I Colori dell’Anima – Musica, crescita e scoperta di sé
Siamo stati all’anteprima de I colori dell’anima della regista Naoko Yamada: da lei ci aspettavamo un film delicato e ben architettato, e non siamo rimasti delusi. Questo film, in giapponese Kimi no Iro, è un‘opera gentile che nasconde al suo interno una fiamma di pacata ribellione su cosa voglia dire crescere e confrontarsi con il proprio “Io”.
I colori dell’anima – La storia
Partiamo dal titolo originale, che ci offre subito un gioco di parole con il nome di una delle protagoniste, Kimi, che può significare anche semplicemente “tu”. Il titolo del film potrebbe essere letto quindi come “Il colore di Kimi”. È proprio da qui infatti che parte tutto: quando la nostra impacciata e tenera Totsuko, che fin da bambina riesce a percepire il colore delle persone, vede la compagna di scuola Kimi, subito le scatta qualcosa dentro. Un’emozione forte e naturale, un’ammirazione e un calore che non aveva mai provato. Spinta da un coraggio che forse non conosceva, sfrutta un incontro casuale con il timido Rui per proporre di fondare sul momento un gruppo musicale, tutti e tre insieme. Anime unite e attratte dalla musica e da Kimi stessa.

I colori dell’anima – stile e setting
La sinestesia è un tema centrale in I colori dell’anima e l’animazione accompagna perfettamente questa sensazione, alternando stili grafici e sonori che si mescolano in modo naturale. Ci sono momenti che sembrano dipinti ad acquerello e altri che seguono uno stile di animazione più moderno in lieve CGI. Ripensando ai lavori di Studio Saru e della stessa Yamada, vediamo rimandi e sperimentazioni stilistiche ad anime come Heike Monogatari, Ride Your Wave e Tatami Galaxy.
Il setting, però, è molto peculiare, specialmente per una pellicola giapponese: ci troviamo infatti in un liceo femminile di stampo cattolico, con regole, doveri e una struttura rigida. Queste realtà esistono davvero in Giappone, dove sono rispettate e ritenute scuole molto prestigiose, sebbene il cristianesimo sia una minoranza e non sempre ben visto, con un passato abbastanza controverso e problematico in questo Paese. Sebbene esistano scuole di questo tipo miste, quelle più prestigiose e storiche sono solo femminili, poiché in passato l’istruzione femminile era trascurata e ritenuta meno importante a livello pubblico e questi luoghi garantivano un livello alto di scolarizzazione.
L’amore, come è naturale che sia, sboccia comunque. Anche in questo film ci sono quegli sguardi e imbarazzi tipici della commedia romantica, ma tutto è trattato con estrema delicatezza: sono i colori e la musica stessa a parlare, senza bisogno di altro. Il setting cattolico aggiunge una sfumatura unica, evidenziando la menzogna e la responsabilità verso un’entità superiore, oltre che verso la società e le sue regole. Allo stesso tempo, troviamo il classico elemento giapponese delle tre maschere di ogni persona: Gaiken (l’io che si mostra agli altri), Shimen (l’io che si mostra alla società), Honne (il vero io, nascosto a tutti).

La musica in manga e anime
Collegandomi a un interessante video di Igort sul film di Slam Dunk e sulla rappresentazione dello sport nei manga e negli anime, penso che lo stesso discorso si possa adattare perfettamente alla musica. Le opere che parlano di musica e di band nel panorama giapponese sono davvero molte, e alcune di esse rappresentano pietre miliari nei media. Pensiamo a Beck, che segue la nascita di una giovane band rock, l’iconico K-On!, il delicato Nodame Cantabile e anche a Blue Giant, manga sul jazz con recente trasposizione animata.
Non è importante che si tratti di una vignetta o di una scena animata, ma è il modo in cui la musica viene descritta ed espressa che fa la differenza. Anche in I colori dell’anima si ha subito la rappresentazione della musica come valvola di sfogo, come momento per far uscire il proprio io più profondo. E a differenza di altre opere, qui non ci sono grandi sogni di gloria, nessuno vuole diventare il migliore, il più grande di sempre. I tre protagonisti vogliono suonare per stare meglio con loro stessi: per avvicinarsi a una persona, per fuggire dalle responsabilità, per non dimenticare la propria parte creativa. E durante tutto questo, crescono.

Eppure la musica non pervade la pellicola come ci si aspetterebbe. Ci sono momenti melodici, come durante le prove o la creazione delle canzoni, ma sono soprattutto gli sguardi e i pensieri dei protagonisti a “cantare”. È come se la musica fosse sempre presente, anche se non esplicitata. Mi ha colpito molto, proprio come accade leggendo un manga sulla musica, dove le note sembrano emergere dalle pagine grazie alla scrittura dell’autore.
Il potere della musica
L’adolescenza è spesso la chiave di lettura maestra per moltissime opere giapponesi, sia indirizzate a un pubblico giovane sia a un pubblico più adulto. È l’età in cui si esprime il proprio potenziale e, da adulti, si ricordano gli errori per rimediare o trovare nuova motivazione. La musica, in questo caso, è uno strumento puro e potente di crescita personale, di connessione con l’altro. Si impone con gentilezza e decisione, conquistandosi spazio fino a diventare una ragione di vita momentanea, ma intensa.
In vari manga e anime c’è anche questo punto fondamentale: il bruciare così intensamente, anche solo per poco. È come se da quel momento dipendesse la vita intera e, anche se dura poco, l’obiettivo è raggiunto. L’animo si è espresso al suo pieno potenziale, si può dire di essersi visti allo specchio e non solo riflessi.
Per questo i personaggi di tali opere, così come quelli di I colori dell’anima, intraprendono un percorso quasi ossessivo nei meandri della loro passione, che diventa unica ragione di vita. Arrivano a mentire, a scappare, a sfidare l’autorità, tutto per proteggere ciò che la musica li sta aiutando a raggiungere. Totsuko, la nostra protagonista, per esempio, da ragazza impacciata forse voleva piano piano trovare uno scopo, uscire dalla sua insicurezza. Ha trovato in Kimi un’ancora di salvezza e, al tempo stesso, un amplificatore dei suoi desideri. In Rui ha trovato una persona sincera e amichevole con cui sentirsi a suo agio.

Una melodia ribelle
Alla sceneggiatura manca forse un approfondimento sul personaggio di Rui: lasciato più di contorno, avrebbe fornito più equilibrio narrativo. Sarebbe stato utile anche maggiore spazio alla musica, un punto sia a favore che a sfavore. Da un lato la forza espressiva del film è chiara anche senza una continua riproduzione dei brani, ma dall’altro è un peccato non poter apprezzare più a lungo i motivi creati per l’occasione.
II film, in sala il 24 e 25 febbraio, è un’ottima visione e sa emozionare chi riesce a cogliere il messaggio dell’autrice. La musica ha una funzione salvifica e ci fa vedere colori che altrimenti potremmo perderci.
In fin dei conti, forse, questa melodia ribelle ci aiuta a scoprire anche il nostro colore.

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