Controcampo italiano – I padri mancati del cinema italiano” e il Bellaria Film Festival
Controcampo italiano. Cinque registi per immaginare un paese è la nuova pubblicazione di minimumfax sul cinema, un racconto polifonico di un decennio spesso trascurato della storia del cinema italiano, gli anni novanta, con un accento particolare su quei registi indipendenti scoperti dal Bellaria Film Festival. Curato da Daniela Persico – fondatrice di Filmidee, selezionatrice di Locarno e dal 2022 direttrice del Bellaria – e impreziosito dalle illustrazioni di Simone Massi, il volume contiene cinque focus su altrettanti registi: Paolo Benvenuti, Antonio Capuano, Giuseppe Gaudino, Franco Maresco e il prematuramente scomparso Corso Salani. Per ciascuno di questi registi il volume raccoglie un’intervista, a cura, rispettivamente, di Alessandro Del Re, di Giona Nazzaro e Mario Blaconà, di Beatrice Fiorentino, di Emiliano Morreale e di Dario Zonta e nuovamente Blaconà, questi ultimi impegnati nella non facile impresa di realizzare un collage delle interviste rilasciate in vita da Salani; e ognuna delle interviste è accompagnata da qualche altra testimonianza o apparato critico, tra i quali spicca una laudatio del lavoro di Benvenuti da parte del pluripremiato regista rumeno Radu Jude.

Come scrive Daniela Persico nella sua introduzione, questi cinque “sono divenuti registi senza riconoscere i loro padri, fanno parte di una generazione orfana che porta addosso le macerie del muro, hanno attraversato un decennio disseminandolo di opere talmente fuori dagli schemi da finire relegate nel cinema marginale”. Senza padri, ma anche senza eredità dirette, benché tutt’altro che sterili con le rispettive filmografie: “progressivamente tenuti sempre più ai confini di un sistema produttivo in via di riconfigurazione, estranei a un panorama di loro coetanei concentrati sul racconto del sentire contemporaneo, vessati a più riprese dagli ultimi duri colpi della censura, hanno immaginato – con lo sguardo lucido dei folli – un paese post-apocalittico, restituendo il ritratto di un’Italia già del ‘dopo’, in cui le profonde contraddizioni del presente sono deflagrate lasciando emergere tracce di liberatoria bellezza”.
È vero che “gli anni novanta sono prima di tutto l’Italia della telecrazia“, e che a parte gli improvvisi exploit di Mediterraneo e de La vita è bella oltreoceano, e del cinema di Amelio e Martone nel più nativo Lido di Venezia, il cinema nostrano in quel decennio sembra vivere più che altro un periodo di transizione. È in questo contesto che spicca per coerenza e spirito indipendente il cinema di Benvenuti, di Capuano, di Gaudino, intervistato assieme alla storica collaboratrice e a sua volta regista Isabella Sandri, di Maresco, a lungo in coppia registica con Daniele Ciprì, qui non intervistato, e di Salani, quest’ultimo anche attore. Controcampo italiano traccia così una radiografia parziale ma convincente, anche perché corale, di un momento della storia del cinema italiano difficilmente riconducibile a una categoria critica o anche solo produttivo-distributivo unitaria. A dire il vero, già a partire dal decennio precedente centro della produzione cinematografica non era più esclusivamente Roma, si erano sviluppate in maniera propulsiva soprattutto le scene cinematografiche torinese e siciliana, nonché la factory di Ipotesi Cinema creata da Ermanno Olmi a Bassano del Grappa, e oltre a Bellaria anche il Festival del Nuovo Cinema di Pesaro, Cinema Giovani a Torino, antenato dell’attuale Torino Film Festival, e il Film Meeting di Bergamo giocano un ruolo chiave nello scoprire nuovi voci e nuovi stili.

La lettura di Controcampo italiano diventa così un salutare esercizio per ripercorrere la filmografia di alcune delle figure chiave del cinema indipendente italiano, adesso spesso dimenticate o rimaste cristallizzate in un cliché, com’è avvenuto, per motivi diversi, tanto a Maresco quanto ad Antonio Capuano – per il quale è difficile dire se e quanto benefico sia stato il ritratto che il suo allievo Paolo Sorrentino ne ha tracciato in È stata la mano di Dio. Difficilmente categorizzabili negli schemi angusti del cinema italiano “massimalista” tanto del passato quanto del presente, i cinque registi ritratti in Controcampo italiano sono forse accomunati da una concezione dialettica del rapporto col pubblico tendenzialmente assente nel cinema mainstream: ben più che a raccontare una storia, con tecniche che spesso comprendono anche componenti di autoanalisi e di metariflessione linguistica, questi registi indipendenti italiani si sono variamente spesi per costruire film con cui lo spettatore dovesse in qualche modo interagire.
Ad aprire i cinque capitoli del volume è Paolo Benvenuti, il secondo più anziano dopo Capuano attivo sin dal finire degli anni sessanta, che prima di raccontare il suo percorso registico rievoca la collaborazione giovanile con gli Straub-Huillet. Mosso dalla convinzione che “il cinema non lo fai per te stesso, lo fai per gli altri”, Benvenuti ritiene che “il vero film non è quello sullo schermo, è quello che prende forma nella testa degli spettatori. Solo così il cinema diventa strumento di crescita sociale. Se fa il contrario, è un cinema inutile. Anzi, è pericoloso e pornografico, come lo è la pubblicità”.

Anche Antonio Capuano al principio della sua intervista rievoca la gavetta, nel suo caso come scenografo televisivo insoddisfatto: “con i registi c’erano sempre molti disaccordi, anche se mi dicevano che le scene che preparavo erano meravigliose. Meno male per me. Però continuava a non piacermi come inquadravano e tutto il resto che ne consegue”. Così si mise, quasi polemicamente, a scrivere una sceneggiatura sua – sceneggiatura che finì “purtroppo per voi” per vincere il Solinas, e anche la Settimana della Critica di Venezia quando divenne un film con il titolo di Vito e gli altri, nel 1991. Sempre lucido nel rievocare il suo percorso, è illuminante quando parla de I vesuviani, film collettivo che raccoglieva episodi di Capuano, Martone, Pappi Corsicato, Antonietta De Lillo e Stefano Incerti, un’operazione che Capuano non esita a considerare fallimentare. E se in apparenza la critica pareva tessere le lodi della nuova scena cinematografica napoletana, in realtà “ci detestavano. Come nei western, dove ci stanno i nativi americani, i cosiddetti pellirossa, che fanno l’agguato. Noi eravamo in cinque e passavamo nel canyon. E stavano tutti nel canyon”. Immancabile il ricordo di quando Capuano fece leggere al produttore Nicola Giuliano la sceneggiatura de L’uomo in più di Sorrentino – non meno interessanti i ricordi del sodalizio con due attori, Corso Salani e Fabrizio Gifuni, il primo a sua volta intervistato nel volume di minimumfax per la sua opera da regista. Come già avvenuto con Benvenuti anche Capuano si trova a ragionare sul rapporto col pubblico, riscontrando un’evoluzione antropologica al negativo da parte degli spettatori: “oggi il pubblico non è pubblico. Ci considerano dei morti. È questa è ‘na cosa che me fa ascì pazz’”.
Dopo Capuano la parola passa ad altri due napoletani, Giuseppe Gaudino e la sua compagna, co-sceneggiatrice e a sua volta regista Isabella Sandri, scoperti da Goffredo Fofi a Bellaria nel 1985 con Aldis e destinati a un percorso registico produttivamente e distributivamente discontinuo, con Gaudino in particolare che si è trovato ad alternare film spartiacque nel cinema d’autore italiano tout court, come Giro di lune o l’ultimo Per amor vostro, ritratto di donna che fruttò a Valeria Golino la Coppa Volpi nel 2015, con documentari girati spesso all’estero e spesso con poche risorse; e nelle ultime battute dell’intervista, autosituandosi nella galassia dei “registi silenziati”, dal duo emerge anche un’ipotesi di un film, finora irrealizzato, su Pompei. “Ogni nostro film”, sintetizza la Sandri, “è un gesto politico fatto di cose non espresse, di cose non abbastanza raccontate, di cose che ci preme raccontare“, in un universo narrativo dove spesso la dimensione pubblica è vista come ostativa, limitante.

Dei cinque registi al centro di Controcampo italiano Franco Maresco è quello più elogiativo nei confronti dell’esperienza del Bellaria Film Festival e dell’importanza che ebbe nel lanciare le carriere di lui e del suo sparring partner in CinicoTv Daniele Ciprì. Maresco, che ha frequentato il festival dalla seconda metà degli anni ottanta fino al 1996, l’anno di presentazione de Lo zio di Brookyln, mentre via via la fama del duo cresceva grazie prima a Italia1 e poi al Blob di enricoghezzi alla RAI, ricorda di quegli anni “molta voglia di riscatto, una rabbia-, un desiderio di esplodere, di poter dare sfogo a tutta la creatività che stavamo sperimentando”. Nel caso di Maresco, la riflessione sul rapporto con spettatori e appassionati, in particolare con gli studenti di cinema, si tinge di un cinismo graffiante: “sono abbastanza convinto di aver fatto bene a dissuadere i ragazzi delle nuove generazioni dal, fare cinema”. Quella di Maresco è ben più di una posa: rimase a suo modo memorabile una sua lezione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma nel 2015, quando, invocando la lezione di Baudrillard, si mise a invitare chi voleva fare il regista di andarsi a laureare in ingegneria, o di darsi all’agricoltura per fare “cose più utili per la società”. Nell’intervista, Maresco qualifica la sua stessa ostinazione di voler continuare a fare cinema, anche dopo la rottura del sodalizio con Ciprì, come una “pura nevrosi” in parte dettata da esigenze economiche. Ma non per nulla nell’intervento saggistico inserito a fine capitolo il regista Sylvain George, habitue dei festival europei e in particolar modo di Locarno, recupera dalla filosofia di Walter Benjamin l’espressione di “organizzare il pessimismo” e la applica al cinema di Ciprì & Maresco.

“Mi sono comprato la libertà di lavorare come desidero”, era invece la convinzione di Corso Salani, regista che fu attore anche per altri registi del calibro di Ugo Gregoretti, Marco Risi e Riccardo Milani
“Non mi sento di far parte del cinema italiano: lo dico senza spirito polemico. È così, sia per i luoghi in cui ho girato, sia perché sono sempre stato slegato da qualsiasi riferimento all’Italia. È una circostanza che non considero come una maledizione, ma credo che faccia parte del mio lavoro, della sua indipendenza estrema; anche se mi porta a realizzare i miei film con lunghi intervalli di tempo“. “All’inizio sentivo il desiderio di inserirmi nell’industria, anche quella piccola del cinema indipendente, adesso, invece, mi ritrovo molto bene a lavorare così, senza affidarmi alla speranza di fare un film ufficiale, canonico”, concludeva.
Il pregio maggiore di Controcampo italiano è quello di situarsi in un territorio cinematografico non meno fertile di altri, battuto poco, finora, dalla critica, fatto salvo per l’esperienza di Fuorinorma di Adriano Aprà. E se per certi versi non avrebbe guastato una cronistoria più dettagliata e generale del Bellaria Film Festival dalla sua nascita ad oggi per garantire un’inquadratura storico-critica più ampia, le interviste ai cinque registi sono tutte di alto livello e decisamente illuminanti, non solo per quanto riguarda stile e contenuti, ma anche e soprattutto sulle strutture industriali del cinema nostrano. Sarebbe da argomentare di più la qualifica di “senza eredi”, per questi e altri registi della stessa scena: ma forse è proprio l’irripetibilità dello stile una delle caratteristiche più profonde del vero cinema indipendente che abbiamo.

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