Tutto l’amore che serve – Guardare oltre le catene della disabilità
Sembra che il cinema al femminile stia riscoprendo l’importanza del parlare di diversità e disabilità. Se in Italia a convincere pubblico e critica è stato l’esordio alla regia di Greta Scarano, La vita da grandi, per la Francia è stato il caso di Tutto l’amore che serve (Mon inséparable) di Anne-Sophie Bailly, in sala dal 19 giugno grazie a I Wonder Pictures, dopo il passaggio a Venezia 81 nella sezione Orizzonti. Entrambe le pellicole, in effetti, seppur partendo da situazioni iniziali differenti, indagano il “diventare adulti” di uomini con disabilità che credono nelle proprie potenzialità, pronti a mettersi in gioco, sostenuti da donne coraggiose.
Mona (Laure Calamy) è la madre di Joel (Charles Peccia), trentenne con lieve ritardo cognitivo che ama Ocèane (Julie Froger), anche lei disabile. La coppia scoprendo il sesso decide consapevolmente di concepire un figlio. La novità porta Mona a dover ripensare la propria vita e accettare un cambiamento che teme per sé e per il figlio che ha cresciuto da sola e di cui si è sempre presa cura.

Ciò che allarma e allo stesso tempo stupisce e disorienta i personaggi del film – i genitori dei due innamorati – è la consapevolezze e la serietà con cui si approcciano ad un’avventura più grande di loro, che non è un gioco o una simulazione, ma il banco di prova per ogni coppia. Eppure, in quanto capaci di intendere e di volere, hanno il diritto di decidere del loro destino, di spiccare il volo e tagliare quel cordone ombelicali che li ha sempre tenuti saldamente legati ai genitori – e che secondo la società dovrebbe restare intatto. Mona, confusa, propone un viaggio al figlio ingannandolo sulla destinazione, trattandolo come il bambino cresciuto che lo considera, ma invece che avvicinarli la strada da percorrere insieme diventa la prova generale della separazione che ha da venire. Ed è così che il continuo spostamento di focus da madre a figlio fa sì che le difficoltà che si sedimentino l’una sull’altra diventino realtà del dolore e della sofferenza che cercare o tornare alla normalità provoca in chi ha vissuto a lungo nella bolla di una comfort zone inviolabile.

Il fatto che Bailly venga dal documentario garantisce alla sua opera prima di finzione una sobrietà e un equilibrio invidiabili perché controllato anche nelle scene salienti che incrinano le certezze e spingono i personaggi al confronto con la fragilità sommersa dall’anestesia della routine. Mona, un personaggio che passa dall’ilare al collerico, dal disperato al ferito – solo un’attrice come Calamy poteva interpretarla magistralmente, senza sbavature, mettendo il suo volto a servizio dell’altalena emotiva di una madre disorientata – non viene mai giudicata dalla regista, nemmeno quando, all’apice di uno sfogo, urla in mezzo alla strada di aver desiderato un figlio normale. Nell’atroce consapevolezza di star dicendo qualcosa di disumano e solo parzialmente pensato, la donna trova sollievo nella possibilità di usare quella parola – normalità – che da molti anni le è proibita. Emerge, così, il peso di una condizione in origine non prevista, che arricchisce e consuma, che il mondo compatisce senza fermarsi a pensare o a osservare da vicino, poiché sfiorarla è sufficiente. La facile retorica che dilaga quando si parla di disabilità è azzerata dal minimalismo linguistico e scenico di un film che affronta pochi importanti temi e li sviscera il necessario, con efficacia e puntualità.

Tutto l’amore che serve è un piccolo miracolo di coerenza sulla vita e sulla morte, sulla ciclicità della vita, sui ruoli che si vestono e si smettono con il passare del tempo, sul coraggio di vivere le proprie peculiarità senza paura, aprendosi al mondo e ai salti nel vuoto con il paracadute stretto nella mano di chi si ama, che appare e scompare all’occorrenza, ma che nel momento del bisogno si staglia ritto al nostro fianco. Se il sogno di Omar ne La vita da grandi era quello infantile e ambizioso di diventare un “gangsta rapper autistico”, quello di Joel è molto più umano e concreto: costruire una famiglia in cui l’amore può tutto, persino superare le barriere e le etichette che alla disabilità impone un mondo cieco, impaurito e riluttante. Le persone che, per convenzione, si vuole inseparabili, lo restano ma allargando le maglie di una catena che abbraccia più generazioni nell’atto della presenza e della cooperazione e non in quello soffocante della dipendenza.
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