The Apprentice – Trump e un’America che divora se stessa
Nel ventre dorato della Manhattan anni ’80, fermenta la metamorfosi di Donald Trump, da rampollo dell’edilizia a calpestatore del sistema. The Apprentice di Ali Abbasi (uno dei venti “registi del futuro” secondo Bong Joon-ho) affonda il bisturi in un’America in overdose di potenzialità e perennemente affamata di spettacolo, facendo un’autopsia spietata del suo figlio più mostruosamente fedele. La camera si muove smaniosa tra corridoi di marmo di Carrara e oro placcato, dove ogni superficie riflette il delirio di un’epoca che divora se stessa.
È nell’incontro con l’avvocato Roy Cohn – incarnato da un Jeremy Strong (Succession) che trasuda veleno in doppiopetto – che il film rivela la sua vera natura: la ferocia. Lo squalo legale plasma il suo “apprendista” come un Frankenstein in cravatta, trasformandolo in un’indomabile macchina da guerra mediatica. I due predatori si fanno strada in una New York marcescente, dove l’opulenza estrema agisce come un fertilizzante tossico: più nutre il terreno, più lo contamina, creando un ecosistema malato che prospera sulla propria decomposizione.

L’estetica è un’orgia visiva che stordisce: power suit oversize, maschere di fondo tinta, chirurgia plastica come statement politico. La narrazione televisiva eleva il kitsch a manifesto, mentre la camera rincorre la telenovela trumpiana in un autoironico susseguirsi di zoom-in e flashforward. Al centro di questo vortice c’è Ivana Zelníčková, la moglie sovietica del magnate, che porta in scena il lato più complesso del potere: dalla tracotanza dei litigi coniugali fino alla brutale violenza di uno stupro, dove il dominio privato si rivela indistinguibile da quello pubblico.

La relazione maestro-allievo è il cuore pulsante del film, il perno attorno a cui si ergerà una fiaba dark senza morale. Le interpretazioni dei due non cercano l’imitazione ma abbracciano la caricatura – Trump con le sue labbra a papera e il ciuffo biondo ossessivamente sistemato, Roy che spinge ritmicamente la testa in avanti come un rapace – creando un effetto tanto grottesco quanto rivelatorio. “Attaccare, attaccare, attaccare” diventa il mantra di una narrazione che procede per schiaffi visivi, disorientando lo spettatore mentre lo conduce verso un finale inevitabile.
Fin dai primi minuti, la sceneggiatura spara a zero senza distinzioni: è il trash-talking a travolgere ogni interazione e non bada a conseguenze, anzi, le nega. Se il dialogo all’inizio è ragionato, a mano a mano che il traguardo si fa più vicino il calcolo soccombe dinnanzi ad un’incontenibile aggressione verbale. L’escalation dei sonori botta e risposta viene silenziata quando la posta in gioco diventa esorbitante: ma ormai, lo spettatore è perfettamente addestrato a riconoscere l’inganno, il tradimento e le false promesse, al punto da non necessitare più che queste vengano esplicitate. Arrivati fin qui, hanno tutti capito l’antifona.

Dopo sette anni di gestazione e battaglie legali, il film arriva come un pugno nello stomaco dell’America elettorale, che in queste ore sembra annunciare proprio Trump come presidente: è la cronaca di come l’ambizione sfrenata e la fame di potere abbiano creato il perfetto apprendista per il ruolo della vita. Un Chronos politico che, divorato il suo creatore, continua a nutrirsi della stessa America che l’ha generato, finendo per sbranare anche chi guarda. Un’opera sgargiante e spietata che ci mostra non solo il mostro, ma il sistema che continua a partorirlo.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.