Non c’è bisogno di “salvare la Marvel”
Apro Instagram in un frizzante giovedì pomeriggio di marzo mentre torno a casa dal lavoro e in pieno brainrotting scrollo fino imbattermi nella faccia di un content creator/recensore di multimedialità, noto per la sua scapigliatura anche letterale, mentre espone la sua opinione sugli ultimi due episodi di Daredevil: Born Again. Lui è uno di quelli che “ci mette la faccia”, come molti altri. Sono creators del resto e il content è precisamente la loro faccia, ora contenta ora scontenta ma sempre presentata come contenuto principale. Leggo «direi che siamo di fronte senza alcun dubbio alla migliore serie dell’MCU per distacco». «Bene», penso io, «era ora che, dopo anni in cui hai fatturato sul presunto calo di qualità dei prodotti Marvel, ti imbattessi in qualcosa che incontrasse il tuo gusto e rallentasse – si spera – le interazioni sotto ai tuoi post». Mi rimprovero per il cocciuto e tutto sommato immotivato cinismo, figlio bastardo di questi tempi bastardi, e scrollo oltre. Dopo un po’ di scroll, mi imbatto in un altro post di un altro content creator – scapigliato anch’esso ma solo in senso letterario e non letterale – anche lui con toni se possibile ancora più entusiastici riguardo la serie: «doppio godimento!!!». Sembra la pubblicità di uno snack anni ’90.
Giunto a casa, apro YouTube e mi imbatto in un video di altrə content creator – questə però si danno più un tono, pur non rinunciando alla loro identità di trentennə nostalgicə – che titola così: «Come si salva la Marvel?». È il classico video con un testo letto da un doppiatore di professione, montato ad arte e condito con un brano musicale copyright free, farcito di notizie, leak e relative considerazioni più o meno interessanti. Questo, unito ad anni di content creators, recensioni, dirette, post, reel e pure chiacchierate tra amici (ciao Nicolò), mi ha scatenato l’equivalente dialettico dell’ulcera. Basta, per favore parlare di salvare la Marvel. Non se ne può più.

Da cosa esattamente si dovrebbe salvare una sussidiaria della Walt Disney Company che tra film, serie, abbonamenti e merchandise ha fatturato più di 90 miliardi di dollari solo nel 2024? Dal tracollo qualitativo? Ma veramente pensate che la qualità attuale delle produzioni Marvel Studios sia così infima? Sia chiaro, se non vi piaceva legittimamente la Marvel nel 2008 difficilmente vi piacerà adesso. E certamente possiamo parlare di film o serie al di sotto della media. Ma veramente pensiamo che Wakanda Forever o Moon Knight siano i sintomi del tracollo Marvel? Davvero vi indignate per la serie su Kamala Khan urlando alla mancanza di idee e al wokismo? Ritenete forse che Iron Man 2 – visto che glorifichiamo il passato – fosse il picco dei cinecomic? Ma va bene ancora finché si tratta di opinioni e gusti personali che seguono l’oscillazione ciclica qualitativa di tutte le grandi produzioni.
Internet, attraverso gli incel, si indigna per She-Hulk che twerka (Dio la benedica per inciso), ma non per un’attrice che si è volontariamente arruolata nell’IDF, l’esercito israeliano, quanto meno non allo stesso modo e non con la stessa rabbia. Di questo lə content creators non parlano abbastanza o ne parlano affatto e se lo fanno perché incalzatə da alcuni utenti, rispondono il più delle volte che «loro di certe cose non se ne occupano». Già le vedo le critiche di benaltrismo che riceverò seguiti dagli inviti alla compartimentazione (tanto cara al Nick Fury di The Winter Soldier) del tipo «ma dovremmo occuparci solo del film in sé e non della politica relativa». Cicci belli, i cinecomic sono in un’ultima istanza anche un’espressione politica. Che poi nel mezzo ci siano una storia accattivante, effetti speciali grandiosi, mitologie complesse o grandi interpretazioni è sicuramente più che auspicabile, ma persino il cinecomic meno riuscito è un manifesto politico e/o propagandistico.

Se chi recensisce i film deve occuparsi solo dei film, allora non abbiamo chiaro cosa sia un film, soprattutto se realizzato a Hollywood. Lo ribadiamo, un film hollywoodiano è prima di tutto anche uno strumento della propaganda imperialista americana. Anche nei casi che sembrano più insospettabili, persino in quelli che sembrano andare contro il sistema. Ce lo dice Mark Fisher quando parla di Wall-e in Realismo Capitalista, i film che sembrano andare contro il sistema sono in realtà parte integrante di un sistema che si presenta come non ideologico (e per questo ancora più sfacciatamente ideologico) ovvero quello capitalista. L’ultima volta che si è reso necessario veramente “salvare la Marvel” è stato negli anni ’90, quando ha rischiato seriamente di scomparire fagocitata dai debiti e si è salvata solo smembrando le sue proprietà intellettuali tra varie case cinematografiche (e fondendosi con la ToyBiz). Ma anche in quel caso a poco o niente è servito il contributo di esperti di fumetti e narrativa per salvarla.
La Marvel si salvò da sola adattandosi e piegandosi alle regole del mercato. “Salvare la Marvel” vuol dire profondamente salvare la visione che abbiamo di essa, che spesso e volentieri è una visione esagerata e personalistica del nostro concetto di intrattenimento. Invece di parlare di “salvare la Marvel” parliamo invece di come salvare chi lavora alla e per la Marvel, in particolare lə artistə visivə e degli effetti speciali. Nessun diritto verrà intaccato se Thunderbolts* farà schifo né la qualità generale del cinema ne risentirà, ma sarà un problema se chi lavora ad Avengers: Doomsday sarà licenziato a lavoro concluso e nonostante il successo commerciale del film che già sappiamo avrà. I licenziamenti di artisti e lavoratori dovrebbero farci incazzare molto più dei buchi di trama di Secret Invasion e The Marvels.

Anche e soprattutto nel mondo della multimedialità, ci sono tanti motivi per cui mobilitarci in massa e “salvare” il salvabile: ad esempio i posti di lavoro che un uso capitalistico dell’IA potrebbe eliminare e sta eliminando. Se volete salvare qualcosa, salvate la storia dell’animazione, a cominciare dai Looney Tunes ai quali è stato tolto spazio in favore di HBO. E se proprio vogliamo “salvare la Marvel” perché la sentiamo giustamente anche un po’ nostra, perché ci ha cresciuto, ci ha intrattenuto, ha fatto anche arte e, perché no, ha espresso ciò che pensavamo del contesto storico e sociale che abitiamo, allora dovremmo trattarla come una realtà collettiva a tutti gli effetti, pretendendo di più da una compagnia che afferma di aver fatto suo il motto di Stan Lee riguardo il mondo fuori dalla finestra. Se veramente vogliamo salvare la Marvel dovremmo comportarci più come un sindacato della Marvel stessa e non solo come fan, ad esempio protestando e boicottando certi film quando è necessario. Dopotutto se Peggy Carter e Rachel Zegler ci hanno insegnato qualcosa è «fai compromessi dove puoi, ma dove non puoi, non farlo. Anche se tutti ti dicono che qualcosa di sbagliato è giusto. Anche se il mondo intero ti dice di muoverti, è tuo dovere piantarti come un albero, guardarli negli occhi e dire: “No. Muoviti tu!“»
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