Devil May Cry – Anima e lore
Da ragazzo avrei voluto sapere che da grande avrei voluto essere Adi Shankar, ovvero uno specialista della discorsività nerd. In effetti la proprietà principale della cultura nerd, ammesso che esista come cultura a sé stante e non come sguardo altamente specialistico (o selettivo) del panorama culturale globale, è quella di favorire e generare ampi spazi di discorsività. Spazi che oggi chiamiamo ad esempio e sbrigativamente lore ma che germinano in nicchie più piccole e settoriali della vita culturale di una comunità più o meno ampia. Forum e blog sono i nuovi circoli e ritrovi dove è possibile non solo generare ma raccogliere e selezionare questo tipo di cultura. Sta poi alla comunità decidere cosa farne. Incel arrabbiati e xenofobi faranno il cosplay di Kratos e dichiareranno guerra alla presunta sostituzione etnica, mentre gli anticapitalisti radicali adotteranno la sola iconografia del fratello di Mario per le loro battaglie contro le compagnie assicurative. Poi c’è Adi Shankar, il nerd nato negli anni 80 ma formatosi negli anni ‘90 e 2000 che all’interno di questi spazi miscela sapientemente intrattenimento e politica, che sono poi gli ingredienti base di qualunque storia degna di questa nome.

Adi Shankar lo incontriamo come produttore esecutivo di quel capolavoro che è Castlevania (scritto da Warren Ellis) ma è in Captain Laserhawk: A Blood Dragon Remix che assaporiamo al meglio la scrittura e l’estetica di Shankar; una serie con protagonisti le principali IP Ubisoft che sopravvivono e combattono in una tecno-distopia consumista e intossicata dalla propaganda mediatica, praticamente una versione edulcorata degli Stati Uniti. In questo senso, il suo Devil May Cry ne è un seguito spirituale in tutto e per tutto, oltre a essere con ogni probabilità una delle migliori trasposizioni di un videogioco mai realizzate. La sfida era quanto mai difficile: Devil May Cry aveva già un’ottima serie anime all’attivo, realizzata dalla MadHouse nel 2007, oltre a un reboot videoludico dalle forti connotazioni politiche del 2013, ingiustamente infamato da un fandom tossico. L’anime del 2007 aveva dalla sua, oltre a ad un’estetica eccezionale (di cui quest’ultima serie non è obiettivamente all’altezza), l’essere parte integrante del canone del videogioco.
Ed è qui il primo scollamento dalla serie originale, che comunque lo showrunner cita apertamente: il Devil May Cry di Shankar è un’opera indipendente, nonché la forma più classica di adattamento di un’opera originale. Cultori (e cultisti) della lore si divertiranno a scannarsi su cosa sia più canonico e fedele ai giochi, ignorando che quello che si è divertito di più è lo stesso Shankar che ha ideato la serie come se stesse rispondendo alla domanda «cosa è possibile inserire negli spazi di trama di Devil May Cry nel 2025?». La serie videoludica infatti non è nota per descrivere con precisione il contesto delle avventure di Dante e Vergil, contesto che sicuramente si rifà a un immaginario urbano anni 2000 con innesti gotici e mitologici occidentali molto forti. Ma certo non sappiamo mai veramente se il mondo di Devil May Cry è lo stesso che ha visto l’ascesa del cristianesimo, la società industriale o l’illegale invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Shankar risponde a tutte queste e altre domande e la risposta è sì, è il nostro mondo. Ed è un mondo che fa schifo.

Dicevamo che questo Devil May Cry è il più classico degli adattamenti e infatti a tratti sembra di vedere un cinecomic, o un qualunque altro prodotto basato su un fumetto, fatto bene. Shankar tratta il videogioco proprio come i Marvel Studios nei loro prodotti migliori hanno trattato Terra-616: come una toybox dalla quale attingere personaggi, luoghi e citazioni per realizzare storie nuove fruibili a tutti. Non solo a chi non ha mai provato o visto il gioco ma anche e soprattutto a chi lo conosce bene e forse ha bisogno che gli si ricordi che i demoni esistono e sono nei luoghi di potere. Ecco allora un villain che strizza l’occhio ai nerd duri e puri, il Bianconiglio proveniente dal manga prequel ufficiale di Devil May Cry 3 (qualcuno se lo ricordava?), assieme a una tematica oggi fortissima e impellente: il genocidio. O ancora il personaggio di Lady, debitrice certamente della lore del videogioco ma qui riproposta come una pedina del capitalismo pinkwashed della sorveglianza.
In tutto questo, Dante è esattamente come i nerd lo vorrebbero: sbruffone, chiacchierone e caotico ma con qualcosa in più, anzi in meno: una minor consapevolezza di ciò che è e può fare. Dante è l’allegoria del gamer ribelle ma assorto nel suo mondo e disinteressato a quello fuori, quantomeno alle sue dinamiche di potere. Un disinteressamento che non può durare a lungo perché il mondo capitalista, anche se non vuoi, si interessa a te, alle tue potenzialità e ti sfrutta a dovere a meno che tu non risvegli qualcosa dentro di te e fai sentire la tua voce. Certo, Devil May Cry è sempre stato contraddistinto da un’estetica ribelle Punk e Hard Rock, ma la serie animata di Shankar fa di più. Costruisce un’anima – o discorsività – coerente con l’estetica.

Anima e lore e infatti Shankar ci tiene a ricordarci che lui è prima di tutto un nerd (di nuovo andatevi a rivedere Captain Laserhawk) e così sappiamo che l’universo di questo Devil May Cry è con ogni probabilità lo stesso di un’ipotetica serie di Resident Evil ancora da annunciare. Senza contare l’amore ostentato per il più vasto universo Capcom attraverso gustosissimi easter egg. Altro grande merito di questa serie è il comparto musicale, sia per la colonna sonora, composta non a caso da Power Glove, band australiana nota nel mondo dei videogames, sia per le canzoni scelte per ogni episodio, da Papa Roach agli Evanescence. Menzione speciale per una sigla d’apertura semplicemente stratosferica con Rollin’ dei Limp Bizkit che, oltre a valere da sola quasi la metà di tutta la serie, è altresì il miglior biglietto da visita per l’universo DMC.

DMC in questa serie potrebbe benissimo significare “Discorsività Magistralmente Costruita” mentre la stessa espressione “Devil May Cry” raggiunge nuove profondità che vanno ben oltre il nome della famosa agenzia di Dante, in questa prima stagione di fatto non ancora presente. “Devil May Cry” potrebbe essere tranquillamente il nome del sesto potentissimo episodio, un capolavoro sperimentale di animazione e musica che merita di essere visto, rivisto e fatto proprio in questi tempi bastardi. Sì, il diavolo può piangere mentre gli uomini invadono, depredano e sfruttano i vinti. E lo fanno parlando di guerra santa o di ragion di stato.

Devil May Cry poteva essere l’ennesimo contenuto di intrattenimento in una piattaforma satura di contenuti. Ma Adi Shankar evidentemente non crede nell’intrattenimento fine a sé stesso. Per questo, dobbiamo ammetterlo, ha fatto “jackpot!”.
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