personaggi che prima erano al telefono o in videochiamata ora sono presenti in carne e ossa, ogni istante deve essere ricostruito con un perfezionismo maniacale per essere un film così devoto al caos e all’ansia che ne consegue. Se qualcosa succede a porte chiuse, il pubblico è una mosca con il privilegio e la sventura di assistere dalla prima fila alla fine del mondo.
Nel suo sommare informazioni e prospettive, ogni atto spoglia il precedente di ogni tensione. Una volta che impariamo la formula, il countdown verso la fine annunciata è sospeso, destinato forse a non raggiungere mai lo zero. Tornare all’inizio significa sapere come si svolgeranno quelle conversazioni, che scelte saranno prese e solo il terzo atto, incentrato sul Presidente degli Stati Uniti (Idris Elba), che una volta scoperta la notizia – in una sequenza che ricorda l’annuncio dell’11 settembre da parte del capo dello staff presidenziale Andy Card a George W. Bush nel mezzo di una visita a una scuola elementare – è chiamato a scegliere cosa fare con la sola consulenza del comandante Robert Reeves (Jonah Hauer-King), propone delle aggiunte necessarie al quadro tessuto da Bigelow e Oppenheim. Tutto dipende da un raccoglitore, da una piccola stringa di numeri e lettere che possono determinare la distruzione di interi paesi.
Per essere un film incentrato sull’importanza delle scelte di una minuscola élite e sulla loro influenza sul mondo intero, A House of Dynamite soffre di una incondizionata incertezza specialmente sulla chiusura, che rimane sospesa in aria come un missile ancora in cerca di un bersaglio. I poster che hanno preannunciato l’arrivo del film a Lido recitavano perentorei su uno sfondo rosso sangue “Non se. Quando”, ma la verità, non contemplata da Bigelow e Oppenheim, è che quell’ansia che vivono i personaggi protagonisti che abitano alcune delle più importanti roccaforti strategiche e militari degli Stati Uniti è quella che quegli stessi attori creano attivamente anche oggi in tanti altri paesi del mondo.

In arrivo su Netflix il 24 ottobre, A House of Dynamite è un goffo tentativo di dipingersi come vittime del proprio arsenale, tutte le figure che incontriamo sono dotate di famiglia (in questo mondo sembra impossibile essere single e/o senza figli) e il film lo ricorda attivamente con telefonate struggenti tra chi doveva fare la proposta di matrimonio e chi cerca di salutare i figli. La rappresentazione del Presidente degli Stati Uniti, che poteva essere il territorio di più aspra critica sociale, è sorprendentemente apolitica con un Idris Elba che pare volutamente richiamare alla memoria Barack Obama e non l’attuale capo della Casa Bianca Donald Trump. La tragedia annunciata non è una possibilità per riflettere, ma è puro e nudo spettacolo fino a se stesso, una fiera di egocentrismo americanocentrico che banalizza una minaccia spesso tristemente taciuta in nome dell’intrattenimento. Gli unici a non conoscere l’inettitudine degli Stati Uniti e a rimanerne sorpresi e sconvolti quando la vedono sullo schermo sono gli stessi statunitensi.
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