Sussidiario Illustrato di un Amore Schifo

#10yearschallenge anche per il Teatro Volta, che giovedì 17 gennaio ha portato in scena Il nostro amore schifo, premiatissimo spettacolo dei Maniaci d’Amore, 10 anni dopo il primo debutto. Luciana Maniaci e Francesco d’Amore si sono incontrati per caso alla Scuola Holden di Torino e da allora non si sono più lasciati: cucendo assieme cognomi e passioni hanno dato vita ad una compagnia su misura: la loro. E così, da più di dieci anni, il frizzante duo scrive e mette in scena commedie serissime e drammi pieni di risate, che non smettono di entusiasmare pubblico e critica. Ultimo di una lunga serie di riconoscimenti è il Premio della Critica 2018, assegnato ai Maniaci d’Amore  dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro (ANCT), che definisce la loro drammaturgia «coerente e sconcertante, inanellata in un percorso comune, godibile per la lingua accurata e ricca, meritoria di attenzione e di riconoscimento nazionale».

Ne Il nostro amore schifo i due giovani attori interpretano una coppia sempre in procinto di scoppiare: lui è un poeta incompreso che non vede l’ora di morire, lei, Carlotta, è tanto romantica quanto disincantata. Non si amano, non si piacciono, ma restano insieme. In un succedersi di battute fulminanti e dialoghi calibratissimi, i due si legano e si slegano ripetutamente, salgono e scendono da un tavolo, abbattono e rialzano sedie. In meno di un’ora vengono così condensati interi decenni, dal fulmineo innamoramento giovanile sino alla vecchiaia della coppia, tramite una serie di azioni sceniche che ritmano e riassumono gli eventi cardine della loro storia d’amore. Storia d’amore che è anche storia di un disamore, o come ben definisce il titolo, storia di un amore schifo, intriso di frustrazione, noia, insoddisfazioni personali e recriminazioni: «in te c’è qualcosa che non va perché pensi che in me ci sia qualcosa che non va, per il fatto che cerco di aiutarti a vedere che ci deve essere in te qualcosa che non va, per il fatto che credi che in me ci sia qualcosa che non va…».

Come rivelano a fine spettacolo i due protagonisti, la pièce nasce da una semplice domanda: cosa sarebbe successo se Carlotta avesse ricambiato l’amore del giovane e dolorante Werther?

A giudicare dal personaggio messo in scena da Francesco D’Amore, Werther non avrebbe certo smesso di addolorarsi, visto che «in fondo, morire è la cosa più semplice del mondo»; così come la Carlotta di Luciana non sarebbe mai stata davvero felice, tra stragi di famiglia, torte mortali e apatica indifferenza.

La loro storia sembra uscire dritta dritta da un album dei Baustelle, gruppo indie-rock toscano specializzato nel raccontare amare realtà di provincia, sempre a cavallo tra poesia e crudeltà. «Io non so fare niente / volevo solamente / chiuderti di sopra / su da me forever» potrebbe benissimo cantare Werther, mentre una laconica Carlotta forse gli risponderebbe «perduti nell’appartamento / non ci ritroveremo mai / quanti anni hai?/ ma sempre meglio di morire / di tanti anni uguali e neanche un attimo…» (Io e te nell’appartamento, Baustelle, Sussidiario illustrato della giovinezza, 2000).

Uno spettacolo che raggiunge punte di esilarante comicità (sì, si ride fino alle lacrime) ma mantiene un costante retrogusto amaro, che invita lo spettatore a confrontarsi con i clichè amorosi e relazionali vividamente analizzati sul palcoscenico, meno scontati di quanto possano sembrare a prima vista. Per quanto strambi, volubili e stralunati, i due protagonisti mostrano un’attenta costruzione psicologica, frutto di un lavoro drammaturgico intelligente e consapevole. Una parabola senza happy ending quindi, che racconta il vano tentativo di trovare un senso ad una vita che sembra non averlo, ma che non rinuncia ad apparire ironicamente spietata. Così come spietato è lo spettacolo in sé, perché trascina lo spettatore in risate liberatorie, complice lo sberleffo e la strabiliante mimica degli attori, e nel frattempo lo spinge in territori ambigui, oscuri, in un perenne alternarsi di commedia e tragedia.

Luciana Maniaci e Francesco D’amore non sono soltanto riusciti a tratteggiare due personaggi assolutamente contemporanei, inetti, disillusi e fuori controllo, ma risultano anche perfetti nel vestirne i panni. Il risultato è un piccolo gioiellino ormai diventato cult, che giunto alla centesima replica non smette di regalare al suo pubblico un mix vincente tra risate nere e spunti di riflessione.

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