Witches – Le streghe non esistono
Con l’uscita in sala di Wicked si è ritornati a parlare di Elphaba e Glinda, di streghe buone e streghe cattive. Nel corso degli anni, grazie anche all’influenza esercitata da quel capolavoro che fu Il mago di Oz di Fleming, le streghe hanno finito con l’assomigliare sempre più alla Malvagia Strega dell’Ovest: un enorme nasone bitorzoluto e la pelle verde rana, i capelli ispidi ed una scopa per volare nella notte. Le streghe, quindi, sono sempre state rappresentate come donne brutte e cattive, donne in grado di fare incantesimi per trasformare i principi in ranocchi. Ma le streghe non esistono, le streghe non sono mai esistite.

Witches – uscito su Mubi il 22 novembre – è uno dei film più belli, forti e dolorosi che vedrete quest’anno. Wicked e Witches condividono il periodo d’uscita e il mondo magico di riferimento, ma qui non c’è Ariana Grande, non ci sono canzoni o balletti e soprattutto non c’è nulla da festeggiare. Orrore e bellezza, sofferenza e fratellanza. Questo vuole raccontare la regista Elizabeth Sankey, in quello che all’inizio ci appare come un semplice film sulle streghe, un documentario sulla loro rappresentazione nel corso dei decenni, ma che ben presto si rivela essere qualcosa di completamente diverso. La regista prende un tema che le è caro fin da quando era bambina per raccontare l’esperienza più tragica della sua vita: la depressione post partum. A pochi giorni di distanza dalla nascita di suo figlio, Elizabeth sente che qualcosa dentro di lei non va. Le hanno sempre insegnato che una neo mamma dovrebbe essere sempre felice, profumare di pane appena sfornato e vestirsi di rosa. La nostra protagonista non soffre di una semplice baby blues, la sua è una paura più sinistra: è il terrore di fare male a se stessa e al suo bambino. L’unica soluzione possibile diventa inevitabile e con l’aiuto del marito viene ricoverata in un istituto psichiatrico. È proprio in questo inferno che Elizabeth troverà le uniche persone in grado di tirarla fuori dal baratro: altre donne come lei. Nelle settimane precedenti, nessun medico era davvero riuscito a comprenderla, ad aiutarla, ma è nel sostegno di altre pazienti che Elizabeth riesce a ritrovare se stessa. Nel corso del documentario queste streghe-sorelle ci vengono presentate e siamo noi a poter ascoltare finalmente le loro storie, altri racconti fatti di gravidanze complicate e di dolore.

“Mentre io sono sopravvissuta, troppe non ce l’hanno fatta”, queste sono alcune delle prime parole pronunciate dalla regista nel voiceover che accompagna le immagini delle streghe più famose del grande schermo. A non avercela fatta sono sempre state le donne, non importa di quale epoca. Il riferimento è alle decine di migliaia di vittime della caccia alle streghe e a noi, che ancora oggi non possiamo essere aiutate come dovremmo se non dalle nostre simili. Le immagini che Elizabeth Sankey aveva mostrato all’inizio e che sporadicamente ritornano nella narrazione, tratte da film come Le streghe di Eastwick, Possession o Amori & Incantesimi, incominciano ad assumere un significato sempre più intenso. Il confine tra donne e streghe diventa più sottile e la consapevolezza che siano state sempre la stessa cosa si mischia ad un profondo senso di malinconia, impotenza, frustrazione e unione. L’esperienza della regista nell’ospedale psichiatrico ricorda quella di Winona Ryder in Ragazze interrotte, di Virginia Stuart in La fossa dei serpenti e perfino quella dell’iconica Mia Farrow con il medico corrotto in Rosemary’s Baby. La gabbia è la società patriarcale e le donne sono sempre state le uniche prigioniere.

Donne che preferivano morire, essere arse vive piuttosto che continuare a vivere una vita piena di dolore. Ma può dirsi davvero un discorso chiuso? La risposta è no, perché – ci viene spiegato alla fine della pellicola – le statistiche riportano il suicidio tra le principali cause di morte delle madri nel periodo pre e post gravidanza.
Il film di Elizabeth Sankey arriva nel momento giusto e si inserisce in una riflessione più ampia, una tendenza che da qualche tempo ha ripreso a farsi strada nel cinema contemporaneo, quella di parlare di gravidanza e nello specifico di gravidanze difficili. Nel 2024, infatti, sono usciti film come Apartment 7a (prequel del già citato Rosemary’s Baby), Immaculate, It ends with us e Omen – L’origine del presagio.
Mettere al mondo un figlio fa più paura che mai e la speranza è che le future mamme ricevano la giusta assistenza, che non debba più esserci vergogna nel chiedere aiuto, il timore di una diagnosi sbagliata o dell’indifferenza dei medici.
Nel frattempo, oggi come allora, avremo sempre le nostre simili.
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