Barrio Triste – Autoritratto dei bassifondi | Venezia 82
Nel 2024 la Mostra del Cinema di Venezia presentava l’ultimo lungometraggio di Harmony Korine — Baby Invasion — naturalmente fuori concorso, sezione che accoglie come una grande mamma tutti i film orfani di quell’estetica più misurata e spesso meno coraggiosa che solitamente si trova nei film in concorso. Baby Invasion era stato il grande squarcio di Venezia81: una visione estenuante in cui videogaming e cinema, reale e virtuale, travalicano i propri confini per rappresentare l’espressione più estrema della violenza videoludica, una distopica lotta di classe rivolta da una comunità di agguerritissimi gamers — i cui avatar sono mascherati da neonati — verso i ricchi privilegiati.
Quest’anno a Venezia è stata la sezione Orizzonti a portare in sala un film — prodotto, tra gli altri, proprio da Harmony Korine — che è in evidente continuità con Baby Invasion, ma con il forte portato identitario del suo autore, il fotografo e regista colombiano STILLZ, al suo primo lungometraggio dopo una lunga esperienza con il videoclip. Barrio Triste è il racconto violentissimo e poetico di un gruppo di ragazzi, e più in generale delle sottoculture urbane, ribelli disperati cresciuti senza sogni né ambizioni. Filtrata dall’estetica analogica ed estremamente pixelata di una piccola videocamera che i non-protagonisti rubano a un giornalista nella scena iniziale — impadronendosi così anche metaforicamente di un punto di vista privilegiato — la narrazione procede con un montaggio frenetico, isterico e a tratti delirante tra le strade disperate della Medellin degli anni Ottanta/Novanta. Si alternano scene di vita quotidiana, vandalismo, crimini, stralci di conversazioni ad interviste con intensissimi primi piani in cui i ragazzi rispondono a domande sulla vita, sulla morte, su sogni e disillusioni.

A scandire ulteriormente l’andamento dissonante del film interviene la potentissima colonna sonora composta dalla musicista ARCA — senza la quale il film forse non funzionerebbe così bene — che ci accompagna attraverso le immagini come Caronte in una sorta di viaggio infernale in cui le martellanti e cupe sonorità elettroniche restituiscono ancora più senso al racconto. In ogni soggetto che la videocamera incontra e inquadra nel suo cammino — dai cani randagi alla bambina vestita con un lungo abito bianco che sporca strascicandolo a terra — si percepiscono i segni di esistenze desolate ma attraversate da profonde pulsioni di vita e autodeterminazione.
Barrio Triste è al contempo elogio e condanna dei bassifondi, spazi liminali che in molte riprese ricordano le Backrooms di internet — sia topograficamente che per l’estetica VHS usata da Kane Pixels. Le maschere indossate durante la rapina in gioielleria rimandano subito agli avatar di Baby Invasion, ma qui non c’è alcun tentativo di negare l’identità dei ragazzi né di mistificare la realtà: alla mediazione del videogioco si sostituisce quella del cinema del (sur)reale, in cui la videocamera restituisce non solo la crudeltà del mondo visto dai suoi margini estremi ma anche certe inspiegabili forze in cui si cerca una forma di riscatto. Sui muri della case fatiscenti in cui vagano i ragazzi del triste barrio di Medellin compaiono scritte simili a formule magiche, strane invocazioni e litanie, spesso tracce di simbolismo animale che sembrano evocare l’occulto e l’esoterico.
Pur innescando un dialogo diretto con il linguaggio di Harmony Korine, Barrio Triste porta lo sguardo autentico e provocatorio di STILLZ, rivelandosi una delle più belle sorprese di una Mostra del Cinema che quest’anno aveva un gran bisogno di terremoti come questo.

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[…] singolari decisioni della giuria Orizzonti, che ha ritenuto, per fare un esempio, un film come Barrio Triste non meritevole di alcun premio. Ci sono già due premi per l’Italia, Miglior Attrice e […]
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