A Milano si può vedere un film che dura 15 ore
Immagine in copertina: © Fondation Cartier pour l’art contemporain, Gianluca Di Ioia
Fino al 16 marzo 2025 gli spazi di Triennale Milano ospitano la mostra Il Nostro Tempo, CinéFondationCartier, organizzata in collaborazione con Fondation Cartier pour l’Art Contemporain. Un’occasione non convenzionale di fruire il cinema secondo i ritmi e parametri dell’arte contemporanea, in linea con quell’interesse per l’intermedialità, le convergenze tra arte e cinema e le loro possibili articolazioni in uno spazio espositivo che da decenni muove la ricerca dell’istituto francese. Il progetto eccezionale su cui scommettono Cartier e Triennale, ampliato anche da un programma di incontri e rassegne cinematografiche co-curato dalla Fondazione Piccolo America-Cinema Troisi, si inserisce in una lunga ma ancora relativamente marginale storia di sperimentazioni, traslazioni e sconfinamenti mediali, dagli esiti tanto affascinanti quanto complessi. Diversi sono stati, negli anni, i tentativi di definire queste forme, ricorrendo ad espressioni come “cinema espanso”, “cinema esposto”, “cinema esteso”, “cinema d’esposizione”, “cinema installato”, che oltre a segnalare il bisogno di musealizzare la settima arte rendono conto delle molteplici modalità in cui è possibile configurare il ruolo dello spettatore di fronte — o dentro — l’esperienza cinematografica.

La mostra ospitata in Triennale prevede l’esposizione di dodici film realizzati da altrettanti registi e artisti che presentano visioni cinematograficamente e culturalmente diverse. A fare da filo conduttore, il tema del tempo presente: ciascun autore si confronta in modo intimo e personale con alcune vicende e tematiche della propria contemporaneità, traducendole in immagini che potenzialmente trovano più o meno complicità o familiarità negli occhi dello spettatore, laddove il “nostro” tempo del titolo si riferisce in senso lato alla complessità dell’esistenza ed esperienza dell’uomo moderno. In Notre Siècle (Il nostro secolo, 1982) il regista armeno Artavazd Pelechian monta varie immagini d’archivio emblematiche di quella sfrenata e talvolta fallimentare corsa novecentesca verso il progresso scientifico e tecnologico, proiettate all’interno di una struttura semisferica che ricorda il MovieDrome di Stan VanDerBeek. Quest’ultimo è stato uno dei più emblematici interventi di cinema espanso realizzato tra 1964-5, anni frenetici della conquista dello spazio in cui proprio la forma sferica era abusata nell’arte come riferimento all’immaginario lunare.

Il cinema documentario del regista Wang Bing, anche ospite di un incontro in Triennale a febbraio, è presente in mostra con un film eccezionalmente lungo – 15 Hours – che documenta l’intera giornata lavorativa di una fabbrica tessile cinese in cui circa trecentomila operai sono impegnati nella serratissima produzione di abbigliamento: le quindici ore di film corrispondono, appunto, alle quindici massacranti ore del turno lavorativo. Questo è uno dei pochi casi in cui per fruire del film non è previsto un ambiente chiuso da tende: il grande schermo si trova letteralmente esposto lungo il percorso della mostra, in modo che lo spettatore che vi transita inevitabilmente davanti si trattenga davanti allo schermo, soffermandosi a più riprese sulle immagini con l’intenzione, auspicabilmente, di tornare un’altra volta.
Altro caso molto interessante è il cortometraggio Martin Pleure (Martin piange), film realizzato nel 2017 dal regista francese Jonathan Vinel, che a molti sicuramente ricorderà Grand Theft Hamlet, il chiacchieratissimo film di recente uscita sulla piattaforma MUBI. Anticipando di qualche anno l’operazione estetica e linguistica di quest’ultimo, Vinel si serve di alcune sequenze del videogioco Grand Theft Auto V per raccontare il dramma del giovane Martin, i cui migliori amici sono scomparsi da un giorno all’altro lasciandolo profondamente solo e arrabbiato. Il cortometraggio viene proiettato in una dimensione molto intima in cui un piccolo divano è posto a distanza ravvicinata davanti allo schermo.

Verso la fine del percorso espositivo incontriamo quello che forse è il più evidente punto di convergenza tra cinema e storia dell’arte in mostra: Le Triptyque de Noirmoutier, realizzato nei primi anni del nuovo millennio da Agnès Varda, è un’opera sperimentale che richiede l’intervento diretto dello spettatore, libero di aprire o chiudere i pannelli che costituiscono il triplice schermo. Le Tryptique è il contributo di Varda ad una lunga storia di interferenze in cui registi e videoartisti hanno sperimentato con formati artistici riconducibili alla pittura religiosa, dal Napoleon di Abel Gance (1927) al Trittico di Nantes, videoinstallazione realizzata da Bill Viola nel 1992.
Tra corridoi lynchani e una moltiplicazione di schermi curvi o pieghevoli, Il Nostro Tempo è un’esperienza immersiva che chiede allo spettatore di non avere fretta, di soffermarsi su ciò che più interessa rimandando alla visita successiva quel che manca, secondo una logica opposta a quella che ormai guida incontrastata il sistema contemporaneo delle mostre — vere e proprie overdosi di immagini raggiunte nel minor tempo possibile.

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