Una settimana di bontà 1975 – Evaporati in una nuvola rossa
Basterebbe l’incontro magico tra regista e autore di Una settimana di bontà 1975 per farne un momento dalla densissima forza creativa ed emotiva: Emanuele Conte mette infatti in scena al Teatro della Tosse di Genova un testo inedito del padre Tonino, entrando direttamente in dialogo con un modo di fare spettacolo che negli anni è rimasto genuinamente radicato in quella libera espressione del fantastico che non smette di caratterizzare la Tosse e il suo immaginario. Allestito nella sala Dino Campana – intima, underground, con un’atmosfera quasi Off–Off-Broadway – lo spettacolo si regge sul carisma caratteriale di sei brillanti interpreti (più la sorprendente apparizione di Charlotte Lataste, ma non spoileriamo) e su un impianto scenico totalmente al servizio delle trasformazioni drammaturgiche, asciugato all’osso del necessario per restituire piena efficacia ai momenti della rappresentazione.

È infatti nella cornice di un ponteggio fatto di tubi innocenti – che fa da “schermo” a un fondo palco che pone in scena dei veri e propri camerini per i personaggi nei personaggi interpretati dagli attori – che si materializzano i sette quadri dal forte impianto surreale sotteso tra crudeltà e comicità attraverso cui si dipana il testo. In una struttura episodica ottimamente ritmata, infatti, prende forma la Settimana di bontà del titolo, che dalla sua fonte – il romanzo di Max Ernst dei primi anni ’30 – si colloca nel 1975, a quei 50 anni dall’oggi che distanziano la fondazione del Teatro della Tosse e la stesura stessa del testo. E l’impianto scenico di Emanuele Conte non vuole mascherare quella distanza: gli anni ’70 – con tutto il loro portato estremamente problematico e “rimosso” – vengono infatti sottolineati con una forza smaccatamente farsesca, quasi caricaturale, estremizzata sui corpi degli interpreti grazie agli splendidi costumi di Daniela De Blasio che colorano una lontananza temporale caricata di un efficacissimo potenziale espressivo.

Un potenziale perfettamente materializzato dagli interpreti. È infatti uno dei meriti migliori del Teatro della Tosse quello di portare sul palco attori giovani, convincenti, con una loro identità scenica già ben definita e capaci di generare attraverso i testi una chimica irresistibile. Sono qui Ludovica Baiardi, Raffaele Barca, Christian Gaglione, Antonella Loliva, Marco Rivolta e Matteo Traverso i sei interpreti protagonisti di Una settimana di bontà 1975, incaricati di abitare lungo tutto lo spettacolo scene apparentemente distanti, dalle atmosfere eterogenee capaci di passare dall’estremamente comico al profondamente amaro. Attraversa infatti frequenze alternativamente dissonanti quella sensazione di crudeltà endemica che – nel sarcasmo disilluso del titolo – risuona in sottofondo tramite tutti e sette gli episodi, richiedendo agli interpreti un campionario espressivo al contempo duttile e solidissimo.

Il gioco sulla crudeltà è portato avanti dal testo di Tonino Conte attraverso un invisibile MacGuffin che fa da unità narrativa a tutto lo spettacolo: è infatti un nano – con tutto il discorso sull’alterità che porta con sé – il destinatario designato delle conseguenze eticamente disturbanti di ciò che avviene sul palco. E in questo la scelta “rappresentativa” di Emanuele Conte è brillantemente efficace: il nano è una casella vuota, non appare nemmeno quando è esplicitamente presente nella scena, diventa elemento liminale della messa in scena, ma al contempo posizione troppo “comodamente stretta” perché diventi vicario dello spettatore. Di fronte al denso vuoto significante del nano sulla scena, gli spettatori diventano partecipi dell’atmosfera di tesissima violenza di ogni sequenza, sia questa fisica o anche solo ideologica, in un rimbalzo aspettuale con la contemporaneità – per altro ammantata da un’irriducibile “retro mania” anche nell’estetica – che ammanta la risata di un sincero velo drammatico.

C’è un felice potenziale anarchico nello svolgersi di Una settimana di bontà 1975 che richiama quel senso di totale possibilità scenica così sinceramente aderente alla contro-tradizione del Teatro della Tosse. I salti surreali del testo di Tonino Conte trovano nella regia di Emanuele una visione scenica sincera che si riverbera nelle brillanti performance attoriali degli interpreti, in un risultato di crudele comicità tanto misurata quanto strabordante. Un esperimento che, nonostante cada in concomitanza di ricorrenze “tonde”, non si adagia nel nostalgico ma si nutre di un entusiasmo avventuroso e sincero, nutrito di quella naturale magia generativa che è la firma più autentica del lavoro del Teatro della Tosse.
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