Questa sono io – La battaglia per corrispondersi
Guardarsi allo specchio nel buio della notte e immaginarsi diversi, nel corpo giusto, non in quello biologicamente assegnato. È forse un’immagine ricorrente quando il cinema racconta i percorsi di transizione, eppure resta ancora la più eloquente, profonda e disarmante. In Questa sono io (Kobieta z… o Woman of…), terzo lungometraggio di Malgorzta Szumowka e Michal Englert, è l’inizio del cammino concreto di una donna, decisa a non nascondersi più, pronta a conquistare con dolore e sacrificio la propria identità. La pellicola, presentata in concorso a Venezia 80 nel 2023, arriva in sala con I Wonder Pictures a partire dal 29 maggio.
Andrzej sin da bambino sognava di indossare il velo da sposa e di mettere lo smalto. Da ragazzo si innamora di Izabela, la sposa ed insieme hanno due figli. Nonostante l’apparente felicità della sua vita, Andrzej si accorge di non ritrovarsi nel suo corpo, di aver bisogno di indossare abiti femminile, di essere donna e di non potersi più mostrare per come la società vorrebbe. Preso il coraggio necessario, Andrzej inizia la transizione per lasciare spazio alla vera sé: Aniela.

Quarantacinque anni di storia personale intrecciata a quella della Polonia, nel passaggio da comunismo a Solidarnosc, da un agognato progresso ad un sistema politico conservatore e bigotto, il tutto vissuto attraverso la vita di provincia dove si manifesta per i diritti dei lavoratori, ma poi si critica il vicino di casa perché non conforme. I registi usano a specchio il privato e il pubblico per mostrare le contraddizioni interne del loro paese, per raccontare la storia di Aniela e quella delle altre donne trans polacche – a loro il film è dedicato – a cui lo stato ancora oggi non regolamenta il riconoscimento di genere: lo vediamo sul corpo di Aniela che, con lo scorrere del tempo, prende parte alle manifestazioni con sempre mento entusiasmo, perché la battaglia più importante, quella dentro di sé, non sa come combatterla. Ed è da tutta la vita che Aniela prova a resistere, a farsi ammansire dai medici che provano a anestetizzarla con testosterone e sesso extraconiugale, a ricordarle che deve essere maschio, lavorare, bere con i colleghi e non prendersi troppa cura dei figli come se fosse una “mammina”. È adulta Aniela quando inizia il percorso di transizione, ed è sola, poiché la famiglia prende le distanze, e Izabela, stanca delle cattiverie della gente, e provata dal divorzio imposto dalla legge, la caccia di casa. La sua vita diventa, dunque, una crociata in solitaria per vedersi per la prima volta, per scoprirsi donna come non le è mai stato concesso. La protagonista attraversa gli ostacoli che la dividono dalla rinascita, con coraggio, dignità, persino nel rispetto del moralismo di un mondo fintamente cattolico che non vuole capire, e non molla neanche davanti all’ottusità di un governo che non copre le spese mediche.

Questa sono io è un’opera, seppur ben lontana da una equilibrata compiutezza formale, importante, perché sincera, vera, e rigorosa, a cui non servono troppe parole, arringhe o teatralità: è l’immagine che passa da una luminosa edulcorazione del sogno infantile, allo slavato grigiore di un’attesa logorante, al sordo dolore di una incompatibilità insostenibile a rappresentare con forza e chiarezza l’alternanza emotiva e percettiva di una donna combattuta (e combattente). Esattamente come per la propria accettazione, anche per quella altrui, serve che la consapevolezza sedimenti e che l’estraneo diventi familiare, che le battute e le cattiverie si esauriscano o migrino verso altri fuochi da alimentare. Aniela, nel confronto con altre donne T, imparerà a trovare conforto, come nelle premure di chi si rivolgerà a lei usando il giusto genere a testimonianza che ogni novità dell’essere può essere appresa e naturalizzata in un mondo che deve aprirsi al cambiamento per progredire e migliorarsi. Come il piccolo Andrzej si arrampicava sugli alberi, sui ponti, sulle gru per dimostrare il suo coraggio, aggiustare i piccoli intoppi lavorativi e guardare a terra da un’altra prospettiva, Aniela si arrampica sulle scivolose pareti dell’ostilità per guardare avanti, verso la possibilità di un cambiamento che abbatta le barriere della paura del diverso e renda tutti, uomini e donne, complici di una nuova rivoluzione che ancora chiama solidarietà e vicinanza, come nel 1980, quando da Danzica iniziava il cammino verso una Polonia che tutelasse i lavoratori e non li abbandonasse ad un destino di carne da macello, sostituibile e disprezzabile.
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