Il medico dei maiali di Davide Sacco – L’occasione per un dubbio
La morte del re d’Inghilterra, un veterinario, che si trova lì per caso e deve constatarne il decesso per cause naturali, e il principe ereditario, nobilissimo di sangue e decisamente poco brillante di intelletto, sono gli elementi fondamentali su cui Davide Sacco ha sapientemente costruito una satira amara dai rimandi orwelliani: Il medico dei maiali, uno degli atti unici della sua trilogia La ballata degli uomini bestia, edita da Caracò.

L’occasione per la narrazione è data dalla morte del re. Il principe ereditario, di cui veste i panni un brillante Francesco Montanari, è un uomo stolto, a cui il potere spetta per successione e, quando comincia a esperire i privilegi del suo ruolo, non ha alcuna intenzione di rinunciarvi. Il veterinario, invece, magistralmente interpretato da Luca Bizzarri con ironia e profondità, è un uomo intelligente ma relegato ai margini, che comprende di avere di fronte a sé un’occasione e cerca di coglierla. Con la sua intelligenza arguta è capace di insinuare un dubbio: quello di poter immaginare un finale diverso e, ambiziosamente, un mondo migliore.
L’incontro tra i due costruisce una dialettica esistenziale che rivela molto dell’umano, articolando un confronto non banale tra intelligenza e stoltezza, tra un uomo che cerca di conquistare il suo ruolo e il suo spazio e un altro che, invece, deve ogni privilegio ai suoi natali fortunati. La morte del padre rappresenta, quindi, il momento in cui si diventa adulti, in cui ci si affaccia alla responsabilità, in cui bisogna scegliere, fra le infinite vie possibili, quale trasformare in realtà. In questo spazio di possibilità, si scontrano l’utopia di un nuovo assetto e la persistenza dello status quo.

In ottanta minuti, dunque, Davide Sacco riesce a “far passare il mare in un imbuto”, per dirla con Italo Calvino. Un’umanità ben resa grazie a personaggi definiti, che non cadono in tipi fissi e stereotipati ma che sono, invece, figure ambigue, umane, fatte di sguardi cangianti, capaci di dubitare, di cambiare idea, di assaporare il crescente desiderio di potere.
Le battute, cucite sui personaggi, rendono i dialoghi scorrevoli e naturali, senza artificialità stucchevoli. Una rappresentazione lontana dalla mera retorica e che non perde mai di vista il centro della narrazione.
Le digressioni sono, infatti, misurate e funzionali al racconto. Colpisce, in particolare, l’aneddoto di Serge il maiale, che il veterinario propone per tre volte con parole quasi identiche, modificando, ogni volta, soltanto il finale. La costruzione a climax crescente che si instaura tra le tre versioni dell’aneddoto rende la progressiva sete di potere in modo sottile. E non può non far pensare al pelo di Gaber, altro esempio di costruzione narrativa crescente, capace di raccontare, con ironia, i meccanismi profondi dell’ambizione e dell’umano. Alla seconda ripetizione della storia di Serge, il pubblico riconosce l’aneddoto e, in sala, si fa strada il riso; la terza volta, il sorriso cresce: Serge è diventato famigliare.

Così, questo aneddoto, apparentemente semplice, crea una connessione fra scena e spettatori e rimanda alla storia del teatro dall’antichità al contemporaneo. Le ripetizioni, infatti, diventano rituali, come nei cantori antichi, e le espressioni riconoscibili diventano strumenti di comunione, restituendo al teatro il potere della coesione emotiva.
La parola, dunque, è al centro della scena: chiara, incisiva. E lo è anche quando viene messa in musica. La musica, sebbene non centrale, trova spazio sul finale per creare una scena potentemente ossimorica. Il confronto dialettico fra gli esiti possibili dopo la fine del regno dei padri, alla fine, deve farsi scelta concreta. Ad avere la meglio è il dominio stolto del principe: il potere è destinato a perpetuarsi perché chi detiene un privilegio non è disposto a perderlo. In questo momento, si fanno strada le note di Imagine di John Lennon. La canzone di un sogno di pace è in contrasto con l’epilogo a cui assistiamo, rivelando come chi ha immaginato un mondo migliore resti solo un sognatore.

Questo gioco di contrasti, su più livelli, si muove su una scena semplice, una stanza soltanto, senza orpelli, una scritta nera su una parete bianca come sfondo per ottanta minuti: The king is dead. Le luci accompagnano la vicenda pacatamente, senza distrarre lo spettatore ma guidando il suo sguardo sui personaggi e sui loro gesti.
Sul palco le dinamiche sono tese, seguono una danza di tempi e di ritmi scanditi da un duello attoriale serratissimo tra i due protagonisti. Così questa stanza sospesa, apparentemente inerte, diventa una cornice immobile che fa risaltare, per contrasto, una tensione fatta di sguardi, silenzi e battute brillanti. Uno spazio quasi onirico che accentua la sospensione del reale e crea una distanza fra il continuum della realtà e la finzione scenica, distanza necessaria per un’esperienza catartica.

Al contempo, le battute sagaci e le riflessioni argute offrono alla sala momenti di riso simultaneo e di comunione emozionale, in una modernità in cui l’esperienza è spesso frammentata e si consuma in solitudine.
Una favola satirica, capace di coniugare la condivisione delle emozioni e la potenza catartica, Il medico dei maiali resta impresso ben oltre gli ottanta minuti della messa in scena perché non offre risposte ma lascia aperti dubbi, domande, riflessioni sulle scelte umane.
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