Director’s Diary, il ponte di Sokurov tra passato e presente | Venezia 82
Si potrebbe considerare Aleksandr Sokurov come uno dei più grandi narratori di valori assoluti e di identità arcaiche appartenenti alla cultura russa ed europea. Dopo più di 40 anni di carriera, il regista affrontata con Zapisnaja knižka režisëra – Director’s Diary la sfida di creare un film di 305 minuti che cerca di combattere lo scorrere del tempo, il sopraggiungere della fine, elaborando attraverso il cinema un’intera esperienza di vita.
Dal 1957 al 1991, infatti, Sokurov ha annotato ricordi ed eventi, ottenendo una raccolta eterogenea di fatti che in un modo o nell’altro hanno avuto un impatto sulla sua persona. Il film è quindi interamente composto da immagini di repertorio, provenienti per lo più dalla propaganda dei vari regimi che si sono succeduti in Russia, e tali annotazioni appaiono sullo schermo attraverso scritte in sovrimpressione. Sul lato destro dello schermo si trova, onnipresente, una linea temporale che ha come estremi l’anno 1917 e il 1991, con un indicatore che esplicita l’anno a cui si riferiscono sia le immagini che le annotazioni. Durante le 5 ore e mezza, l’indicatore procede lentamente, ma inesorabilmente, da un estremo della linea temporale all’altro. Infine, queste immagini vengono inframezzate da inquadrature di Sokurov che, con penna stilografica, scrive pensieri di diversa natura.

La prima caratteristica di Director’s Diary è la sua essenza quasi amatoriale. Le scritte in sovrimpressione possiedono un’incommensurabile varietà di font ed effetti grafici che paiono provenire dall’epoca 2003 di Microsoft Word. Tra gli esempi più eclatanti, il necrologio di Marting Luther King e di Orson Welles scritti in Comic Sans. Le stesse immagini filmate della scrittura di Sokurov posseggono un filtro di finta pellicola che potrebbe essere usato per un reel di Instagram. Sconcerta, inizialmente, come un regista così celebre per l’eleganza e la cura della fotografia dei suoi film abbia utilizzato delle tecniche così rudimentali. Eppure, col passare delle ore, queste soluzioni si amalgamano sempre più con le immagini di repertorio, come a ridurre lo scarto fra l’immaginario analogico e la nuova estetica digitale. All’improvviso, la scritta in Wordart che annuncia l’uscita de Il Padrino sopra le immagini di un discorso di Nikita Krushev sembra essere parte di un universo coeso.
In tal senso, Direcotr’s Diary prosegue ed elabora le idee già presentate con Fairytale, nel quale ricostruzioni deepfake di Hitler, Stalin, Mussolini e Churchill vagavano all’interno di un purgatorio indefinito. Sokurov sembra particolarmente interessato a trovare quella connessione fra passato e presente, così apparentemente opposti sotto molteplici aspetti estetici, formali, morali e storici. La rigidità morale ed estetica del Novecento, quindi, si amalgama con l’anarchia e la flessibilità della tecnica digitale.

La natura diaristica, tuttavia, sembra suggerire una connotazione fortemente intima e personale a questo approccio, che perciò supera il semplice esperimento meta-linguistico. Sokurov è, come uomo e artista, qualcuno che ha attraversato diverse spaccature che si sono susseguite nella Storia: non solo il passaggio dall’analogico al digitale, ma anche dalla Russia sovietica a quella globalizzata di Yeltsin, dalla propaganda di regime a internet. Il regista ha vissuto, forse più di molti altri, una grande molteplicità di configurazioni politiche, estetiche ed ideologiche. Director’s Diary, proprio nel suo essere un film esondante e contraddittorio, sembra essere l’espressione di un disordine personale che cerca di darsi un ordine, o perlomeno un significato.
Con un’opera fluviale, ma mai respingete, Aleksandr Sokurov presenta quello che è forse un tentativo di dare forma, attraverso il mezzo cinematografico, alla propria intima sensibilità, composta, come molte opere di Sokurov, da un conflitto fra estetiche arcaiche e mezzi di espressione contemporanei. Un conflitto forse irrisolvibile, ma sempre capace di toccare certezze assolute.

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