Intervista a Claudio Di Biagio | Tra regia, Radio2 e il suo prossimo film

In occasione del Lago Film Fest (Revine Lago, 19-27 luglio 2019) abbiamo avuto modo di intervistare Claudio Di Biagio, giovane regista, scrittore, e conduttore radiofonico per Radio2.

cdb
Dal profilo Instagram di Claudio Di Biagio

Il 24 luglio, al Lago Film Fest, hai tenuto un workshop dal titolo “La scena di un film: il linguaggio del cinema dall’idea scritta al montaggio”. A tal riguardo, ho trovato due punti molto interessanti, le varie fasi di un’idea e la traslazione da linguaggio scritto a visivo. Me ne puoi parlare? 

Il workshop è andato molto bene, c’era più gente rispetto al numero iniziale di iscritti, il che mi ha fatto molto piacere. La prima parte riguardava il concetto di struttura dell’idea: il problema della maggior parte dei creativi all’inizio di un progetto audiovisivo è che non hanno effettivamente una struttura narrativa che possa supportarlo. La fase interessante all’inizio è proprio basata sul fatto che da uno spunto di partenza bisogna – con gli opportuni strumenti – costruire una struttura creativaAbbiamo preso ad esempio grandi film d’intrattenimento. Per entrare nel vivo del workshop, nella prima fase abbiamo affrontato questo processo per fare in modo che si riconoscesse un’idea strutturata, andando a cercare le reference, tutto ciò che è stato già fatto riguardo a quello che si vuole fare, ed eliminando tutto quello che non si vuole raccontare. Difatti, il concetto che ho cercato di esprimere è che un’idea si basa sui limiti creativi che ti poni, che non sono da intendere in modo negativo, anzi, servono ad avere la capacità di recintare uno spazio in cui si possa sfruttare al cento per cento la propria creatività.

La traslazione era il centro del workshop. Si tratta di una semplificazione di passaggi e di un processo di traduzione di linguaggio, come il passaggio da una lingua ad un’altra. Questo tipo di processo dalla sceneggiatura alla scena girata si basa su dinamiche che ci risultano familiari e che possono richiamare una riconoscibilità in quello che si vede attraverso dei semplici esempi. Una delle sequenze che abbiamo preso in esame è quella iniziale di Il sesto senso (The Sixth Sense, M. Night Shyamalan, 1999). Da sceneggiatura a scena girata presenta alcuni elementi che possono essere riconosciuti. La protagonista è  impietrita da un brivido di freddo sulla schiena causato da una presenza alle sue spalle: nella scena l’inquadratura la imprigiona con le assi di legno della scala. Riconoscere il significato visivo della prigione avvicina lo spettatore a qualcosa di semplice, di riconoscibile, che dà subito la traduzione dal linguaggio scritto a quello visivo.

Sei docente ad Artithesi, la scuola romana di creatività digitale. Come si insegna a fare regia, nello specifico? Cosa insegna a te lo scambio di opinioni con i tuoi studenti?

In realtà non si può insegnare ad essere registi, non si può insegnare a fare regia, ma si può predisporre una persona ad avere degli strumenti per fare regia. Io vedo la regia come un lavoro di artigianato. Di conseguenza hai bisogno di strumenti, proprio come se fossi un falegname: una volta che hai imparato dove si trovano gli strumenti nei vari cassetti sul tuo banco di lavoro, diventa più semplice poi, di volta in volta, riprendere in mano il tuo metodo. Quello che cerco di fare nel corso – in modo estremamente pratico e pragmatico – è portare i ragazzi dall’inizio alla fine della produzione di una mini-serie scritta, diretta e montata da loro, passando per tutte le fasi dell’idea e della parte pratica, analizzando i grandi registi e i grandi film per capire quanto sia importante osservare al fine di creare un proprio metodo. Nel farlo, continuo ad apprendere anche io, è uno scambio da questo punto di vista. 

La tua formazione è da autodidatta. Ci sono stati registi che ti hanno lasciato qualcosa di particolare, incontri significativi, o altro, che hanno contribuito alla tua formazione?

In realtà non ti so dire bene cosa  abbia contribuito in particolare alla mia formazione, se non persone e cose che ho visto. Secondo me di base ci dev’essere una predisposizione alla sensibilità artistica o comunque “da artigiano”, che facilita il percorso di apprendimento. Sicuramente il fattore che ha maggiormente inciso sulla mia formazione sono le persone: da quando ho iniziato a lavorare sui set, mi sono sempre affiancato a persone più brave di me, e continuo a farlo: così non smetti mai di imparare. È importante superare sé stessi e far diventare parte del proprio bagaglio ciò che apprendi dalle persone attorno a te. A questo contribuiscono anche i film: vedo qualsiasi cosa, mi interesso a qualsiasi tipo di prodotto audiovisivo fin da quando ero piccolo, e cerco di capire “il perché” della regia. È anche ciò che cerco di insegnare ai ragazzi del corso: perché un regista mette a fuoco una determinata cosa o si muove con la camera? Che significato ha quella scelta? Le scelte del regista hanno un codice, un linguaggio, che se riesci a riconoscere ed interpretare puoi riutilizzare per i tuoi lavori. 

C’è un film o un genere che ti colpisce il cuore? 

Ciò che mi viene in mente ha a che fare con il realismo magico: i film di Tim Burton, di Guillermo Del Toro, o la letteratura sud-americana di Julio Cortázar e Gabriel García Márquez. In soldoni, mi affascina terribilmente tutto ciò che cerca di raccontare con un pizzico di magia la realtà, risultando – a mio parere – un qualcosa di ancora più reale di un racconto documentaristico. Ed è quello che vorrei portare, in futuro, nei miei film.

Il realismo magico è divertente da girare, da vedere, da scrivere: banalmente è anche questa la ragione per cui lo apprezzo molto. È cinema, è finzione, e di conseguenza ci dev’essere la magia, secondo me è proprio insita nel concetto stesso di Cinema. E poi perché ti permette – azzeccata la metafora, l’immagine, la figura giusta – di parlare di quello che vuoi. Io sono completamente fissato con la memoria e con i ricordi, con il legame tra memoria e ricordo emozionale. Per esempio un oggetto di racconto che adoro raccontare è l’androide, che viene dalla letteratura di Asimov e da una serie di letture che ho fatto durante l’adolescenza e anche dopo, che mi permette di raccontare tutti i difetti e i pregi umani. Per me è questa la dinamica interessante dell’immaginazione legata al realismo magico: scegliere un oggetto, un personaggio, qualcosa che non è prettamente realistico ma che ha la plausibilità del realismo e ti permette di raccontare il reale tramite la magia.

Qual è l’esperienza più formativa che hai fatto nel campo della regia?

In realtà non ce n’è una che abbia fatto più delle altre, diverse esperienze mi hanno insegnato cose differenti.

Mi è capitato di fare lo spot di un giorno con la grande produzione – sia per il web che per la TV – e lì impari che l’audiovisivo non è solo quando giri il tuo cortometraggio e lo mandi al festival. L’audiovisivo è un mercato, è una grossa industria in cui tu spesso non conti nulla, anche se pensi che le tue idee siano talmente ingombranti da rimanere in eterno. È una cosa che imparo ogni giorno sempre di più, qualcosa che abbassa la concezione di me stesso e che spinge a migliorarmi ogni volta che faccio commercial.
Sui set più simil-cinematografici o comunque di fiction, sicuramente impari a gestire un gruppo. Forse il set che mi ha insegnato di più in questo senso è stato quello di Unboxing Annie, che parla proprio di un androide. È un cortometraggio che ho realizzato nel 2012, tra l’altro proiettato anche al Lago Film Fest. Ed è un cortometraggio a cui tengo molto perché era davvero qualcosa che volevo fare: mi è venuta in mente l’idea, l’ho strutturata, l’ho scritta e l’ho diretta (anche se sono convinto che il regista non dovrebbe scrivere ma affidarsi a uno sceneggiatore, ma non conoscevo ancora nessuno che potesse aiutarmi da quel punto di vista). In tre giorni ho realizzato questo corto con 6000 euro che avevo racimolato con vari lavori e ho imparato tantissimo, perché era un cortometraggio in inglese, in cui c’erano delle regole visive e narrative che mi ero posto, e che aveva un registro linguistico molto preciso: quindi ho dovuto fare i conti con me stesso, con i tempi, con il budget, con il fatto che ovviamente non sapevo fare delle cose e quindi abbiamo dovuto cercare delle soluzioni. Era un piccolo set, che però mi ha insegnato tantissimo perché se ti dai delle regole, se ti dai – come dicevo prima – dei confini entro cui muoverti, tutto ne giova: il lavoro, le persone, il tempo e le risorse.

Per Radio2, assieme a Federico Bernocchi, conduci Me Anziano You TuberS. Quello che voglio chiederti è: consideri la radio ancora un mezzo di comunicazione di massa o “elitario”? Qual è il modo giusto per comunicare in radio?

Purtroppo la radio è diventata un mezzo elitario, anche se la reputo comunque affascinante. Io non ascolto la radio, e quindi potrebbe risultare strano il fatto che riesca a farla senza problemi. Però è anche vero che sicuramente non sono uno speaker radiofonico come lo si intende in genere, infatti mi ritengo fortunato a lavorare con Federico Bernocchi, che lo è da più di dieci anni e ha proprio “le regole nel cervello”. Apprendo da lui ogni giorno, come già ti ho detto per quanto riguarda il cinema mi piace affiancarmi a chi ne sa più di me.

Di base il linguaggio di comunicazione radiofonica mi affascina molto; credo sia divenuto elitario semplicemente perché non ha i tempi stretti che può avere il web e il bombardamento di immagini che necessita qualsiasi tipo di comunicazione al giorno d’oggi, specialmente con una generazione molto giovane. Infatti, Radio2 si rivolge a un target più adulto. Questa per me è anche “una mezza fortuna”, perché non devo necessariamente irrompere con il mio pubblico su Radio2, ma devo semplicemente imparare un mestiere, mettermi alla prova, e divertirmi per quello che faccio. Secondo me il problema è proprio questo: la radio non ha ancora capito in generale come approcciarsi o SE approcciarsi alla nuova generazione. Non ha capito ancora se rinunciare e andare avanti finché si potrà, oppure se c’è veramente un cambio di rotta. Io sinceramente non so dirti quale sia la soluzione, quale sia questo cambio di rotta che dovrebbe fare la radio come medium. Però, quello che è sicuro è che c’è un attaccamento, da parte della generazione tra i 45 e i 70 anni, alla radio – e specialmente a Radio2 – che è impressionante, e che ovviamente non mi apparteneva, non conoscevo, ma adesso lo vivo tutti giorni. Lavorare in radio mi fa capire anche come gira il Paese in cui vivo. C’è il rischio infatti, specialmente quando uno vuole fare cinema, di staccarsi dalla realtà, che è una cosa che a me dà molto fastidio e di cui ho molta paura. Tutto quello che faccio tento di farlo con i piedi per terra, comprendendo che c’è chi va al cinema due volte all’anno per divertirsi, quindi non siamo tutti cinefili; che c’è gente che ascolta la radio per ascoltare la musica “che adesso va”, quindi non siamo tutti intenditori di musica con le collezioni di vinili rari del ’74 di un gruppo iraniano: di conseguenza devi scendere anche in questo livello di realtà. Secondo me è molto importante, la radio mi sta insegnando molto che prendo e riporto anche nel lavoro sull’audiovisivo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dopo sette anni che ho scritto un film, a settembre – grazie alle dritte di una produttrice – dovrei iniziare a lavorarci davvero. Ovviamente può succedere sempre di tutto, e finché non avrò detto “stop” l’ultima volta l’ultimo giorno di set, per me è come se non l’avessi ancora fatto. Fondamentalmente si tratta di una storia d’amore, ma siamo nel campo del realismo magico e c’è una storia di madre e figlia che si ripete ciclicamente in due ere diverse. È una storia estremamente femminile: trovo molto più interessante e divertente raccontare le donne rispetto agli uomini.

 

 

 

Annunci

Rispondi