Parthenope – Sorrentino si specchia (troppo) dentro Napoli
Napoli, ancora una volta, è sublime, travolgente, luminosa e assai infelice. Parthenope è la seconda ode di Paolo Sorrentino alla sua città dopo È stata la mano di Dio: un’ode ancora più intensa e monologante, quando invece nel lungometraggio precedente la città era il poetico sfondo sul quale scorrevano le vicende di Fabietto Schisa e del suo coming-of-age.
A una prima occhiata, la struttura generale sembra simile: una ragazza che si chiama Parthenope (interpretata da Celeste Dalla Porta in un travolgente esordio), di cui viene mostrata la crescita, la giovinezza e quindi la maturità. Di fatto il film è la storia della sua vita, racchiusa dalla nascita agli ultimi momenti a settant’anni d’età in cui l’attrice prende il volto di Stefania Sandrelli.
Tuttavia, è anche tutto diverso rispetto a È stata la mano di Dio. Il vero protagonista di questo nuovo film è, prima di ogni altra cosa, Napoli con la sua incommensurabile bellezza e l’inevitabile disperazione che avvolge lei e coloro che la popolano. Parthenope – è il nome stesso a confessarlo fin dal principio – non è altro che lo specchio e la rappresentazione della sua città: la sua diretta incarnazione. “Triste e fragile, determinata e svogliata, viva e sola” come dice alla fine del film, intenta a fare un bilancio desolato della propria vita.

Parthenope incanta fin dalle prime sequenze con una fotografia luminosa e una colonna sonora sognante (che annovera giganti come Frank Sinatra e Riccardo Cocciante con la sua Era già tutto previsto), ma – ed è il vero problema del film – rimane tutto sommato senz’anima, bellissima eppure distante, come la sua protagonista, faticando quindi a suscitare un impatto emotivo in chi la guarda muoversi bella e irraggiungibile.
Prima l’incontro con il grande scrittore americano John Cheever (interpretato da un sontuoso, come al solito, Gary Oldman), poi un tentativo per entrare nel mondo del cinema, la carriera universitaria (il personaggio di Silvio Orlando, professore ordinario di antropologia, è uno dei più riusciti), la scoperta della Napoli della Camorra, il colera, il miracolo di San Gennaro, il corteo per lo scudetto calcistico del 2023: Parthenope vede e attraversa tutte queste cose e noi, attraverso di lei, conosciamo Napoli e tutte le sue facce, da quelle più brillanti a quelle più decadenti, da quelle innocue a quelle miserevoli.
Nella filmografia di Paolo Sorrentino il film che più si associa, per stile e tempi narrativi, a quest’ultimo lavoro è, senza dubbio, La grande bellezza. L’ipotesto, quindi, torna a essere felliniano – costante e inesausta sorgente a cui il regista napoletano si abbevera –, soltanto che Napoli non è Roma, e l’impareggiabile film del 1972 che porta il nome dell’Urbe è un monumento anche solo difficile da avvicinare.
Quando uscì La grande bellezza, nonostante il successo mondiale e il premio Oscar, alcuni critici storsero il naso davanti alla gratuità e all’auto-compiacimento di certi passaggi sorrentiniani. Quegli stessi critici, allora aspri, sono tornati alla carica con Parthenope con le stesse motivazioni, e questa volta, probabilmente, non a torto.

Lo sappiamo: Sorrentino è un fenomeno nella creazione di quadri visivi dalla potenza artistica assoluta e, ancora una volta, lo ha dimostrato pienamente. Questa straordinaria poetica dell’immagine però funziona al meglio e diventa pregna di significato quando è coinvolta in una struttura organica che unisce questi tableaux nella creazione di un mosaico coerente e funzionale. In Parthenope, questo non avviene. Le scene rimangono poco comunicanti e sembrano smarrirsi all’interno di una grande tavolozza di situazioni che passano rapidamente da un tema all’altro senza che nessuno di questi venga veramente esplorato a fondo – come del resto sono gran parte dei personaggi: improvvise stelle cadenti. Certo, la giovane Celeste Dalla Porta ci dice che bisogna avere sempre la battuta pronta, che bisogna saper lasciare andare le cose e che la sua giovinezza è stata bella ma infelice: però ce lo dice anche troppe volte, in modo ripetitivo.
Probabilmente l’aspetto più claudicante dell’ultima fatica sorrentiniana è proprio la sceneggiatura, attentissima nella creazione dei singoli sofferti dialoghi, ma più in difficoltà quando deve andare a modellare un ordito narrativo coeso.
Intendiamoci: una macchina da presa nelle mani di Sorrentino, come ha scritto anche il critico del Guardian Peter Bradshaw, è sempre affascinante (intriguing è il termine utilizzato) e ogni sua opera è sempre un’esperienza visiva di prima fascia. Tuttavia, Parthenope è il simulacro di una bellezza abbacinante ma distante, sconvolgente ma glaciale al tempo stesso, erotica eppure respingente. Il ritmo della storia arranca, inciampa e viene tenuto insieme a fatica.
Parthenope, nelle intenzioni, vuole essere un grande omaggio a Napoli e alle sue mille incarnazioni, e vuole raccontare la storia dell’omonima ragazza che, con le sue pulsioni discordanti, è la perfetta rappresentazione della sua città. Il film riesce a inverare la prima intenzione, ma sacrifica la seconda che rimane dunque confusionaria.
Alla fine, negli occhi e nell’orecchio, ci rimangono le parole e gli sguardi della bellissima Parthenope, il dolce sciabordare delle onde del mare, la sua vista placida e incantata, l’umile povertà di certe stradine del centro e la sovrabbondante e scintillante ricchezza del tesoro di San Gennaro: frammenti di una storia che si disperde e ci chiede incessantemente un senso di ricomposizione.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] è che visivamente siamo davanti a un film completamente diverso dai suoi predecessori. Se con Parthenope eravamo avvolti da una messinscena ricca e ammaliante, questa volta ci troviamo dentro una […]
[…] contributo di Anthony Vaccarello di Yves Saint-Laurent come artistic creator, a noi già noto per Parthenope. Non cambia, invece, il solito ritmo d’indagine della natura umana proposto da Jarmusch fin dagli […]