Fuori, di Mario Martone – Rinascere a Rebibbia
Fuori si apre con un corpo denudato, quasi a suggerire una rinascita, un abbandono del passato. L‘ultimo film di Mario Martone fin dal titolo evoca l’idea di uno spazio aperto e inesplorato, che a sua volta determina un “dentro”, un luogo chiuso e delimitato. È su tale contrasto che il film pone le fondamenta di una storia sulla ricerca e realizzazione di sé, e su come l’uscita dai propri confini, intellettuali ed emotivi, sia l’unico modo per raggiungere la libertà in tutte le sue forme.
Questo ritratto intimista della scrittrice Goliarda Sapienza, tratto dal suo romanzo autobiografico L’università di Rebibbia, è prima di tutto un racconto di formazione. L’anomalia sta nel fatto di avere la protagonista ormai adulta, in un capitolo della vita in cui le cose iniziano a finire. Scrittrice mai pubblicata, e donna ormai dimenticata dal mondo, Goliarda sembra essere destinata a una vita che lascia un segno sempre più sbiadito, costretta ormai a fronteggiare, ogni giorno, un accavallarsi crescente di rimpianti.
È proprio grazie al carcere che Goliarda inizia il suo percorso di crescita. Condannata per aver rubato i gioielli di un’amica e amante, la scrittrice entra a contatto con la realtà carceraria che diventa sorprendentemente famigliare e accogliente. Tale spazio circoscritto include un gruppo di donne che condivide la stessa condizione esistenziale di Goliarda: l’aver smarrito la coscienza di sé, l’essere fondamentalmente senza una direzione da seguire nel mondo. Parte quindi una nuova fase della vita della scrittrice, che prende le forme di una giovinezza riscoperta, o forse mai vissuta, in cui la propria indipendenza, intellettuale ed emotiva, riesce finalmente a concretizzarsi. Questa metamorfosi si fa corpo e anima nell’interpretazione di Valeria Golino, che traccia i contorni di una personalità profondamente sensibile, di malinconica innocenza.

Il personaggio di Roberta, interpretato da Matilda de Angelis, diviene per contro la guida e la manifestazione fisica di un’intera serie di nuove possibilità. La sua militanza politica, la sua dipendenza dall’eroina, l’assenza di una figura materna, genera nel rapporto fra lei e la protagonista un insieme di dinamiche in costante cambiamento, che costringe Goliarda a esplorare diversi aspetti della sua personalità: amica, amante, madre, e mentore. È nell’alchimia fluida che si crea fra queste due attrici agli antipodi che risiede il fulcro emotivo del film. Il ritratto femminile si eleva infatti a una riflessione più estesa sulle tensioni opposte che compongono la vita e l’anima di una persona.
Fuori lavora proprio per questo su un insieme di meccanismi dialettici. C’è Roberta, giovane e popolana, e Goliarda, adulta e intellettuale; c’è il carcere, un luogo chiuso, quasi come un ventre materno, in cui Goliarda acquista la consapevolezza di se stessa, e c’è il “fuori”, la vita all’esterno del carcere, in cui tale consapevolezza trova il proprio posto nel mondo; ci sono il passato e il presente che si alternano come due dimensioni intrecciate, andando a formare, senza distinzione, la complessità di Goliarda.
Martone dimostra la propria maestria nel narrare tali conflitti con estrema sobrietà e delicatezza, attraverso un tono del racconto che mai polemizza forzatamente tematiche pur presenti (e di cui il film è perfettamente consapevole). La condizione dei detenuti (nelle carceri femminili e non), la salute mentale, il sessismo nei confronti delle intellettuali e delle artiste insito nella cultura italiana, fanno da sottofondo a tutte le vicende. Tali aspetti, tuttavia, mai sovrastano uno sguardo prettamente umanista rivolto verso Goliarda, e verso la costruzione dell’atmosfera di un’estate romana quasi sospesa nel tempo. La Storia, quindi, viene rappresentata esclusivamente come uno dei tanti elementi che ha avuto un’influenza sulla vita della scrittrice. La sua condizione di donna non sovrasta la sua essenza di personaggio, di individualità unica e distinta che lotta per emergere.

Ogni tanto la narrazione mostra alcuni limiti nel modo in cui sviluppa i conflitti fondamentali del film: la forma cinematografica di Martone, sempre estremamente controllata, presenta infatti i paradossi e le ambiguità della sua protagonista in modo quasi schematico, esplicitandone le implicazioni in maniera forse troppo rapida. Questa scelta tuttavia lascia ampio spazio alle interpretazioni di Golino e De Angelis: la loro amicizia si sviluppa infatti con una calma ma dolente naturalezza che permane per tutta la pellicola.
In un contesto culturale che predilige l’intensità della visione, usando il cinema come un martello che spacca vecchie aspettative e ideologie, Fuori sembra voler ricordare che nei piccoli, per alcuni insignificanti, spezzoni di vita esiste una lotta feroce ma silenziosa che si realizza solo attraverso una costante ricerca della propria identità.
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